Draghi/2. L’educazione come valore non solo economico

I sussidi servono a sopravvivere, a ripartire. Ai giovani bisogna però dare di più: i sussidi finiranno e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuri”. Queste le parole pronunciate da Mario Draghi nel suo intervento di apertura del Meeting di Rimini il 20 agosto 2020.

L’investimento in istruzione e ricerca, ha affermato l’ex presidente della BCE in quella occasione, è “debito buono”, e deve essere considerato prioritario. “Per anni una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico: ciò non è più accettabile oggi. Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza”.

E poi, a conclusione del suo discorso, “Dobbiamo essere vicini ai giovani investendo nella loro preparazione. Solo allora, con la buona coscienza di chi assolve al proprio compito, potremo ricordare ai più giovani che il miglior modo per ritrovare la direzione del presente è disegnare il tuo futuro”.

Se le parole hanno un senso (e si può essere sicuri che quelle di Draghi, uomo di poche ma decisive parole, siano inequivocabili) questo dovrebbe significare, ad esempio, uno stop a nuove assunzioni di personale (tramite sanatorie o simili) che siano disgiunte da rigorosi percorsi di formazione iniziale e di verifica delle competenze. E poi, forte rilancio dell’istruzione tecnica e professionale anche a livello terziario (una antica aspirazione anche di Romano Prodi), rapido recupero dei ritardi rispetto alle medie europee in termini di dispersione esplicita e implicita, di scuola digitale, di investimenti nella fascia 0-3 e nel tempo pieno. Infine abbassamento della quota dei Neet e aumento del numero dei laureati.

Tutto questo richiede un impegno economico (più spesa) ma prima ancora etico (più spesa buona). Una linea ideale che sembra congiungere le posizioni assunte da Draghi in materia di educazione a quelle di altri economisti scesi (o “saliti”, come diceva Monti) in politica, da Beniamino Andreatta a Carlo Azeglio Ciampi a Tommaso Padoa-Schioppa.

Sarà difficile che il ministro dell’istruzione che sarà scelto dal presidente incaricato, allievo dei gesuiti, possa discostarsi da questa linea ideale. A questo proposito i rumors circolati portano a Patrizio Bianchi, professore ordinario titolare della cattedra Unesco in educazione, crescita e  eguaglianza presso l’Università di Ferrara,  già assessore regionale alla scuola, università, ricerca, formazione e lavoro dell’Emilia Romagna, un nome che potrebbe rappresentare una positiva risposta all’idea di varare un governo composto da personalità esterne alla politica e da rappresentanti dei partiti competenti e votati allo spirito di collaborazione. 

 

Per approfondimenti sulle proposte di Mario Draghi: https://www.tuttoscuola.com/draghi-il-migliore-investimento-e-quello-in-educazione/

Su Bianchi: Task force del prof. Bianchi. Che fine ha fatto il piano per la ripresa?