All’Italia serve una scuola multietnica, non multiculturale

Nel suo editoriale di oggi 28 luglio (“Parlare di scuola, con coraggio”), pubblicato col massimo risalto sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia prende posizione su un problema che negli ultimi tempi, anche a seguito di fatti di cronaca (imprese dei “maranza”, episodi che hanno visto giovani e meno giovani mussulmani protagonisti di vicende che hanno scosso l’opinione pubblica, da ultimo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna; le polemiche sulla “islamizzazione” delle scuole), sta diventando centrale: che cosa fare per costruire, a partire dalla scuola, una società inclusiva, tollerante, multietnica in una realtà che in taluni casi vede classi composte per la quasi totalità da alunni di fede islamica. Multietnica, precisa Galli, non significa però multiculturale.

Il fatto è che l’insegnante, per quanto si sforzi di collegare gli argomenti dei programmi con eventi o idee del mondo islamico o cinese, è tenuto pur sempre a insegnare “la letteratura, la geografia, la storia, la filosofia, che hanno che fare con l’Italia, con la nostra specifica vicenda, nonché con il mondo europeo e americano con cui la Penisola ha da secoli i rapporti più stretti”. Ed è ciò che continuerà a fare (Galli questo non lo dice, ma è chiaro che lo sottintende), anche alla luce delle nuove Indicazioni Nazionali che quella impostazione hanno ribadito.

Ma questo comporta inevitabilmente un processo “che può essere descritto come un oggettivo tentativo di deculturalizzazione nei confronti degli alunni provenienti da contesti culturali non italiani”. Come aiutare gli insegnanti a evitare che da ciò derivi uno scontro con gli alunni e i genitori provenienti da culture diverse da quella, per dirla in sintesi, “occidentale”? Uno scontro, avverte Galli, “a cui la scuola e i suoi insegnanti sono oggi totalmente impreparati, e per gestire il quale essi si muovono quindi in ordine sparso, guidati solo dal proprio orientamento personale, operando scelte diverse, caso per caso”.

Come fare in modo che la scuola formi “dei nuovi italiani e quindi un Paese multietnico ma non multiculturale, cioè un Paese non diviso in culture diverse e fatalmente estranee l’una all’altra, e quindi un’Italia fragile e inquieta in preda a continue potenziali tensioni? Da ciò dipende “se ci sarà ancora una società che si riconosce in un retaggio culturale comune e in valori di base individuali e collettivi comuni (ad esempio quelli indicati nella Costituzione della Repubblica) oppure no”.

Per ottenere questo risultato, conclude Galli, “oggi non bastano delle direttive ministeriali”, per quanto “avvedute siano state finora nel loro complesso quelle dell’attuale ministro”. Serve invece “una forte, un’alta discussione politica, tutta politica, in Parlamento, nella quale ognuno assuma le proprie responsabilità, che metta capo a una risoluzione chiara, esplicita, circa l’indirizzo che la scuola stessa deve seguire, gli obiettivi a cui deve mirare, sul fronte cruciale del nostro rapporto con i giovani immigrati che saranno i nostri concittadini di domani”.

Parole forti, in grado di suscitare reazioni accese – chi a favore, chi decisamente contro – tra chi vive la scuola ogni giorno. Un’Italia democratica e multietnica non può che fondarsi sul dialogo tra le culture, anche se nelle scuole italiane è naturale che si insegni prima di tutto la nostra. (O.N.)

© RIPRODUZIONE RISERVATA