Il grande paradosso: meno studenti scelgono tecnici e professionali, ma le imprese non trovano i tecnici

È a questo punto che emerge una delle contraddizioni più evidenti.

Mentre gli studenti dell’area tecnico-professionale diminuiscono, le imprese continuano a denunciare crescenti difficoltà nel reperire personale qualificato, soprattutto nelle filiere manifatturiere e tecnologiche.

Secondo il Sistema informativo Excelsior, nel 2025 quasi una assunzione su due (47%) è risultata di difficile reperimento. Le difficoltà sono particolarmente elevate nell’industria, nelle costruzioni e nelle professioni tecniche, dove spesso manca il numero di candidati necessari oppure le competenze richieste. 

Naturalmente sarebbe semplicistico stabilire un rapporto automatico di causa-effetto. Sul cosiddetto mismatch incidono anche salari, qualità del lavoro, distribuzione territoriale delle imprese, organizzazione produttiva e politiche industriali.

La contemporanea presenza di questi fenomeni, tuttavia, pone una domanda che non può essere elusa.

Perché diminuiscono proprio gli studenti dei percorsi che dovrebbero formare le professionalità maggiormente richieste dal sistema produttivo?

A rendere ancora più significativa la lettura dei dati sull’istruzione tecnica e professionale è il confronto con un altro indicatore strutturale del nostro Paese: quello dei NEET, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Secondo l’ISTAT, nel 2024 in Italia i NEET rappresentavano ancora il 15,2% della popolazione di riferimento, una quota nettamente superiore alla media dell’Unione europea, scesa all’11%. Il fenomeno presenta inoltre una fortissima caratterizzazione territoriale: mentre nel Nord interessa circa un giovane su dieci e nel Centro poco più di uno su otto, nel Mezzogiorno coinvolge quasi un giovane su quattro

Sarebbe scorretto stabilire un rapporto diretto di causa-effetto tra il calo delle iscrizioni agli istituti tecnici e professionali e l’elevato numero di NEET. I fattori che determinano l’inattività giovanile sono molteplici. Tuttavia la contemporanea presenza di tre fenomeni – la riduzione degli studenti nei percorsi più direttamente collegati al lavoro, la difficoltà delle imprese nel reperire personale tecnico qualificato e la persistenza di un numero così elevato di giovani inattivi, soprattutto nel Mezzogiorno, che vede restringere ulteriormente il bacino dal quale potrebbero arrivare le competenze necessarie per sostenere lo sviluppo locale – rappresenta un segnale che non può essere ignorato. Più che una semplice coincidenza, sembra indicare la debolezza della filiera che accompagna i giovani dalla scuola alla qualificazione professionale e dalla qualificazione al lavoro.

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