Nella stessa settimana in cui le scuole italiane riaprono con l’intelligenza artificiale inserita nei programmi, New York ha deciso di toglierla dalle aule. Non da tutte. Dalla scuola dell’infanzia alla terza media, per un anno, circa seicentomila bambini e ragazzi non useranno alcun tipo di software di IA generativa. Anche il tempo davanti a uno schermo in classe è stato fissato per decreto: trenta minuti al giorno alle elementari, quarantacinque alle medie. Alle superiori restano cinque sperimentazioni controllate, per non più di cinquantamila studenti, con tempi settimanali che si misurano in minuti, sempre con un docente accanto. Gli insegnanti, invece, possono continuare a usare l’IA per preparare le lezioni. A fine anno una commissione di studenti, famiglie, docenti ed esperti dirà cosa ha funzionato. Il sindaco Zohran Mamdani ha spiegato la misura con una frase che vale la pena ricordare: “I bambini hanno bisogno di insegnanti e di rapporti umani per imparare. L’intelligenza artificiale nell’educazione non è inevitabile né necessaria”.
Il cancelliere Kamar Samuels ha aggiunto che “innovazione non vuol dire più tecnologia”.
L’Italia fa una scelta diversa. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha inserito l’IA nelle nuove Indicazioni nazionali del secondo ciclo come argomento di studio, come strumento per le materie scientifiche e le lingue, e come tema dell’educazione civica. C’è una sperimentazione iniziata nell’ottobre 2024 in quindici scuole di quattro regioni. Cento milioni di euro sono destinati alla formazione, con circa duemilacento scuole che diventano punti di riferimento sul territorio. Lo strumento serve come assistente che trova le lacune di apprendimento e le segnala a insegnanti e studenti. INVALSI misurerà la differenza tra classi “digitali” e classi tradizionali.
Due sistemi scolastici. La stessa diagnosi. Due risposte opposte. Sarebbe facile prendere posizione. Ma la questione non è “chi ha ragione”. Bisogna capire cosa c’è di valido e cosa di rischioso in ognuna delle due direzioni, perché entrambi gli orizzonti ci coinvolgono.
Cosa c’è di giusto a New York
La moratoria non è una presa di posizione contro la tecnologia, e chi la descrive così non l’ha letta o compresa. Cambia chi deve dimostrare qualcosa. Mettiamoci nei panni degli insegnanti, che all’alba del nuovo anno scolastico devono trovare una sintesi tra i moniti sui danni dei device in classe e le opportunità dei sitemi generativi nella didattica. L’unica bussola in questo ginepraio è l’educazione.
C’è di più. La decisione non riguarda solo l’IA. Si tratta anche del tempo di schermo, dei chatbot relazionali e dell’idea che un bambino di otto anni possa avere un “compagno di studio” artificiale che gli risponde con pazienza infinita. Su questo punto la ricerca è ormai difficile da ignorare. Una rassegna della Brookings Institution, forse il principale centro di ricerca Usa, su quattrocento studi conclude che nella scuola dell’obbligo gli effetti negativi dell’IA generativa superano quelli positivi. Le indagini sugli studenti più grandi parlano di una specie di amnesia indotta. Si consegna un compito senza ricordare cosa c’era dentro. Dire che nell’infanzia la relazione viene prima di qualunque strumento non è nostalgia. È pedagogia.
Cosa c’è di rischioso a New York
Quei seicentomila bambini incontreranno comunque l’IA. La troveranno a casa, sul telefono di un fratello maggiore, nei giochi, nelle app che nessuna decisione scolastica può bloccare. Se la scuola si tira indietro, non li protegge. Li lascia soli proprio dove prima c’era un adulto esperto. Spesso la differenza tra proteggere e abbandonare è tutta qui. Un divieto può essere l’inizio di un percorso o la fine di un’idea. New York sarà valutata per ciò che costruirà in questi dodici mesi, non per il divieto in sé.
