Nuove Indicazioni Nazionali, Galli della Loggia: ‘Recuperare il nostro passato non è nazionalismo’. Dall’Occidente al Risorgimento, quale storia entra in classe
Le nuove Indicazioni volute dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, introducono diversi elementi destinati a incidere sul lavoro quotidiano degli insegnanti: dal latino opzionale nella scuola secondaria di primo grado al rilancio della scrittura in corsivo, dalla centralità attribuita alla grammatica al pensiero computazionale e all’intelligenza artificiale, fino alla memorizzazione delle poesie, alla geografia di base e all’educazione all’empatia. Per la scuola primaria, tra i testi indicati trova spazio anche la Bibbia. Ma dietro il lungo elenco delle novità c’è una questione più profonda. Le Indicazioni non stabiliscono soltanto che cosa insegnare: delineano anche un’idea di scuola e, inevitabilmente, una gerarchia di conoscenze ritenute essenziali. È su questo terreno che si colloca l’intervento di Ernesto Galli della Loggia, che in un’intervista a ItaliaOggi ha rivendicato la discontinuità introdotta dal nuovo impianto.
“Si torna a un’idea generale di scuola”
Secondo Galli della Loggia, negli anni precedenti avrebbe prevalso una sorta di “liberi tutti”, con le singole scuole lasciate libere di muoversi secondo impostazioni differenti. Le nuove Indicazioni segnerebbero invece il ritorno a “un’idea generale di scuola che fa da guida e indirizzo”. Un’affermazione che tocca uno dei nodi più delicati del sistema di istruzione: il rapporto tra una cornice culturale nazionale e l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Quanto deve essere definito a livello centrale ciò che uno studente dovrebbe conoscere al termine del primo ciclo? E quanto spazio deve invece essere lasciato alle scuole, ai territori e alla progettazione degli insegnanti? Le Indicazioni Nazionali, per loro natura, non sono programmi ministeriali nel senso tradizionale del termine. Definiscono riferimenti, obiettivi e traguardi entro i quali le scuole costruiscono il proprio curricolo. Proprio per questo il nuovo impianto sarà misurato anche sulla capacità di fornire una cornice comune senza trasformarla in una sequenza rigida di contenuti.
Storia, torna al centro l’Occidente
È soprattutto sull’insegnamento della storia che il confronto assume una dimensione culturale e politica. Galli della Loggia respinge l’interpretazione secondo la quale le nuove Indicazioni proporrebbero una scuola di impronta nazionalista. L’obiettivo, sostiene, è piuttosto recuperare il passato italiano e restituire spazio ai “valori della nostra civiltà”.
La scelta di attribuire maggiore centralità alla storia occidentale viene motivata anche con un problema molto concreto: il tempo scolastico è limitato e non consente di affrontare con la stessa profondità tutte le civiltà. Da qui la priorità assegnata all’Occidente, definito dallo storico “la civiltà che ha dominato il nostro mondo per quindici secoli”. Ed è precisamente su questo passaggio che si concentra una parte delle critiche. Tomaso Montanari, tra gli studiosi intervenuti nel dibattito, ha contestato alle nuove Indicazioni un’impostazione eurocentrica. Galli della Loggia respinge però l’accusa, definendo quella di Montanari “un’opposizione politica, pregiudiziale” e sostenendo che diverse obiezioni formulate contro il documento finiscano per scontrarsi con il “senso comune”.
Il nodo: quale storia per classi sempre più plurali?
La contrapposizione tra “Occidente” e “altre civiltà”, tuttavia, rischia di non esaurire la questione con la quale dovranno confrontarsi gli insegnanti. Riconoscere agli studenti gli strumenti per comprendere le radici storiche, politiche e culturali della società nella quale vivono è una delle funzioni dell’insegnamento della storia. Allo stesso tempo, le classi italiane sono oggi attraversate da provenienze, culture e storie familiari differenti. La sfida didattica diventa allora tenere insieme i due piani: fornire una solida conoscenza della storia italiana ed europea senza perdere la dimensione delle relazioni, degli scambi e dei conflitti che hanno continuamente collegato l’Europa al resto del mondo.
