Scuola e politica. La scuola reazionaria della nuova destra

di O.N.

Come abbiamo più volte osservato il baricentro del governo Meloni, scaturito dal successo della coalizione di centro-destra, o meglio destra-centro, nelle elezioni del settembre 2022, si è progressivamente spostato dalla posizione di destra classica (nazional-sovranista, antieuropea, identitaria) che pure era stata sostenuta da Fratelli d’Italia in campagna elettorale, fino a occupare uno spazio più moderato e centrista, lasciando le tradizionali parole d’ordine a Matteo Salvini.

Meloni ha saputo però sempre mantenere l’unità in Parlamento della sua maggioranza di governo, tanto che negli ultimi tempi l’esordiente (in politica) generale Roberto Vannacci, fuoruscito dalla Lega, ha potuto agevolmente rivendicare al suo neonato partito Futuro Nazionale il compito (lui dice la missione) di occupare la posizione di destra-destra abbandonata da Meloni e Salvini.

Alla strategia meloniana di ricollocazione al centro ha certamente contribuito, come abbiamo osservato in diverse occasioni, la visione antigentiliana e personalistica della funzione educativa del ministro Giuseppe Valditara, giurista milanese di solida formazione umanistica, designato per l’incarico governativo da Salvini in quota Lega ma con un passato da parlamentare di Alleanza Nazionale (2001-2013) di stretta osservanza finiana (del Fini che nel 2003 aveva definito il fascismo “male assoluto”).

Se la politica scolastica, come spesso è avvenuto in Italia e all’estero, è un indicatore significativo della politica generale di un governo, va detto che quella guidata da Valditara nei tre anni e mezzo (a ottobre saranno quattro) di vita del governo Meloni ha via via assunto una postura che potremmo definire di conservatorismo liberal-democratico, con una forte caratterizzazione occidentalista, ribadita nel suo recente Manifesto per l’Occidente e nello spazio riservato alla storia e alla cultura di questa parte del mondo nelle nuove Indicazioni per il primo ciclo e in quelle per i licei

Si tratta, potremmo anche definirla così, di una linea riformista moderata, di cui sono prova i tre contratti della scuola sottoscritti con i sindacati, la riconferma del carattere inclusivo della scuola italiana, l’idea guida (da implementare) della personalizzazione della didattica e dei curricoli, e più recentemente la proposta di affiancare con pari dignità tutti i percorsi di scuola secondaria superiore con la comune denominazione di “licei”: un’idea presa in considerazione anche dalla parte dialogante (minoritaria ma propositiva) del PD, almeno stando alla sortita di un suo esponente, Marco Campione, segnalata sul nostro sito.

Anche nell’ipotesi che la destra-destra di Vannacci (Futuro Nazionale) acquistasse una certa consistenza Meloni non avrebbe alcuna convenienza ad inseguirlo su quella strada (che per la scuola significherebbe maggiore selettività, classi differenziali per i disabili, disciplina paramilitare, remigrazione per gli stranieri: un modello di scuola reazionaria). Vorrebbe dire rovesciare la marcia verso il centro di questi anni. Caso mai le converrebbe riequilibrare la sua maggioranza sul versante della sinistra moderata, da Calenda a Picierno, mettendo a frutto politicamente l’incapacità delle opposizioni di darsi un programma e una leadership condivisi, cosa che in passato riuscì soltanto a Romano Prodi, il “Papa straniero” dello schieramento progressista. 

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA