L’educazione ha tempi che l’emergenza non conosce
Ogni fatto di cronaca che coinvolge la violenza, le relazioni tra i giovani o nuove forme di disagio sembra produrre lo stesso esito, ovvero, la richiesta di introdurre una nuova educazione: affettiva, civica, digitale, ambientale, finanziaria. Si tratta di percorsi importanti e, in molti casi, necessari, eppure, mentre il dibattito si concentra sugli aggettivi, sembra essersi affievolita una domanda molto più radicale: che cosa è accaduto all’educazione?
La pedagogia ha sempre considerato tale dimensione come il processo attraverso il quale l’individuo costruisce se stesso all’interno di una comunità. Non è un insieme di moduli né una risposta alle emergenze del momento, è il fondamento sul quale si sviluppano il rispetto, la responsabilità, il senso del limite, la libertà e la capacità di vivere con gli altri. Già Durkheim ricordava che l’educazione rappresenta il mezzo attraverso cui ogni società trasmette alle nuove generazioni il patrimonio di valori indispensabile alla convivenza, dunque, si tratta innanzitutto di formare individui capaci di vivere responsabilmente all’interno della collettività. Forse il punto è proprio questo, trattare i comportamenti separatamente dimenticando che essi nascono da un unico processo educativo, poiché non si educa soltanto al rispetto delle differenze, alla cittadinanza digitale o alle relazioni affettive, si educa la persona: se quel processo è fragile, ogni intervento successivo rischia di affrontare soltanto le conseguenze.
Le ragioni di questa fragilità sono certamente molteplici, ma una appare particolarmente evidente: si vive immersi nella cultura dell’immediatezza. Tutto deve essere rapido, le informazioni, le opinioni, le relazioni, perfino i conflitti; si reagisce prima di comprendere, si risponde prima di ascoltare, si giudica prima di riflettere. I social network hanno certamente accentuato questa dinamica, ma non l’hanno generata ed è ormai un fenomeno che attraversa trasversalmente il lavoro, la politica, la famiglia, il linguaggio pubblico e gran parte della nostra quotidianità.
L’educazione, invece, procede in direzione opposta, richiede tempo, esercizio, continuità, chiede di imparare ad attendere, ad argomentare, a confrontarsi, ad accettare il limite e perfino la frustrazione, in altre parole, richiede tutto ciò che la cultura dell’immediatezza tende progressivamente a scoraggiare. Se questa è la direzione nella quale si muove la società, diventa difficile immaginare che la scuola possa invertire, da sola, una tendenza tanto profonda. Per anni le sono stati progressivamente affidati compiti sempre nuovi, fino a trasformarla nel luogo chiamato a compensare fragilità che hanno origine ben oltre i suoi confini. Ogni emergenza sociale si è tradotta nell’introduzione di un nuovo intervento educativo, come se fosse possibile ai docenti ricostruire in aula ciò che, nel frattempo, si è indebolito nel tessuto culturale, relazionale e civile della società. È una prospettiva che rivela una certa miopia, perché la crisi educativa che attraversiamo non nasce di certo nella scuola e, proprio per questo, non può essere risolta esclusivamente dalla scuola.
Per questo sarebbe riduttivo continuare a considerarla come l’unico spazio di azione educativa chiamato a risolvere una crisi che appartiene all’intera società, di certo non può sostituirsi alle famiglie, alle istituzioni, ai mezzi di comunicazione, al mondo del lavoro e, più in generale, alla responsabilità degli adulti. Non si intende, con questo, ridimensionarne il ruolo, al contrario, si vuole ribadirne il valore senza attribuirle una responsabilità che nessuna istituzione potrebbe mai sostenere da sola.
Se una società perde progressivamente il senso del tempo, del limite, della responsabilità e della coerenza, la scuola può certamente contrastare queste tendenze, offrire strumenti critici e modelli culturali alternativi, ma non può invertire un processo che continua a essere alimentato quotidianamente dal linguaggio pubblico, dalle relazioni sociali, dai modelli culturali, dai media e dagli stessi comportamenti degli adulti. È forse qui che emerge la domanda più scomoda: siamo davvero credibili quando parliamo di educazione? Troppo spesso si ritiene che il semplice fatto di ricoprire un ruolo educativo renda automaticamente autorevoli, ma l’autorevolezza non nasce dalla professione esercitata, nasce dalla coerenza. I ragazzi osservano gli adulti molto prima di ascoltarne le parole, se il linguaggio pubblico è aggressivo, se nei luoghi di lavoro prevalgono conflittualità e individualismo, se il rispetto viene sacrificato alla competizione, diventa difficile chiedere alle nuove generazioni di incarnare valori che gli adulti stessi faticano a testimoniare.
Dunque, l’educazione non riguarda soltanto chi insegna, riguarda ciascuno di noi e, seppur a taluni possa risuonare scontato, sarebbe forse necessario immaginare una nuova stagione di educazione permanente, non intesa come semplice aggiornamento professionale, ma come occasione di crescita personale e civile per tutti coloro che riconoscono l’evidenza di questo fenomeno. Enti locali, università, associazioni culturali, realtà del terzo settore potrebbero promuovere spazi di confronto dedicati alla comunicazione, alla gestione del conflitto, all’ascolto, al dialogo e alla riflessione sui valori della convivenza, non perché gli adulti siano incapaci di educare, ma perché in una società che cambia rapidamente, anche l’identità personale e sociale necessita continuamente di essere ripensata, coltivata e rafforzata.
Probabilmente, è proprio questa la sfida educativa del nostro tempo: non aggiungere un’altra educazione all’elenco, ma restituire centralità all’educazione in sé. Del resto, è difficile trovare qualcuno che, almeno una volta, non abbia concluso una conversazione con un’espressione tanto semplice quanto significativa: “Manca l’educazione”. È un’affermazione che appartiene ormai al linguaggio comune e che, proprio per questo, merita forse di essere presa sul serio, perché prima dell’educazione affettiva, civica, digitale e di ogni altra legittima declinazione sull’etica o sul rispetto, esiste già una parola che le comprende tutte e ne costituisce il fondamento che, oggi più che mai, sembra essersi fatto fin troppo fragile. Per tutti.
*Docente di Scuola secondaria di II grado
Socio Onorario ANPE
Editor e curatrice rivista “Professione Pedagogista”
Recentemente ha pubblicato l’articolo: Post-umanesimo e declino delle competenze critiche: una questione pedagogica, in “Professione Pedagogista”, (1), maggio 2026
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