Non è soltanto una questione di quantità di pagine da dedicare a una civiltà rispetto a un’altra. È anche una questione di prospettiva: attraverso quali connessioni si racconta il passato e quali strumenti si consegnano agli studenti per interpretare il presente?
Il ritorno del Risorgimento
Tra gli aspetti delle Indicazioni che Galli della Loggia considera più significativi c’è il recupero del Risorgimento, il processo storico che portò alla formazione dello Stato italiano e che, secondo lo storico, sarebbe stato progressivamente marginalizzato nell’insegnamento. Anche in questo caso la questione supera il semplice aumento dello spazio dedicato a un argomento.
Studiare il Risorgimento significa infatti confrontarsi con la costruzione dell’identità nazionale, con le diverse culture politiche che contribuirono all’Unità e con le fratture territoriali e sociali che accompagnarono quel processo. Molto dipenderà, dunque, non soltanto da quanto Risorgimento verrà insegnato, ma da come verrà insegnato. Ed è qui che il ruolo dei docenti resta decisivo: una maggiore attenzione alla storia nazionale può tradursi tanto in una narrazione lineare quanto nell’occasione per sviluppare negli studenti capacità di analisi delle fonti, confronto delle interpretazioni e comprensione della complessità storica.
Studenti stranieri e integrazione
Nell’intervista Galli della Loggia interviene anche sulla questione della presenza degli studenti stranieri nelle classi e sull’ipotesi, sostenuta dal ministro Valditara, di limitare la concentrazione degli alunni che non possiedono un’adeguata conoscenza dell’italiano. Lo storico respinge l’idea che una misura di questo tipo debba essere considerata discriminatoria e pone una domanda: quale vantaggio avrebbero gli studenti stranieri a essere concentrati in classi nelle quali l’integrazione linguistica e culturale risulta più difficile?
È un terreno particolarmente delicato. La distribuzione degli studenti con background migratorio incrocia infatti almeno tre questioni: l’apprendimento dell’italiano, l’effettiva possibilità di integrazione e il rischio di creare scuole e classi caratterizzate da forti concentrazioni e conseguenti fenomeni di segregazione scolastica. Qualunque intervento, pertanto, dovrà misurarsi non soltanto con le percentuali, ma anche con le condizioni concrete dei territori, con la disponibilità di personale e risorse per l’alfabetizzazione linguistica e con la capacità delle scuole di costruire percorsi inclusivi.
Una riforma da misurare nel tempo
Galli della Loggia invita infine a non aspettarsi risultati immediati. Per comprendere gli effetti reali delle nuove Indicazioni sulla scuola e, più in generale, sulla società, sostiene, sarà necessario almeno un ciclo di dieci anni e una continuità nell’indirizzo politico. È forse proprio il fattore tempo uno degli aspetti sui quali si giocherà la partita. Le Indicazioni possono definire una cornice culturale, indicare priorità e modificare gli equilibri tra discipline e contenuti. Ma tra un documento ministeriale e ciò che realmente accade in classe esiste uno spazio decisivo, occupato dalla formazione degli insegnanti, dai libri di testo, dalle risorse disponibili, dalla progettazione dei curricoli e dalle caratteristiche delle singole comunità scolastiche.
Dal 1° settembre il nuovo quadro è formalmente partito. La verifica più importante comincia però adesso, nelle scuole: capire se questa proposta riuscirà a tradursi in apprendimenti più solidi senza comprimere autonomia didattica, pluralità delle interpretazioni e capacità critica degli studenti. Perché la questione, alla fine, non è soltanto quanta storia insegnare, ma quale rapporto con il passato la scuola voglia aiutare le nuove generazioni a costruire.
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