Educazione sessuo-affettiva a scuola, gli adolescenti chiedono risposte. Intanto il referendum contro la legge 104/2026 raggiunge le 500mila firme

Gli adolescenti chiedono alla scuola di parlare di sessualità, ma soprattutto di non limitarsi alla sua dimensione biologica. Vogliono confrontarsi sulle relazioni, sulla gestione delle emozioni, sul consenso e sul rispetto. E quando le risposte non arrivano dagli adulti, una parte di loro le cerca online. È la fotografia restituita dal progetto nazionale “ANLAIDS, incontra studenti e studentesse”. Nell’ultimo anno scolastico l’iniziativa ha raggiunto 100 scuole di sette regioni, con una prevalenza di studenti provenienti dai licei, pari al 67%.

I risultati arrivano in un momento particolarmente delicato. Quello appena iniziato è infatti il primo anno scolastico successivo all’entrata in vigore della legge 9 giugno 2026, n. 104, che disciplina il consenso informato per le attività scolastiche attinenti alla sessualità. E proprio contro quella legge è stata avviata lo scorso 6 agosto la campagna referendaria “Sì educazione affettiva nelle scuole”, che ha ora annunciato il raggiungimento delle 500mila firme.

Due vicende diverse, che finiscono però per incrociarsi sulla stessa domanda: quale spazio deve avere la scuola nell’educazione sessuale e affettiva delle nuove generazioni?

Cosa chiedono ragazze e ragazzi

Secondo i dati diffusi da ANLAIDS, Associazione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS ETS, circa 4 adolescenti su 10 vorrebbero approfondire a scuola la sessualità nelle sue funzioni riproduttiva e relazionale. Il 29,9% indica la gestione delle emozioni e dei sentimenti, il 17% il consenso e il rispetto di sé, degli altri e delle diversità, mentre l’11,1% vorrebbe approfondire le differenze tra sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale.

Se si considerano insieme emozioni, relazioni, consenso e rispetto, la domanda interessa quasi il 47% dei rispondenti. Un bisogno che trova riscontro anche nelle preoccupazioni dichiarate. Il 32,5% degli adolescenti riferisce timori legati al sesso: al primo posto una gravidanza indesiderata, indicata dal 29,2%, seguita dalle infezioni sessualmente trasmissibili, al 24,3%, e dal senso di inadeguatezza, al 23,3%.

In caso di problemi si parla soprattutto con amici e madre. Uno su dieci cerca sul web

C’è poi un altro dato che interroga direttamente il mondo adulto. In presenza di un problema affettivo o sessuale, il primo interlocutore degli adolescenti sono gli amici, per il 32,4%, seguiti dalla madre, indicata dal 25%. Il 10,2% cerca invece risposte su Internet. Molto meno frequente il ricorso alle figure professionali: soltanto il 6,4% si rivolgerebbe a un medico e appena lo 0,5% a uno psicologo.

Numeri che rendono ancora più centrale il tema della qualità delle informazioni alle quali ragazze e ragazzi possono accedere. Perché se la scuola arretra, chi occupa quello spazio? La famiglia, i coetanei, professionisti qualificati oppure social network e contenuti online di attendibilità molto diversa?

ANLAIDS: dopo gli incontri aumentano le conoscenze e diminuisce lo stigma

Il progetto ANLAIDS permette anche di misurare cosa accade dopo un intervento educativo strutturato. Il confronto tra i questionari anonimi somministrati prima e dopo gli incontri – circa 14.500 complessivamente – registra infatti un incremento significativo delle conoscenze sull’HIV.

Gli studenti che distinguono correttamente HIV e AIDS passano dal 49,6% all’89,9%. La conoscenza delle modalità di trasmissione sale dal 52,9% all’85,5%, mentre quella relativa alla Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) cresce dal 32,3% al 51,9%.

Dopo l’intervento, il 78,6% sa inoltre che l’HIV si può curare ma non guarire, contro il 45,8% rilevato prima degli incontri.

A cambiare non sono soltanto le conoscenze. Prima dell’attività il 35,2% ritiene pericolosi i rapporti sociali con una persona che vive con HIV; successivamente la quota scende al 18,5%. Chi risponde correttamente che tali rapporti non sono pericolosi passa dal 46,2% al 75,1%.

Anche la percentuale di chi sa che una persona con HIV non è riconoscibile dal suo aspetto cresce nettamente: dal 18% al 57,7%.

La legge 104/2026 e il nodo del consenso delle famiglie

È su questo scenario che interviene la legge 104/2026. Secondo quanto riportato da ANLAIDS, la normativa richiede il consenso preventivo scritto delle famiglie, oppure degli studenti se maggiorenni, per partecipare alle attività attinenti alla sessualità.

