Competenze non cognitive: chi educa davvero alle emozioni?
La legge n. 22 del 19 febbraio 2025 mette in moto, a decorrere dall’anno scolastico 2025/2026, le così dette “soft skills” appellandosi alla concessa possibilità delle scuole di fare ricerca e sperimentazione come previsto dalla legge sull’autonomia delle istituzioni scolastiche. Forse è bene sottolineare che tale libertà prevedeva la possibilità per le scuole di avviare iniziative autonome dal basso, mentre qui si tratta di un progetto ministeriale rivolto a tutte le istituzioni di ogni ordine e grado.
Mi ha piacevolmente sorpreso la prof.ssa Annamaria Morganti, forse poco intesa, per le puntuali riflessioni. La prima, centrale, è che non sono per nulla sufficienti teorie e parole. Sono indispensabili persone competenti e complete che possano trasmettere tali perizie. Persone “competenti e complete” suppongono una complessità formativa non facile da conseguire, perché le variabili sono tante e per nulla facili da combinare nel concreto, quindi rare o solo teoricamente possibili, spesso solo auspicabili. Le competenze affettive, le non cognitive, non sono comunque un mondo a parte, sono un unicum con le competenze cognitive, rappresentano in senso olistico l’essere umano, il buon equilibrio è conquista, nel tempo, che combina armonicamente geni ed esperienze.
Non si tratta in alcun modo di ipotizzare ore aggiuntive d’insegnamento, spazi educativi specifici a parte, sono apprendimenti trasversali, sono l’educare che spesso è stato trascurato, privilegiando essenzialmente il sapere, le conoscenze, il cognitivo. Educo la mente, trascuro lo spirito.
In sostanza non mi interessa più di tanto cosa tu possa provare o sentire nel tuo intimo, quali possano essere le tue difficoltà, le tue aspettative, le tue idee, caro alunno! Voglio sapere quanto sai e quindi, se hai studiato e quanto hai studiato.
Per il vero se l’aspetto cognitivo, strettamente disciplinare, l’ha fatta da padrone nelle nostre scuole, richiamando lontani messaggi illuministici (Cartesio*), è pur vero che il rigore, l’applicazione, l’ordine mentale, le follie di Vittorio Alfieri, del suo “Volli, sempre volli…” hanno dato eccome, anche competenze di natura emotiva. Tutto il periodo romantico risorgimentale e post hanno trasmesso, con scritti e letture ed esempi di eccellenti figure di docenti quali la storica “Maestrina dalla penna rossa”, lo spirito, quantomeno, dell’impegno, del sacrificio e della correttezza agli alunni. L’amor di patria, la famiglia, il focolare domestico, tutte cose oggi che sanno di antico, hanno dato il senso del dovere e del limite, una formazione, che certamente trascurava le singole individualità, anche perché si riteneva che i bambini o i giovani fossero tutti uguali. Andare a scuola era allora un privilegio per pochi e questo presupponeva il doversi adattare, piegarsi al sistema, alle regole spesso rigide, altrimenti si veniva esclusi. Un quattro veniva sentito come un pugno nello stomaco, una cosa di cui vergognarsi e di molto, altrettanto disdicevole era il copiare dal compagno.
A guardar bene, il punto, a mio avviso nodale, è che in passato scuola e società parlavano una stessa lingua, la scuola aveva un elevato significato e gli insegnanti venivano stimati e rispettati, si sapeva che avere un titolo di studio faceva la differenza, garantiva in genere un impiego fisso, stima sociale e apriva a possibili agiatezze. Sino agli anni Settanta circa fare l’insegnante era un’impresa, nelle scuole medie, così allora si chiamavano, come per le superiori oltre alla laurea, bisognava superare ben due esami di Stato per accedere alla docenza e per taluni, particolarmente eccellenti, era possibile persino l’accesso alla carriera universitaria, la libera docenza, che si otteneva confrontandosi con le figure più eminenti della cultura del momento.
