Si conclude un altro anno di politiche scolastiche del Governo/1

Ogni anno il Ministro emana un atto di indirizzo con il quale indica le priorità del dicastero; anche per il 2026 si è trattato di un consistente documento che è andato ben oltre al prospettare una visione generale, ma ha toccato un po’ tutte le problematiche che interessano il sistema scolastico. Ad anno concluso sarebbe interessante proporre non proprio un bilancio di tali attività, perché richiederebbe una disamina troppo approfondita, quanto una raccolta di elementi che qualificano l’attività del governo.

Quest’anno si può dire che sia stato il PNRR il principale protagonista dei cambiamenti che dovevano interessare il nostro sistema scolastico; il programma europeo affidato al governo nazionale, che avrebbe potuto realizzarlo attraverso un processo più partecipato, mentre ha colto l’occasione per centralizzare ancora di più le diverse azioni, contraddicendo il trend sull’autonomia delle scuole e dei territori che pur a fatica la nostra legislazione aveva intrapreso. Un tale comportamento soprattutto dettato da ragioni burocratiche e di controllo del processo, ha limitato l’utilizzo a pieno delle risorse finanziarie e creato difficoltà nei progetti con i comuni ai quali compete la gestione di certi servizi soprattutto destinati all’infanzia ed al primo ciclo dell’istruzione.

L’atto di indirizzo parla di rilanciare l’autonomia delle istituzioni scolastiche, ma ad esse è data la possibilità di aderire ai bandi ministeriali, dall’innovazione didattica, alla formazione del personale, dall’efficienza amministrativa, fino all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Ogni atto delle scuole trova un dispositivo tecnologico messo in campo dal ministero che in questo modo vincola non solo le procedure ma anche le scelte, così come il dimensionamento delle unità scolastiche è avvenuto sotto il controllo del ministero, anziché con il coinvolgimento delle regioni, senza peraltro risolvere il problema del superamento delle reggenze del personale direttivo.

La richiesta del PNRR era anche nella direzione del potenziamento dell’orientamento, realizzato d’intesa con le università, con l’individuazione di una figura speciale, retribuita, tra il personale docente, della revisione dell’istruzione tecnica e professionale, che ha trovato attuazione nel 4+2, valorizzando anche gli istituti professionali statali ed un miglior rapporto con i centri regionali fino a raggiungere il “doppio canale” con il supporto del ministero del lavoro. Il 2 indicato in precedenza corrisponde alla valorizzazione degli ITS academy quali percorsi di istruzione superiore altamente professionalizzanti.

Il miglioramento del canale professionale ha lasciato indietro la revisione degli istituti tecnici, che appaiati ai licei rischiano di diventare a loro volta una seconda opportunità, non solo ma le recenti modifiche arrecate ad un primo provvedimento, lasciando meno spazio alla flessibilità del curricolo locale, per garantire maggiore stabilità alle cattedre, come vorrebbero anche gli ambienti aziendali che pensano ad una scuola tecnica per dare risposte alla carenza di mano d’opera nei diversi territori.

Un grosso sforzo è stato prodotto nella revisione delle Indicazioni Nazionali del primo ciclo, di cui non si è ben capito se vi fosse reale necessità, o forse perché si intendeva invertire la tendenza delle precedenti impostando un curricolo tutto nazionalista e identitario. Anche per quanto riguarda le nuove indicazioni per i licei, si tratta di aggiornare soprattutto i contenuti, senza aver ben deciso se il liceo è una scuola di formazione generale (classico, scientifico) o vocazionale (musicale, artistico, made in Italy).

Il sistema migliora se si finanzia il pluralismo, offrendo alle famiglie maggiore possibilità di scelta ed alle scuole paritarie una presenza più significativa, ma anche se si riduce il divario territoriale, con interventi economici soprattutto per il recupero delle competenze di base ed altre azioni educative anche nel periodo di vacanza, il che ha ridotto la dispersione, ma rimane un sistema a macchie di leopardo. E questo lo si vede anche per quanto riguarda l’esame di maturità che si è voluto riportare ad accertamenti disciplinari, mentre dalle testimonianze di candidati e commissari si ha l’impressione di condividere un rito di passaggio che fa leva sulla presentazione dello studente all’inizio del colloquio: forse sarà questa dimensione esperienziale, valorizzando anche attività realizzate fuori dalla scuola, l’elemento strategico dell’esame stesso, che comprenda il merito della persona più che dello studente.

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