Caldo a scuola, FLC CGIL: ‘Se mancano le condizioni di sicurezza, non inizino le lezioni’
Il problema è noto e i numeri aiutano a comprenderne le dimensioni. Secondo come abbiamo riportato più volte nella nostra inchiesta, circa 9 edifici scolastici su 10 sono privi di impianti di condizionamento. Un dato che assume un peso particolare quando l’inizio dell’anno scolastico coincide con giornate caratterizzate da temperature molto elevate. Aule affollate, edifici datati, ventilazione non sempre sufficiente e molte ore consecutive trascorse negli stessi ambienti trasformano così il caldo da semplice disagio in una questione che investe il benessere degli studenti e del personale, ma anche le condizioni nelle quali si insegna e si apprende.
FLC CGIL: “Se le temperature sono troppo alte, non inizino le lezioni”
A porre la questione sul terreno della sicurezza è Gianna Fracassi, segretaria generale della FLC CGIL. “Se non ci sono le condizioni per rispettare il decreto 81 su salute e sicurezza e le temperature sono troppo alte in classe, non inizino le lezioni”, ha dichiarato all’ANSA. Per Fracassi “non è possibile fare scuola a queste condizioni”, soprattutto nei territori nei quali trascorrere “5-6 ore in classe in 20-30 persone” può diventare particolarmente difficile. Il riferimento è al decreto legislativo 81/2008, il Testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, applicabile anche agli ambienti scolastici.
La richiesta del sindacato non è dunque soltanto quella di intervenire sul calendario. Il punto è stabilire quali condizioni ambientali debbano essere garantite affinché studenti e lavoratori possano permanere negli edifici scolastici senza che temperature eccessive compromettano salute, benessere e attività didattica.
Valditara: 20 milioni alle scuole per il raffrescamento
Dal Ministero dell’Istruzione e del Merito arriva una prima risposta. Il ministro Giuseppe Valditara ha annunciato un contributo da 20 milioni di euro destinato alle istituzioni scolastiche per l’acquisto di apparecchi e dispositivi per il raffrescamento. L’obiettivo dichiarato è quello di “migliorare le condizioni e il comfort per gli studenti e il personale scolastico”.
Le risorse, ha spiegato Valditara a La Nuova Sardegna, saranno assegnate sulla base delle richieste provenienti dagli enti locali, chiamati a individuare le situazioni nelle quali intervenire e le modalità di utilizzo dei contributi.
Ma lo stesso ministro riconosce che l’acquisto di dispositivi di raffrescamento non può esaurire il problema. Il MIM starebbe infatti lavorando a un piano più ampio per l’efficientamento energetico degli edifici scolastici, con interventi infrastrutturali destinati a garantire condizioni ambientali adeguate nel lungo periodo.
Un passaggio che riporta al centro una questione di competenze e responsabilità: sugli edifici scolastici intervengono infatti Comuni, Province e Città metropolitane, ciascuno per gli immobili di propria competenza. Senza un coordinamento tra amministrazione centrale ed enti territoriali, il rischio è che gli interventi procedano a velocità molto diverse da territorio a territorio.
Rinviare l’inizio delle lezioni? Le Regioni possono intervenire
Sul tavolo resta anche l’ipotesi più immediata: spostare l’avvio delle lezioni nelle zone maggiormente colpite dal caldo. Valditara ha ricordato che le Regioni hanno competenza sul calendario scolastico e possono quindi intervenire sulle date di apertura e chiusura delle scuole e sulla distribuzione delle pause nel corso dell’anno. Resta però un vincolo: deve essere garantito il numero minimo previsto di giorni di lezione. Il rinvio, dunque, è tecnicamente possibile. Ma può essere considerato una soluzione?
È proprio su questo punto che interviene anche la UIL Scuola. Il segretario generale Giuseppe D’Aprile considera l’eventuale posticipo di alcuni giorni, con successivo recupero, una possibile “soluzione tampone”, insufficiente però di fronte a un fenomeno che sta assumendo caratteristiche strutturali. Il cambiamento climatico, osserva il sindacato, sta infatti estendendo i periodi di caldo intenso a mesi nei quali le scuole sono normalmente aperte. Le conseguenze riguardano la salute e il benessere, ma anche la capacità di concentrazione e di apprendimento degli studenti e le condizioni di lavoro del personale.
Edifici pensati per un clima che sta cambiando
È probabilmente questo il nodo che va oltre l’emergenza di settembre. Una parte consistente del patrimonio edilizio scolastico italiano è stata progettata decenni fa, in condizioni climatiche differenti dalle attuali. Secondo i dati richiamati dalla UIL Scuola, circa sei edifici su dieci risalgono a prima del 1975. E la nostra indagine sulla diffusione degli impianti di condizionamento restituisce un quadro ancora più netto: circa il 90% degli edifici ne sarebbe sprovvisto. Installare condizionatori può rappresentare una risposta immediata, ma difficilmente può costituire da sola una strategia di lungo periodo. La questione riguarda anche isolamento termico, schermature solari, ventilazione, qualità degli infissi, presenza di spazi verdi, consumi energetici e, più complessivamente, la capacità degli edifici di adattarsi a temperature più elevate.
C’è poi un’altra domanda: che cosa accade alle scuole collocate nei territori e negli enti locali con minori disponibilità economiche e tecniche? Se l’adattamento climatico degli edifici procederà prevalentemente attraverso interventi locali e non attraverso una programmazione organica, il rischio è di aggiungere una nuova disuguaglianza alle molte già esistenti nel sistema scolastico italiano.
Le petizioni di docenti e genitori
Nel frattempo la protesta si muove anche fuori dalle organizzazioni sindacali. In Campania una docente di scuola superiore ha promosso una petizione chiedendo alle istituzioni di posticipare l’avvio delle lezioni o di intervenire sulla climatizzazione delle aule. “Il persistere di questo caldo mette a repentaglio il benessere psicofisico di tutta la comunità scolastica”, sostiene l’insegnante, chiedendo provvedimenti in presenza di condizioni termoigrometriche considerate non adeguate.
Una richiesta analoga è arrivata anche da una madre di Palermo, che ha sintetizzato così la preoccupazione di molte famiglie: “I nostri figli vanno a scuola per imparare, non per soffrire”. Petizioni e richieste di rinvio raccontano un disagio reale. Ma evidenziano anche il limite delle risposte emergenziali: spostare di qualche giorno l’inizio delle lezioni può evitare le temperature più elevate di una determinata settimana, non rende però gli edifici più preparati alle prossime ondate di calore.
Non solo condizionatori: quale scuola per un clima diverso?
Il fondo da 20 milioni annunciato dal Ministero rappresenta dunque un primo intervento, ma apre inevitabilmente altre domande. Quanti edifici potranno essere interessati? Con quali criteri saranno individuate le priorità? E soprattutto: come si inserirà questa misura in un piano strutturale di riqualificazione del patrimonio scolastico? Perché la questione non riguarda soltanto settembre. Temperature elevate possono ormai interessare anche maggio e giugno, quando studenti e personale sono ancora nelle aule. E affidarsi ogni anno alla possibilità di anticipare la chiusura o posticipare l’apertura rischierebbe di trasformare il calendario scolastico nell’unico strumento di adattamento a un clima che cambia.
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