Oggi sembra siano trascorsi anni luce, eppure storicamente è un nulla poco più di mezzo secolo, e usi, costumi, l’economia, gli adulti e i giovani sono profondamente mutati e di certo complessivamente in meglio. Ben niente è rimasto di quella scuola se non sdruciti lacerti ormai privi quasi di significato, ma talora mantenuti lì, perché non si sa cosa si potrebbe fare di altro.
In tale arco di tempo è veramente cambiato il mondo, è sparita la umile e dominante società agricola, si è imposta l’economia di mercato, diffuso un buon livello di benessere collettivo, si è allungata e di molto l’aspettativa di vita. Si notano, comunque al momento, un certo disorientamento e la difficoltà di rintracciare un senso complessivo unificante, si annaspa cercando solidi appigli, in un momento storico che propone, in più, continui e rapidi cambi di rotta e mette in discussione, facendoli vacillare, solide precedenti certezze e punti di riferimento.
La Carta Costituzionale, chiamata, di sovente, in causa, pur se anch’essa qualche annetto l’ha fatto, fortunatamente li offre, la scuola si è aperta a tutti, include e non allontana si sforza di dare a ciascuno il suo, perché Marco e Andrea non sono la stessa persona.
Pur tuttavia da un bel po’, rincorrendo affannosamente i più deboli, essa abbassa il livello formativo generale, trascura stoltamente i migliori, non è spesso in grado di offrire una trasversalità formativa di base (soft skills) decisamente indispensabile per vivere, anche con senso di avventura, la complessità del mondo contemporaneo. Le mescolanze etniche e culturali sono ormai una realtà, i media, internet, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale hanno aperto orizzonti inesplorati e per taluni infidi. Così non sempre le tante parole si traducono in fatti, le soluzioni sono spesso inidonee, scarseggiano, nelle nostre scuole, persone veramente competenti che sappiano e vogliano essere Maestri ed esempi di vita.
E’ proprio vero le abilità sul piano emotivo si apprendono da adulti equilibrati, siano costoro genitori o insegnanti.
Carducci era uomo competente sul piano emotivo? Per l’epoca lo era eccome, forse non del tutto per i nostri tempi, ma……
Ecco allora che le tante parole non di rado si traducono in nulla, sono soltanto teoria, sperimentazione talora molto discutibile e improvvisata, priva di un retroterra culturalmente significativo, di una idea d’insieme che la sorregga e di un oltre che la illumini. Per altro il termine sperimentazione rimane ingombrante in ambito scolastico, la scuola non è un gabinetto scientifico dove si mescolano ingredienti per vederne l’effetto, parliamo di ragazzi e forse è preferibile non sperimentare ma, eventualmente, fare innovazione e verificarne accuratamente la ricaduta.
Quindi parlare di competenze emotive è possibile se c’è chi, competente, le trasmette ma, cosa ancora più rilevante, dovremmo essere tutti concordi su quali siano le buone competenze emotive, inquadrandole in un più vasto progetto generale di doveri, libertà e limiti, sia a casa che a scuola.
C’è da ricordare in conclusione, è doveroso sottolinearlo, che tale perizia emotiva si assorbe principalmente in casa, attraverso genitori “esperti”, perché il 70% del tempo educativo si svolge lì e soltanto il 30% tra i banchi di scuola. E’ del tutto forviante sovraccaricare una struttura educativa che per suo compito completa e affina, eventualmente modula, quanto appreso in casa, amplia l’esperienza concreta di vita in comunità e di relazioni umane, ordina e dà un senso alla conoscenza.
La scuola dovrebbe avere un respiro più alto, assumendo l’onere, non indifferente, di far si che le menti si esercitino nell’apprendere, nel vivere le emozioni, nell’andare oltre, verso la verità e la bellezza, per avventurarsi come fa l’esperto auriga di Platone** che si destreggia sul cocchio, l’anima, trainato da due cavalli, il bianco e nero, ragione e istinto, in un’unificante straordinaria logica spirituale.
* Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio, Adelfi, 2009
**Platone, Fedro, 246 a-b, il mito dell’auriga
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