Oltre il dialogo interculturale: la soluzione è progettare la coesione sociale

di Renato Ongania*

Il dialogo interculturale, auspicato da Milena Santerini, è necessario, ma non basta. Se lo si presenta come una risposta autosufficiente alle tensioni che attraversano la scuola e i quartieri, si rischia di chiedere ai cittadini un esercizio morale, mentre – ed è qui che si gioca la partita – le istituzioni rinunciano al proprio compito politico: prevedere, organizzare e sostenere un modello di convivenza, di coesione sociale.

Le preoccupazioni per la microcriminalità, il degrado, le intimidazioni o l’insicurezza negli spazi pubblici non possono essere liquidate come paura dell’altro. In molti casi sono il sentimento, talvolta disperato, di chi avverte che la trasformazione sociale non è stata governata. Non è sbagliato chiedere sicurezza. Sarebbe invece sbagliato trasformare episodi individuali in una colpa etnica, religiosa o culturale. Il reato ha sempre un autore, che non è una minoranza: può essere un minore o un adulto, cittadino o straniero, è sempre una persona; la Politica ha il dovere di interrogarsi sulle condizioni che favoriscono micro-crimini, marginalità, abbandono scolastico, radicalizzazione e conflitto.

La Scuola incontra questi fenomeni prima dei tribunali e delle forze dell’ordine. Li vede nelle assenze, nell’isolamento, nell’aggressività, nella formazione di gruppi contrapposti e nella perdita di fiducia verso le istituzioni. Non può però essere lasciata sola, né caricata di funzioni improprie. Occorrono reti territoriali stabili tra scuole, famiglie, Comuni, oratori, servizi sociali, associazioni, comunità religiose ed etniche o nazionali, e soggetti della sicurezza. La prevenzione nasce dalla presenza coordinata delle istituzioni, non da progetti occasionali destinati a spegnersi con il finanziamento.

Le Raccomandazioni di Siena sulle storie controverse e le minoranze nazionali, presentate nel giugno 2026 dall’Alto Commissario OSCE per le minoranze nazionali, offrono in questo senso una prospettiva utile. Invitano a governare le narrazioni conflittuali prima che diventino polarizzazione, promuovendo educazione critica, pluralità delle prospettive, dialogo e prevenzione delle tensioni. La memoria, il linguaggio e l’insegnamento della storia non sono accessori: possono costruire appartenenza oppure alimentare la divisione tra “noi” e “loro”.

Il punto decisivo è passare dall’intercultura all’empowerment. La mia esperienza nel Minorities Fellowship Programme 2025 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, insieme alle ricerche sviluppate successivamente, mi ha mostrato che una minoranza non è realmente inclusa solo perché viene ascoltata. Deve poter conoscere i propri diritti, organizzarsi, assumere responsabilità e partecipare alle decisioni che la riguardano. La tolleranza dice: puoi esistere. Il dialogo dice: puoi parlare. L’empowerment aggiunge: puoi contribuire a decidere.

Empowerment, però, non significa indulgenza né sottrazione alle regole comuni. Significa riconoscere persone e comunità come interlocutori responsabili, capaci di contribuire anche alla prevenzione della violenza, alla cura dei quartieri e alla tutela dei più giovani. Ci sono doveri anche in capo alle persone che appartengono a minoranze etniche o nazionali, linguistiche e religiose. La reciprocità è essenziale: la maggioranza deve rinunciare alla pretesa di essere culturalmente neutrale; le minoranze devono poter rivendicare diritti senza considerare ogni richiesta di responsabilità come un’aggressione identitaria. La cittadinanza si costruisce quando nessuno è soltanto ospite e nessuno si ritiene padrone esclusivo dello spazio comune.

Questo vale anche per le minoranze cristiane represse in Africa, in Asia e in altri continenti. Occuparsene è giusto e doveroso; non è un’indicazione acerba, ma il segno di una sensibilità autentica verso la libertà religiosa, la dignità umana e il bene comune. Esiste tuttavia una sproporzione: siamo spesso più pronti a mobilitarci davanti agli effetti della persecuzione che a progettare sistemi capaci di prevenirne le cause. Difendiamo le vittime quando la violenza è già esplosa, ma investiamo troppo poco nell’educazione, nella partecipazione, nella mediazione e nella costruzione di istituzioni inclusive. E questo dovrebbe anticipare persino le politiche di prevenzione del disagio giovanile.

Anche l’indignazione deve allora trovare il proprio bersaglio. Non va rivolta contro un popolo, una fede o una comunità. Deve rivolgersi contro chi non ha a cuore la vita dell’uomo, contro le ideologie e le condotte che negano dignità, libertà e sicurezza.

Un modello sostenibile di coesione sociale deve tenere insieme fermezza sulle regole, protezione delle vittime, prevenzione del disagio e responsabilizzazione delle minoranze.

La scuola può essere il primo luogo in cui questo modello prende forma, purché non venga usata come ultima trincea di problemi che la politica non ha saputo prevedere. Il dialogo è il metodo. L’empowerment è la condizione. La coesione sociale è il progetto scritto nella nostra Costituzione, in attesa di essere pienamente implementato.

 

*Semiologo, Minorities Fellow OHCHR (Nazioni Unite) 2025. Direttore dell’Osservatorio Nazionale sulle Minoranze. Autore del libro La questione delle minoranze in Italia.

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