Sono previste anche la preventiva visione dei materiali e informazioni puntuali su obiettivi, contenuti e modalità degli interventi, oltre all’indicazione degli eventuali esperti esterni. Per la scuola dell’infanzia e la primaria la legge esclude tali attività, fermo restando quanto previsto dalle Indicazioni nazionali.

Per Luca Butini, presidente di ANLAIDS, maggiore trasparenza nei confronti delle famiglie e controllo delle competenze degli esperti sono principi condivisibili. Il punto, sostiene, è evitare che il consenso informato si trasformi «in una barriera all’informazione».

«I dati ci dicono che i ragazzi hanno domande concrete su prevenzione, relazioni, emozioni e consenso – osserva Butini – e che, quando ricevono risposte scientificamente corrette in uno spazio partecipativo e non giudicante, le conoscenze crescono e lo stigma si riduce».

Il referendum punta all’abrogazione della legge

Proprio la legge 104/2026 è ora oggetto dell’iniziativa referendaria “Sì educazione affettiva nelle scuole”, avviata il 6 agosto e che, secondo quanto comunicato dai promotori, ha raggiunto il traguardo delle 500mila sottoscrizioni.

L’obiettivo dichiarato è l’abrogazione integrale della legge e quindi delle disposizioni che subordinano i percorsi al consenso delle famiglie e impediscono tali attività nell’infanzia e nella primaria.

Per i promotori, la questione va inserita anche nel più ampio dibattito sulla prevenzione della violenza contro le donne e sulla necessità di educare alle relazioni, al rispetto e al consenso.

Il raggiungimento delle 500mila firme costituisce dunque un passaggio politicamente significativo della campagna, ma apre anche una fase nella quale il confronto sulla norma è destinato a proseguire.

FLC CGIL: “La scuola deve mantenere un ruolo centrale”

Tra i sostenitori della campagna figura la FLC CGIL, che ha invitato il personale scolastico e i lavoratori della conoscenza a sottoscrivere l’iniziativa.

La posizione del sindacato parte dall’idea che l’educazione sessuale e affettiva non debba essere considerata un’attività marginale rispetto alla funzione della scuola. Limitare la possibilità di affrontare questi argomenti, sostiene la FLC CGIL, potrebbe lasciare ragazze e ragazzi maggiormente esposti a fonti prive di una mediazione educativa adeguata, a partire dai social network fino ai contenuti pornografici disponibili online.

Il sindacato aveva contestato la legge già durante l’iter parlamentare, richiamando anche due principi centrali nell’ordinamento scolastico: l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento.

Secondo questa impostazione, le scuole dovrebbero poter progettare, sulla base dei bisogni delle proprie comunità, percorsi inseriti nel Piano triennale dell’offerta formativa e dedicati alla conoscenza del corpo, alle emozioni, al consenso e alla costruzione di relazioni rispettose.

Famiglie, autonomia e diritto alla salute: il punto di equilibrio

Il confronto, inevitabilmente, presenta posizioni differenti. Da una parte c’è l’esigenza di assicurare alle famiglie informazione preventiva e possibilità di scelta su attività che riguardano una dimensione particolarmente sensibile della crescita. Dall’altra emerge la richiesta di non restringere eccessivamente lo spazio educativo della scuola e di garantire agli adolescenti informazioni affidabili, competenti e adeguate all’età.

I dati di ANLAIDS aggiungono a questo confronto un elemento concreto: la domanda degli studenti esiste.

Il progetto dell’associazione, attivo dal 1993 nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, prevede incontri gratuiti realizzati da operatori formati – medici infettivologi, psicologi, biologi, infermieri, sessuologi ed educatori – utilizzando anche strumenti multimediali, circle time, storytelling, giochi di ruolo e, in alcuni casi, peer education.

I risultati dei questionari indicano che interventi di questo tipo possono produrre cambiamenti misurabili almeno sul piano delle conoscenze e dello stigma legato all’HIV.

Rimane dunque aperto il nodo politico ed educativo: come conciliare il ruolo delle famiglie, l’autonomia della scuola e il bisogno degli adolescenti di ricevere risposte attendibili?

Con le 500mila firme annunciate dalla campagna referendaria e con l’applicazione della nuova legge nelle scuole, il tema è destinato a rimanere al centro del confronto. Ma i numeri raccolti tra gli studenti suggeriscono un punto dal quale difficilmente si potrà prescindere: mentre gli adulti discutono su chi e come debba educare alla sessualità e all’affettività, ragazze e ragazzi stanno già cercando quelle risposte.

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