Riforma dell’istruzione tecnica quinquennale e 4+2: quale conta di più?
Già nella newsletter della scorsa settimana, che ha riservato particolare attenzione all’andamento delle iscrizioni nella scuola secondaria superiore, si è approfondito il caso dell’istruzione tecnica quinquennale, la cui riforma, che costituiva uno dei punti cardine del PNRR scuola del 2022, era (ed è) da molti esperti – si pensi a Romano Prodi e a Mario Draghi – considerata essenziale per il rilancio del sistema economico e imprenditoriale italiano.
Le misure predisposte dal MIM sono state criticate dai sindacati, tanto che il Ministero le ha sospese, almeno per quest’anno. Cogliamo l’occasione per provare a fare chiarezza sul tema. La nostra convinzione, in linea con le osservazioni più volte avanzate dal noto esperto Valerio Ricciardelli sulle nostre pagine, è che la riforma/rilancio dell’istruzione tecnica quinquennale debba essere tenuta ben distinta da quella dell’istruzione professionale realizzata col percorso cosiddetto 4+2.
Si tratta di due profili formativi profondamente diversi, il primo finalizzato a una solida formazione di base generalista nei diversi ambiti tecnologici, il secondo all’acquisizione teorico-pratica di competenze professionali specifiche. Questa chiara distinzione fu alla base, negli anni Sessanta-Novanta dello scorso secolo, del successo dei rispettivi curricoli, giunti a superare il 40% (gli IT) e il 23% (gli IPS) degli studenti di scuola secondaria superiore.
Il fatto è che entrambi i percorsi rispondevano bene alle esigenze di sviluppo della società del tempo: la formazione di quadri direttivi intermedi per le imprese del settore metal-meccanico e agro-industriale, nonché di professional autonomi (ragionieri, geometri, periti agrari ecc.) da una parte, e quella di operai specializzati dall’altra.
Quello che manca attualmente (ma per la verità è mancato in Italia fin dall’inizio del XXI secolo) è un chiaro disegno strategico di sviluppo economico paragonabile a quello dello scorso secolo. Scarsa lungimiranza della classe politica e spinte corporative (oltre che fattori di carattere internazionale) sono all’origine della stagnazione della nostra economia, e il sistema politico, malgrado la stabilità del governo nella corrente legislatura, non sembra in grado di sfruttare le opportunità di sviluppo offerte dal PNRR.
Proviamo a definire alcune misure che in ogni caso, col governo attuale o con il prossimo, ci sembrerebbero necessarie:
– Più chiara distinzione tra gli IT e i percorsi 4+2: quinquennali i primi, quadriennali (+2) i secondi con un diploma alla fine del quarto anno non equivalente alla maturità, quindi non utile per l’iscrizione all’università: è stato un errore stabilire questa equivalenza perché svaluta il percorso quinquennale e consente di iscriversi all’università giovani con preparazione insufficiente.
– Forte accentuazione della dimensione digitale degli apprendimenti tecnici, ma anche di quelli di base (matematica, comunicazione), in vista dell’ulteriore digitalizzazione del sistema economico.
– Forti incentivi per l’allocazione presso gli IT di un maggior numero di laboratori e strumentazioni utilizzabili dalla Piccole e Medie Imprese del territorio (esempi: gascromatografi e i macchinari per analisi chimiche, fisiche o meccaniche) per svolgere prestazioni e servizi (anche di tipo formativo) in conto terzi.
– Organico collegamento dell’istruzione tecnica con i trienni universitari (senza escludere l’iscrizione agli ITS Academy) anche prevedendo un esame di maturità personalizzato con l’assegnazione di CFU nelle discipline scelte dallo studente per sostenere l’esame.
Certo, tutto questo presupporrebbe il varo di un grande piano pluriennale di sviluppo economico che offra ai giovani prospettive certe di occupazione qualificata, in modo da frenare, e possibilmente invertire, quella fuga all’estero che negli ultimi anni ha impoverito il nostro Paese. Si può essere sicuri che se prospettive del genere maturassero, le iscrizioni agli Istituti tecnici riprenderebbero a crescere. E anche quelle ai percorsi 4+2, perché i rispettivi obiettivi risulterebbero più chiari per le famiglie e per le imprese.
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