Nuove Indicazioni Nazionali/2. Il nodo della Storia

Riguardo alla storia, il documento della Commissione muove da questa perentoria affermazione, fatta citando il pensiero dello storico Marc Bloch: “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Infatti, si spiega a pagina 68, “Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della Storia ha segnato la nostra”: quella dei Paesi occidentali, a partire da quelli europei, e naturalmente anche quella dell’Italia.

Ma come studiarla? Anche qui si nota una non troppo velata polemica con gli esperti che hanno ispirato le Indicazioni del 2012 e 2018: “Anziché mirare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa”, si legge a pagina 70. “E cioè un insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione narrativa in quanto racconto delle vicende umane nel tempo. La dimensione narrativa della storia è di per sé affascinante e tale deve restare nell’insegnamento, svincolato da qualsiasi nozionismo così come da un inutile ricorso a “grandi temi”, disancorati dall’effettiva conoscenza degli eventi. Non è pertanto necessario che i discenti imparino tutto ciò che di più o meno notevole è avvenuto in ciascuna epoca, bensì che apprendano quanto è stato davvero determinante, in primo luogo nella vicenda storica italiana”.

I ripetuti riferimenti dello studio della Storia (come anche, per altri versi, dell’Italiano) alle radici storico-culturali dell’Occidente e alla formazione delle sue nazioni, tra le quali quella italiana, riflettono con evidenza la linea di pensiero sviluppata nel tempo da Ernesto Galli della Loggia, e difesa con forza in un suo intervento pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 17 gennaio, in risposta alle prime avvisaglie di critiche alla sua impostazione da parte di numerosi storici, tra i quali alcuni che avevano redatto le Indicazioni del 2012-2018. Eccone un passaggio:

Sapere di storia non significa sapere quattro nozioni appiccicate alla bell’e meglio. Significa riuscire a connettere fatti e personaggi di un Paese o di una civiltà, a padroneggiarne un minimo il contesto geografico economico religioso, a saperne lo sviluppo nel tempo. E allora si faccia avanti chi pensa davvero che dei bambini di 8, 9 anni, o anche dei ragazzi di 15, 16 possano spaziare con un minimo di agio dalla Cina al Giappone, dall’America Atzeca e Inca ai regni africani, dall’India del Mogul all’Orda d’oro e all’impero mongolo. Non si può sapere tutto, ahimé, e chi pretende il contrario, chi pretende che a scuola si possano insegnare due millenni di storia mondiale è semplicemente un imbroglione. Ma se dunque è inevitabile scegliere, si può decentemente dubitare, mi chiedo, che la scelta non debba cadere sull’Italia, sulla sua storia, e insieme sul più vasto contesto geo-storico-culturale con cui essa è venuta in contatto, alle cui vicende le sue si sono alimentate e che queste hanno alimentato, cioè sulla storia dell’Occidente?

© RIPRODUZIONE RISERVATA