La protesta dei docenti dal Trentino all’Alto Adige: oltre gli stipendi, la sfida è ripensare la professione
In Alto Adige c’è voluto un intero anno scolastico; in Trentino sono bastate poche settimane. La protesta degli insegnanti, che a Bolzano aveva preso forma già nel 2025 attorno a gruppi spontanei di docenti delle scuole in lingua tedesca, ha superato il confine all’inizio dell’autunno e in meno di un mese ha conquistato piazze, prime pagine e agenda politica. A fine settembre un’assemblea sindacale affollata da oltre millecinquecento docenti; poi, dall’Istituto comprensivo di Mori, la nascita del movimento «Istruzione di qualità Trentino»; quindi la lettera con cui settanta insegnanti su ottantasette del liceo scientifico Galilei di Trento hanno annunciato che non accompagneranno più gli studenti in viaggio d’istruzione. Oggi gli istituti in cui il movimento ha nominato un proprio referente sono più di cinquanta e gli aderenti alla sua comunità online sono circa duemila.
Le rivendicazioni, prese una per una, non sono nuove. C’è la questione retributiva, resa più bruciante dal confronto con la provincia vicina: in Alto Adige, dopo un anno di mobilitazione, adeguamento all’inflazione e aumento reale sommati valgono nell’ordine di ottocento euro lordi mensili. Ci sono le tutele rispetto alla responsabilità civile, penale e amministrativa per studenti da vigilare senza soluzione di continuità, di giorno e di notte, durante viaggi e soggiorni. C’è un carico burocratico in costante crescita. E c’è, più amara di tutte, la constatazione di una progressiva perdita di prestigio e di considerazione sociale presso studenti e famiglie, che procede di pari passo con l’aumento del contenzioso sull’operato della scuola. Temi, tutti, da tempo presenti nelle piattaforme delle organizzazioni sindacali.
Anche la forma della protesta merita precisione. Non si tratta di uno sciopero: le lezioni proseguono regolarmente. I docenti ritirano la propria disponibilità per ciò che il contratto configura come volontario, cioè viaggi d’istruzione, uscite didattiche, soggiorni all’estero, progetti extracurricolari, con l’eccezione, rivendicata dai promotori, delle iniziative legate alla salute e all’inclusione. A essere messa in discussione è dunque un’offerta formativa consolidata nel tempo, costruita su progetti di arricchimento, su un’internazionalizzazione da oltre un decennio al centro delle politiche scolastiche provinciali, sull’apporto di esperti esterni in dialogo costante con il territorio. E a metterla in discussione sono gli stessi insegnanti che l’hanno resa possibile.
La vera novità, però, non sta nei contenuti, ma nel canale. Non sono state le organizzazioni sindacali a prendere l’iniziativa e a dare voce al malcontento, come vorrebbe lo schema negoziale classico, quello che potremmo ormai definire novecentesco. La scintilla, è vero, è scoccata dopo un’assemblea sindacale, e in Alto Adige diversi promotori siedono nelle rappresentanze sindacali di istituto: i sindacati non sono stati cancellati. Ma l’iniziativa è passata altrove, in una rete auto-organizzata di gruppi, chat e referenti di istituto, che nel giro di settimane ha coinvolto migliaia di insegnanti. Ne è nato un doppio binario che la stampa locale ha descritto con efficacia: i sindacati percorrono la via negoziale ai tavoli istituzionali, i docenti si organizzano in gruppi spontanei per dare forma al disagio.
Colpiscono lo spontaneismo e la rapidità in una categoria finora tradizionalista nelle forme di rivendicazione. Uno dei portavoce trentini, il maestro Andrea Antolini, ha ricordato che l’ultimo vero sussulto dei docenti risale agli anni Novanta, seguito da trent’anni di malumori confinati nelle sale insegnanti.
Sarebbe facile scivolare nella già sentita lamentatio sulla crisi delle istituzioni intermedie: partiti, corpi intermedi, organizzazioni strutturate che cedono il passo al tam tam dei social, dove disagi, timori ed emozioni non passano più al vaglio di strutture e referenti, ma scorrono su piattaforme a risonanza immediata. Più utile è prenderne atto come di un dato. È questa la prima chiave di lettura: sindacati, organi collegiali, la stessa governance della scuola come l’abbiamo conosciuta nel Novecento non scompaiono, ma non sono più gli unici luoghi in cui il disagio prende forma e diventa parola pubblica. Con una conseguenza pratica tutt’altro che secondaria: un interlocutore senza statuto e senza mandato formale è più difficile da vincolare a un accordo, e un’intesa firmata al tavolo rischia di non essere riconosciuta da chi è sceso in piazza. L’Alto Adige lo dimostra: nonostante gli aumenti ottenuti, i gruppi di iniziativa hanno invitato i colleghi a proseguire la protesta anche in questo anno scolastico.
La seconda chiave di lettura sta nel nome che il movimento si è dato, «Istruzione di qualità», che peraltro riecheggia quello di uno dei gruppi altoatesini, Qualität Bildung Südtirol. Al centro ci sono certamente la retribuzione, la rivendicazione di status, gli oneri crescenti: un carico che negli ultimi anni si è accumulato a costo zero, per aggiunte successive di impegni sempre più cogenti e sovrapposti, dall’educazione civica all’orientamento, dalla personalizzazione alle nuove metodologie. Ma sottraendo, la protesta rende visibile ciò che resta quando si tolgono gite e progetti: la lezione, il lavoro in classe. Lo ha detto con chiarezza un gruppo di insegnanti altoatesini, che hanno scelto di concentrarsi sul proprio «ruolo primario: insegnare». Non è un rifiuto dell’ampliamento dell’offerta formativa; è la richiesta di una gerarchia: meno cose, fatte meglio.
Gli effetti collaterali confermano quanto il sistema poggiasse su quella disponibilità gratuita: musei e teatri, dal Mart al Muse fino al Centro Santa Chiara, a Trento registrano disdette e prenotazioni che stentano, e anche agenzie di viaggio e operatori del settore osservano la situazione con preoccupazione. L’offerta culturale del territorio, si scopre, dipendeva in misura non trascurabile da ore di lavoro che nessuno contabilizzava.
Proprio per questo sarebbe un errore interpretare e gestire questa fase decontestualizzandone la natura, come se bastasse sedersi al tavolo dell’Apran (omologo trentino dell’Aran) e riconoscere qualche centinaio di euro in più in busta paga. Le risorse economiche contano, eccome. Ma per una scuola di qualità occorre investire risorse e pensiero, riconoscere il merito, creare spazi di riflessione e di condivisione delle buone pratiche, stabilizzare il sistema anziché sottoporlo a continue sollecitazioni innovative che non sempre producono un cambiamento profondo e strutturale. Tutto questo passa per riforme incisive: la formazione iniziale, l’accompagnamento dei neoassunti da parte dei docenti esperti, la differenziazione dei percorsi di carriera, l’investimento nella trasmissione delle competenze professionali. Misure non meno decisive degli aumenti stipendiali.
Se la domanda è davvero di qualità, il punto di partenza non può che essere il profilo professionale del docente: da elevare, restituendo alla categoria la dignità che le spetta, ma anche da rendere più esigente. In Finlandia insegnare è una scelta compiuta a monte: si accede a percorsi universitari dedicati, storicamente tra i più selettivi del Paese, e per insegnare, dalla scuola primaria in su, è richiesta la laurea magistrale. La selezione avviene all’ingresso, sulla motivazione e sull’attitudine, non a valle, attraverso un concorso. In cattedra arrivano i migliori.
In Italia l’insegnamento è spesso un approdo successivo ad altri progetti, raggiunto dopo anni di precariato, percorsi abilitanti compressi e concorsi che verificano le conoscenze più che la capacità di insegnare: un meccanismo che, così com’è strutturato, non riesce più a garantire che in aula arrivino i più preparati e i più motivati. Elevare il profilo significa allora tenere insieme due cose che il dibattito tende a separare: il riconoscimento, economico e sociale, e l’esigenza, cioè formazione iniziale robusta, sviluppo professionale continuo, valutazione. È questo, a ben vedere, il binomio del titolo: le istanze sindacali e la qualità dell’istruzione non sono in contraddizione, purché le prime non si esauriscano nella busta paga.
Allargando lo sguardo ai sistemi del Nord Europa (si veda il dossier sulla Finlandia, cui seguirà a breve quello sulla Svezia), la prudenza è d’obbligo: le specificità culturali, storiche, giuridiche e sociologiche sconsigliano improbabili trapianti da un sistema all’altro, e anche lì l’attrattività della professione è oggi oggetto di discussione. Ma un principio emerge con nettezza: il benessere dei docenti è considerato una priorità, e si parte sempre da loro per arrivare al benessere e alle competenze degli studenti.
Siamo, con ogni probabilità, alle premesse. Il movimento non ha ancora una piattaforma formalizzata né un mandato riconosciuto; la risposta della Provincia si muove nei binari consueti della contrattazione; gli studenti sono scesi in piazza a sostegno dei loro insegnanti, ma con richieste proprie; famiglie, istituzioni culturali e operatori economici fanno i conti con le prime conseguenze. L’ondata è stata così rapida che mancano ancora gli ancoraggi per un’interpretazione compiuta e serena.
Restano aperte domande decisive. Il movimento si darà una forma stabile o si scioglierà al primo accordo economico? I sindacati sapranno farsene interpreti, o finiranno per inseguirlo? La Provincia accetterà di aprire, accanto al tavolo contrattuale, una riflessione sul profilo professionale e sull’assetto dell’offerta formativa? E la primavera, stagione dei viaggi d’istruzione, sarà il vero banco di prova? Le prossime settimane cominceranno a dare qualche risposta.
Una cosa, intanto, è chiara: per un’istruzione e una scuola di qualità, i docenti devono poter percepire che si investe su di loro. Ne va della cultura, ne va del futuro, ne va della tenuta stessa del Paese.
LE TAPPE, FIN QUI aggiornato al 26 ottobre 2026
2025-2026, Alto Adige – I gruppi di iniziativa Bildung am Abgrund e Qualität Bildung Südtirol sospendono gite e attività aggiuntive. La Provincia di Bolzano approva l’adeguamento degli stipendi all’inflazione (contratto del 4 novembre 2025, con effetto dal 1° gennaio 2025) e, con l’accordo del 10 aprile 2026, un aumento reale retroattivo dal 1° gennaio. I gruppi invitano a proseguire la protesta nel 2026/27.
24 settembre – Assemblea sindacale a Trento con oltre 1.500 docenti.
Fine settembre – inizio ottobre – Dall’IC di Mori nasce «Istruzione di qualità Trentino».
11 ottobre – L’Adige dà notizia della lettera di 70 docenti su 87 del liceo Galilei: stop a gite, uscite e soggiorni all’estero.
Metà ottobre – Oltre 50 istituti coinvolti, circa 2.000 aderenti; prime disdette nei musei e nei teatri. Gli studenti si schierano con i docenti.
21 ottobre – Corteo studentesco a Trento.
22 ottobre – Incontro con i sindacati: il confronto prosegue all’Apran.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Solo gli utenti registrati possono commentare!
Effettua il Login o Registrati
oppure accedi via