Alunni stranieri, minoranze e coesione sociale: per una educazione interculturale 2.0
Nel dibattito sviluppatosi dopo la pubblicazione sul ‘Corriere della Sera’ dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia intitolato “Parlare di scuola, con coraggio” (28 luglio), intrecciatosi poi anche con le polemiche sollevate dal disegno di legge governativo sulla punibilità dei minori, nel quale sono intervenuti la preside Paola Pasqualin, Don Francesco Preite, presidente nazionale di “Salesiani per il sociale”, Milena Santerini e Renato Ongania, pubblichiamo qui di seguito la nota di ulteriore precisazione del suo punto di vista, favorevole all’educazione interculturale, che ci ha inviato la prof.sa Milena Santerini*, che ringraziamo per la passione civile con la quale segue questo importante dibattito.
“La cultura pedagogica, interrogandosi sull’integrazione a scuola degli alunni con background migratorio, ha individuato da tempo l’educazione interculturale come il processo attraverso cui costruire cittadinanza e coesione sociale. Far confrontare e dialogare le differenze (non solo etniche, ma di genere, classe sociale, personalità) non è un esercizio fine a se stesso, ma un obiettivo fondamentale della scuola nella società complessa. Perché questo avvenga, occorre però evitare quelle distorsioni che credevamo di esserci lasciati alle spalle, e che spesso purtroppo riemergono. Anzi tutto, l’assimilazione, per cui chi viene da lontano deve annullare la sua storia e le sue origini per appiattirsi sulla società ospitante; simmetricamente, va criticato quel relativismo per cui ogni espressione culturale, in nome delle sue presunte radici, ha diritto di affermarsi, anche quando lede la dignità della persona.
Tra i due opposti, zero-cultura e tutto-cultura, c’è un cammino lungo (e a volte faticoso) in cui si riconoscono gli altri come sintesi di tanti mondi, nessuno portatore di una fantomatica cultura “pura”, ma tutti/e attraversati da somiglianze e differenze. Per questo è pericoloso sia annullare le diversità, perché si priverebbero le persone della loro storia e dei loro diritti, ma anche enfatizzarle per creare un nemico immaginario, funzionale alla propaganda politica contro lo “straniero”.
L’intercultura 2.0 è quindi un progetto sociale, uno scambio nella reciprocità in cui tutti devono guadagnare ma anche perdere qualcosa per costruire la convivenza sociale nel pluralismo. Soprattutto, è un progetto politico, che ha bisogno di idee, investimenti, fiducia e non allarmi ingiustificati, in una continua creazione di estraneità e diffidenza. L’insegnamento dell’italiano ai nuovi arrivati è centrale (perché non destinare nuove risorse?); la formazione degli insegnanti è altrettanto urgente, perché gli alunni, specie adolescenti, vanno compresi nei loro cambiamenti, specie nel mondo digitale. E’ indispensabile un’alfabetizzazione religiosa dei docenti, spesso poco preparati e quindi vulnerabili di fronte alla costruzione, ad esempio, di un Islam caricaturale. Occorre affrontare i temi delle rivendicazioni “separatiste” specie se si tratta della questione femminile, educando le ragazze a una parità sostanziale uomo-donna. Il tema della distribuzione nelle classi diventa centrale, quando si è di fronte a una concentrazione degli alunni immigrati in certi plessi non solo a causa della struttura urbanistica dei quartieri, ma anche per le strategie di “evitamento” da parte delle famiglie italiane. Insomma, l’intercultura non è buonismo, ma al contrario è l’unica strada per creare una società unita, in cui tutti facciano la loro parte.
Siamo di fronte a nuove generazioni, spesso nate e cresciute in Italia. Sta a noi trattarli da stranieri sospetti, oppure creare le condizioni perché diventino cittadini a tutti gli effetti (a quando la legge?), legati e fedeli al nostro Paese, capaci di mediare tra le origini familiari e il presente, e di costruire insieme il futuro”.
*Milena Santerini, autrice di Educazione interculturale 2.0, Mondadori 2026
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