Cosa c’è di giusto in Italia
Per la prima volta l’Intelligenza Artificiale entra nella scuola italiana con un progetto, una prova e una valutazione. Non precipita come una tecnologia imposta dall’alto. Non viene portata in classe da chi la vende. La formazione è al centro. Il docente è dichiarato insostituibile. La prova viene prima dell’uso su larga scala. Chi ha visto arrivare nelle scuole le lavagne interattive e i tablet, con acquisti massicci, poca formazione e nessuna verifica dei risultati, sa quanto questa prudenza sia preziosa.
Cosa c’è di rischioso in Italia
Il rischio sta in una parola, “individuare”. Il piano descrive l’IA come un assistente che trova le lacune e le segnala. È un’idea che attira e va trattata con attenzione, perché le fragilità di un ragazzo non si trovano e basta, si incontrano. Un software può dire che un tredicenne sbaglia le equazioni da tre settimane. Non può dire che in quelle tre settimane i genitori si sono separati, o che ha smesso di dormire perché di notte sta su un’app. Se la formazione dei docenti sarà tecnica, avremo insegnanti più aggiornati e ragazzi comunque soli. Se sarà pedagogica, se aiuterà gli adulti a capire cosa fa l’IA alla relazione educativa, al modo di studiare, alla fatica di pensare, allora sarà stata una buona idea. Nessun software si prende cura di nessuno. È la frase da ricordare mentre si spendono decine di milioni.
C’è anche un’incongruenza che vale la pena segnalare senza alcun intento polemico. Da una parte si vietano gli smartphone in classe e si rilancia la scrittura a mano, dall’altra si porta l’IA in tutte le scuole. Non per questo bisogna leggerci per forza una contraddizione. Si può dire che il telefono distrae e l’IA serve come strumento. Tuttavia questa tensione andrebbe meglio spiegata a insegnanti e famiglie, senza limitarsi a citare le neuroscienze. Altrimenti il messaggio che passa è che la scuola non sa cosa vuole dalla tecnologia, alternando divieti dogmatici e aperture entusiastiche a seconda della notizia del giorno.
La posizione più onesta
Non si tratta di scegliere tra New York e Roma. Si tratta di unire ciò che di buono contengono entrambe. Bisogna avere il coraggio di dire che nell’infanzia la relazione umana viene prima di qualsiasi strumento. Allo stesso tempo, abbiamo la responsabilità di non lasciare i ragazzi da soli davanti a una tecnologia che useranno comunque e a prescindere dalle valutazioni del mondo adulto.
Rispetto alla prassi quotidiana possiamo sbilanciarci: nella scuola primaria l’IA non serve. Chi la propone dovrebbe dimostrare il contrario. Rispetto alla scuola secondaria si può discutere, ma solo dopo un accordo chiaro con i docenti, che devono essere formati prima sul senso e poi sul funzionamento. Passando alle famiglie, andrebbero maggiormente coinvolte, devono sapere cosa succede. Il divieto a scuola e il chatbot in cameretta sono due parti della stessa giornata di un ragazzo. Una contraddizione che in ambito educativo può esplodere in conflitti e aumentare la distanza tra le generazioni. Ogni passaggio tecnologico va approcciato con un ragionamento, non tanto in termini di cosa lo strumento permette di fare o migliorare, quanto sulle conseguenze del suo utilizzo autonomo da parte dei minori. A prescindere dalle avanguardie e dai miracoli della tecnologia, chi resta accanto ai ragazzi mentre lo usano?
La tecnologia è collegamento, per sua natura non può essere divisiva. Mette in contatto, misura, segnala. Del resto quello di cui un bambino ha bisogno per imparare implica una “connessione”, non solo alla Rete, ma non solo in termini emotivi. Ha bisogno di qualcuno che lo veda, che lo riconosca, che resti. E la connessione non si attiva solo con un piano ministeriale, come pure non si interrompe con una moratoria. Si costruisce con la presenza, che nessuna legge può imporre, se non la passione e il coraggio di educare.
*Segretario generale Fondazione Carolina
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