Invalsi 2026, Ricci: ‘Nessun allarme, ma la ripresa post-pandemia non c’è stata’. La sfida ora è capire se le nuove Indicazioni funzioneranno
A pochi giorni dalla presentazione del Rapporto Invalsi 2026 alla Camera dei Deputati, avvenuta lo scorso 16 luglio alla presenza del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il presidente dell’Invalsi Roberto Ricci invita a una lettura prudente dei dati. In un’intervista rilasciata a Italia Oggi, Ricci respinge le interpretazioni più allarmistiche dei risultati delle prove nazionali, pur riconoscendo che la scuola italiana si trova di fronte a una sfida tutt’altro che risolta.
«Il calo è di tre punti in matematica e di uno in italiano. Non parlerei di un dato allarmante, quanto di una sostanziale stabilità. Il punto è che ci aspettavamo una crescita dopo la pandemia, che invece non c’è stata», afferma il presidente dell’Istituto. Parole che aiutano a contestualizzare uno dei dati più discussi del Rapporto: nella scuola primaria diminuisce di circa tre punti percentuali la quota di alunni che raggiunge almeno il livello base in matematica, mentre in italiano la flessione è più contenuta. Numeri che hanno alimentato il dibattito pubblico, ma che, secondo Ricci, non possono essere letti come il segnale di un peggioramento generalizzato degli apprendimenti.
Le cause? Non solo la scuola
Nell’intervista a Italia Oggi, Ricci invita a evitare spiegazioni semplicistiche. Le ragioni della mancata ripresa, osserva, sono molteplici e non possono essere attribuite esclusivamente al lavoro delle scuole. «Le cause sono diverse e, come analisti, non possiamo dare risposte definitive», spiega. Tra i fattori che possono incidere cita una popolazione scolastica sempre più complessa, con l’aumento degli studenti di origine immigrata, ma anche elementi sociali e culturali, come la propensione alla lettura all’interno delle famiglie. La scuola, sottolinea il presidente dell’Invalsi, può certamente contribuire a ridurre i divari educativi, ma non può sostituirsi completamente al contesto nel quale gli studenti crescono.
La verifica sarà sulle nuove Indicazioni nazionali
Tra le possibili leve di miglioramento, Ricci richiama anche il tema della didattica. Pur senza esprimere giudizi preventivi, osserva che sarà importante verificare gli effetti delle innovazioni introdotte dal Ministero. «Probabilmente incide anche il metodo didattico, e qui dovremo vedere come funzionerà nei prossimi anni la nuova didattica per la matematica introdotta con la riforma dei programmi scolastici, così come il rafforzamento della lettura, della grammatica e della scrittura a mano», afferma. Una riflessione che si inserisce nel dibattito aperto dal ministro Giuseppe Valditara, il quale, commentando il Rapporto Invalsi, ha sostenuto che i risultati confermano la bontà della revisione dei curricoli della scuola primaria. Le nuove Indicazioni nazionali, che entreranno in vigore dal prossimo anno scolastico, puntano infatti su un maggiore spazio a grammatica, sintassi, lettura, scrittura manuale e su un diverso approccio all’insegnamento della matematica.
I dati del Rapporto
Le rilevazioni Invalsi 2026 hanno coinvolto oltre 2,4 milioni di studenti: circa 803 mila nella scuola primaria, oltre 520 mila nella secondaria di primo grado, quasi 593 mila nella seconda classe delle superiori e più di 511 mila studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado. La partecipazione ha superato il 90% in tutti gli ordini di scuola, con il 99,7% nella secondaria di primo grado. Tra le novità dell’edizione 2026 figura anche l’estensione della rilevazione delle competenze digitali a tutta la popolazione interessata, dopo la sperimentazione avviata nel 2025 sulle sole classi campione.
Segnali positivi dalle superiori e dalla dispersione implicita
Il Rapporto restituisce anche alcuni elementi incoraggianti. Nella scuola secondaria di secondo grado aumenta la quota di studenti che raggiunge livelli adeguati in matematica, mentre il Mezzogiorno registra miglioramenti particolarmente significativi, pur permanendo i divari territoriali. Prosegue inoltre il calo della dispersione scolastica implicita, cioè degli studenti che terminano il percorso di studi senza possedere competenze di base adeguate: la percentuale scende dall’8,7% del 2025 al 6,3% del 2026. Parallelamente cresce la quota degli studenti che ottengono risultati elevati, passata dal 12,3% al 13,1%.
Oltre gli allarmismi
Il messaggio che emerge dalle parole di Roberto Ricci è chiaro: i dati Invalsi non autorizzano né letture catastrofiche né facili entusiasmi. La fotografia restituisce un sistema scolastico che, dopo lo shock della pandemia, ha mantenuto una sostanziale stabilità ma fatica ancora a imboccare una vera fase di crescita degli apprendimenti. La vera verifica, secondo il presidente dell’Invalsi, arriverà nei prossimi anni. Solo allora sarà possibile capire se le innovazioni didattiche introdotte con le nuove Indicazioni nazionali avranno inciso in modo concreto sulle competenze degli studenti e sulla capacità della scuola italiana di recuperare quel terreno che, finora, non è riuscita ancora a riconquistare.
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