Bankitalia: serve più formazione digitale

Siamo ancora nella fase iniziale della rivoluzione digitale. Vi è quindi il tempo per evitare che si ripeta l’esperienza degli anni Novanta quando, nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), si accumularono ritardi che hanno poi frenato la produttività per decenni. L’ammonimento viene dal Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta che ne ha fatto il filo conduttore nelle sue “Considerazioni finali”, presentate il 29 maggio.

Investire in formazione digitale, ha affermato, farebbe aumentare la produttività del lavoro “di 0,2 punti percentuali all’anno in uno scenario di adozione lenta, e di oltre 1 punto in caso di diffusione rapida e pervasiva”: prospettiva quest’ultima che, ove si avverasse, compenserebbe il calo del PIL dovuto alla contrazione della popolazione in età da lavoro causata dalla denatalità.

L’Italia, sottolinea Panetta, “dispone di punti di forza rilevanti: infrastrutture di calcolo tra le più avanzate d’Europa, una solida tradizione scientifica e universitaria, un ampio risparmio privato”. Per mobilitare queste risorse, però, serve una strategia, non sussidi generici. E in un Paese come l’Italia solo lo Stato può agire come “committente primario dell’innovazione” sostenendo la nascita e la crescita di aziende innovative, “così da trasformare la ricerca di qualità condotta in Italia in prodotti e servizi”, sostenendo a tal fine anche la diffusione dell’intelligenza artificiale, da utilizzare anche nelle Amministrazioni pubbliche per accrescere l’efficienza e la qualità dei servizi offerti ai cittadini e alle imprese.

Ma per massimizzare i benefici dell’IA servono risorse umane qualificate, senza le quali “anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati”. Su questo terreno l’Italia è in ritardo: “Dall’inizio del secolo”, ha rilevato Panetta, “la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee. Tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri paesi. Il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole. Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000”. Concetti approfonditi nel dossier di Tuttoscuola “La scuola colabrodo” e che rispondono al motto della nostra testata: “Più istruzione è la soluzione”.

Si genera in questo modo un circolo vizioso: da una parte un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato, e dall’altra il sistema di istruzione si limita a galleggiare senza formare le nuove competenze necessarie per rendere le aziende più innovative.

Come spezzare questo circolo vizioso? Secondo Panetta occorre agire su entrambi i lati, quello delle imprese e quello del sistema di istruzione: le prime vanno incentivate ad innovare, il secondo va ri-finalizzato affinché “formi più persone con una preparazione elevata e capaci di interagire con l’intelligenza artificiale”.

Qui compare una considerazione interessante, a nostro giudizio giusta e da condividere anche in relazione al dibattito in corso sulle Nuove Indicazioni dei licei: “Le competenze rilevanti – capacità di supervisione, giudizio critico, interpretazione dei risultati [sono alcune delle competenze non cognitive: si veda in proposito l’articolo della rettrice della IUL Bruni sul nostro sito, NdR] – si acquisiscono nei percorsi tecnico-scientifici, ma anche in altri ambiti, inclusi quelli umanistici. Servirà poi una maggiore integrazione tra formazione ed esperienze lavorative lungo l’arco della vita, al fine di adeguare le competenze dei lavoratori più esposti allo shock tecnologico”. Un messaggio, per competenza diretta, al ministro Valditara ma, ci sembra, rivolto all’intera classe politica. Sarà ascoltato?

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