Competenze non cognitive, boom di adesioni: quasi 1.500 scuole nella sperimentazione. Un segnale che non può essere ignorato

Sono quasi 1.500 le istituzioni scolastiche che hanno chiesto di partecipare alla sperimentazione nazionale sulle competenze non cognitive e trasversali prevista dalla legge 22/2025. Una su cinque. Un dato che va ben oltre le aspettative e che rende questa iniziativa una delle sperimentazioni più partecipate nella storia della scuola italiana.

Le candidature formalmente presentate sono 596, ma molte di esse provengono da reti di scuole: complessivamente sono coinvolte 1.491 istituzioni scolastiche. Alcune reti arrivano a comprendere oltre 90 scuole. Se si considera che le istituzioni scolastiche statali autonome sono circa 7.600, le scuole che hanno manifestato interesse rappresentano circa il 20% del totale nazionale: in pratica, una scuola su cinque ha chiesto di partecipare alla sperimentazione (e lo ha fatto senza conoscere “le regole del gioco”, il che indica un interesse profondo).
Un’adesione così ampia testimonia l’interesse delle comunità professionali per un tema che riguarda il cuore della missione educativa: la formazione integrale della persona e lo sviluppo di quelle competenze – spesso definite anche socio-emotive o “life skills” – che incidono sul successo formativo, sul benessere e sulla capacità di affrontare la complessità del mondo contemporaneo.

Il dato assume ancora più rilievo se confrontato con altre sperimentazioni nazionali del passato, che pur sostenute da forti campagne istituzionali non avevano raggiunto numeri paragonabili. Per questo il risultato rappresenta anche un importante successo per il Ministero dell’Istruzione e del Merito. La legge 22/2025 ha intercettato un bisogno reale e diffuso nelle scuole italiane, riuscendo a mobilitare una parte significativa del sistema scolastico attorno a un progetto di innovazione educativa.

Ora però si apre la fase più delicata: quella della formazione dei docenti e dell’accompagnamento delle scuole. La legge prevede infatti un Piano straordinario triennale di formazione che dovrà garantire a tutti un quadro teorico comune. Ma la parte più significativa della sperimentazione sarà quella affidata direttamente alle scuole, chiamate a sviluppare percorsi di ricerca-azione, documentare le esperienze, sperimentare metodologie innovative e valutarne gli effetti sugli apprendimenti e sulla crescita degli studenti.

È proprio qui che si giocherà il successo dell’intera operazione. Perché una sperimentazione di questa portata non può essere sostenuta soltanto dalla buona volontà delle scuole. Servono risorse dedicate per consentire ai collegi docenti di progettare, monitorare, documentare e valutare i percorsi avviati, anche attraverso il coinvolgimento di università, enti di ricerca e soggetti qualificati per la formazione.

La formazione ministeriale comune potrà offrire alle scuole una cornice culturale e metodologica condivisa. Tuttavia, il vero valore aggiunto della sperimentazione risiederà nelle attività di ricerca-azione che le scuole saranno chiamate a realizzare sul campo, adattando principi e modelli alle specificità dei propri contesti educativi. È da questo lavoro diffuso di sperimentazione, osservazione e documentazione che potranno emergere pratiche efficaci e indicazioni utili per le future scelte di politica scolastica.

Dopo anni caratterizzati da consistenti investimenti nazionali ed europei nel sistema scolastico, sarebbe difficile comprendere l’assenza di adeguati finanziamenti proprio su una sperimentazione che punta a incidere sulle competenze che sempre più studi internazionali considerano decisive per il successo personale, sociale e professionale delle nuove generazioni. Se si vuole che la ricerca-azione prevista dalla normativa produca risultati concreti, occorre che le scuole dispongano rapidamente delle risorse necessarie per organizzare il lavoro, coinvolgere esperti e documentare gli esiti.
Va infine ricordato che il numero delle istituzioni scolastiche effettivamente ammesse alla sperimentazione potrebbe risultare inferiore rispetto alle circa 1.500 scuole oggi potenzialmente coinvolte. Le candidature sono infatti al vaglio della commissione ministeriale incaricata di valutare i progetti presentati e di autorizzare la partecipazione. Anche qualora il numero finale dovesse ridursi sensibilmente, il dato politico e culturale resta di grande rilevanza: raramente una sperimentazione volontaria ha registrato una manifestazione d’interesse così ampia da parte delle scuole italiane.

Le scuole hanno già lanciato un messaggio chiaro. Ora tocca alle istituzioni creare le condizioni affinché questa straordinaria mobilitazione possa tradursi in un reale laboratorio di innovazione educativa per l’intero Paese.

Ospitiamo un intervento di Damiano Previtali che approfondisce l’argomento.

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