La soluzione è il dialogo interculturale

Una riflessione sul futuro della scuola, come auspicato da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera del 28 luglio, è in effetti irrinunciabile. Ma i commentatori che ne parlano avrebbero il dovere almeno di conoscere cosa succede nelle aule. Negli ultimi anni, la scuola italiana non sta guardando avanti – come farebbero pensare qualche operazione marginale o le sperimentazioni sulla Intelligenza Artificiale – ma indietro. Le norme e le Indicazioni che vengono formulate sembrano lontane in modo disperante dalla realtà dei bambini, dei ragazzi, delle famiglie. Poche innovazioni (e tutte “dal basso”) ma molti richiami nostalgici al passato in cui c’erano ordine, rispetto, merito e disciplina (c’erano davvero?). Nulla su quanto gli studi neuroscientifici ci dicono sui processi di apprendimento e sulla mente adolescente, nulla su come il mondo entra a scuola, poco su come cambia l’istruzione nel mondo digitale, ma anche (sembra una contraddizione) su come far amare i classici della letteratura e della filosofia alle nuove generazioni; su questo deve pensarci il cinema (si veda l’Odissea) con i suoi effetti positivi ma anche banalizzanti.

E, soprattutto, oggi si tace sulla presenza dei ragazzi con background migratorio, (l’11% dell’intera popolazione scolastica, provenienti da 191 paesi, distribuiti in modo molto disuguale tra le Regioni italiane): un fenomeno visto erroneamente come compatto mentre è complesso e eterogeneo. Quasi il 70% degli alunni di origine immigrata – l’80% nella scuola dell’infanzia – poi, è nata in Italia: di quale “cultura” sono portatori? Sono mediatori tra più mondi. Le “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione» del 2025 non accennano ai temi dell’integrazione, quasi a voler cancellare il fenomeno come fosse un interesse “progressista” mentre, appunto, è fondamentale riflettere su come insegnare in una classe eterogenea, fatta di alunni diversi non solo per l’origine etnica, ma anche di sesso, classe sociale, personalità  e culture della vita differenti (le culture wars, oggi, sono soprattutto tra italiani). Tanto che per orientare gli insegnanti in questo difficile compito, nel silenzio delle istituzioni, un gruppo di pedagogisti ha dovuto diffondere una sintesi dei documenti ministeriali precedenti, in cui trovare indirizzi e orientamenti su come trattare le differenze linguistiche e culturali in classe.     

La scuola è il luogo per eccellenza delle diversità, dove si apprende a diventare cittadini facendo dialogare le varie visioni della vita, soprattutto tra “italiani”. Invece, il quadro che ne viene dato è quasi caricaturale: classi piene di bambini e ragazzi “di fede islamica” (dimenticando che le famiglie tendono a laicizzarsi nel tempo) che la scuola, sostiene Galli della Loggia,  “oggettivamente deculturalizza”. Quello che succede davvero, invece, è che la scuola è un enorme laboratorio interculturale, in cui non si “toglie” o “aggiunge” cultura, ma dove ogni giorno, con fatica, docenti lasciati a sé stessi – se non addirittura scoraggiati – dalle istituzioni, insegnano ispirandosi alla Costituzione, condividendo con tutti gli studenti, “stranieri” e non, valori universali, ma ragionando però sul modo diverso in cui ogni persona o gruppo li vive. Di tutto hanno bisogno ma non di essere contagiati dalla paura verso i “musulmani”. Il pericolo della radicalizzazione (specie nel mondo islamico) e dell’estremismo politicizzato (gli ultimi arresti di filonazisti antisemiti sono principalmente di minorenni) è molto serio. Per questo, occorre preparare la scuola non a “collegare eventi con il mondo islamico o cinese” ma ad affrontare i veri problemi, cioè pregiudizi e chiusure fondamentaliste che nascono dall’incapacità di capire l’altro, comunicando pensiero critico, apertura culturale, empatia verso la diversità, disinnescando il disprezzo e la diffidenza da cui molti cittadini di origine straniera si sentono circondati. E’ del tutto scorretto contrapporre educazione a fermezza: la sicurezza nasce non da pene sempre più dure (che non servono da deterrente) ma da una formazione interculturale profonda che aiuta a gestire le relazioni  non in modo irenico ma realistico.     

Non bastano le direttive ministeriali, è vero, e ben venga una discussione politica. Ma soprattutto occorre lavorare dentro la scuola con le/gli insegnanti preparandoli a gestire la complessità, facendo dialogare i mille modi in cui i cittadini e le cittadine declinano le loro origini sociali e culturali.

*Già parlamentare e ordinaria di Pedagogia, Università Cattolica del S. Cuore, Milano

© RIPRODUZIONE RISERVATA