Da Bolzano a Trento, la rivolta degli insegnanti: gite sospese e studenti in piazza. La protesta può diffondersi altrove?

Oltre duemila docenti mobilitati in Trentino, decine di scuole coinvolte, viaggi d’istruzione sospesi e studenti che scendono in piazza a sostegno dei professori. La protesta, nata sull’onda degli aumenti salariali ottenuti nella vicina Provincia di Bolzano, sta assumendo dimensioni che vanno ben oltre una vertenza retributiva. E pone una domanda che riguarda tutta la scuola italiana: il malessere degli insegnanti potrebbe estendersi al resto del Paese?

Tutto è cominciato in Alto Adige, dove la mobilitazione dei docenti ha contribuito a ottenere significativi miglioramenti economici. La Provincia autonoma di Bolzano ha approvato un piano di adeguamento delle retribuzioni, con uno stanziamento di 262 milioni di euro nel triennio 2026-2028. Per il personale scolastico interessato, gli incrementi arrivano a circa 400 euro lordi mensili, per tredici mensilità.

Una decisione che, come Tuttoscuola ha recentemente approfondito, apre interrogativi sulle differenze retributive tra insegnanti che svolgono sostanzialmente la stessa professione, ma operano in territori diversi.

Il confronto è particolarmente sentito in Trentino, dove vige un analogo Statuto speciale di autonomia. Secondo un’analisi pubblicata dal quotidiano il T, il divario retributivo fra le due province può raggiungere i 700 euro mensili, pur dovendo considerare le differenze nei rispettivi contratti e negli obblighi di servizio. Una distanza che ha contribuito ad alimentare il malcontento dei docenti trentini.

Una protesta nata dal basso: oltre duemila insegnanti coinvolti

Nelle ultime settimane il disagio si è trasformato in una mobilitazione organizzata. Dopo un’affollata assemblea sindacale del 24 settembre, alla quale hanno partecipato oltre 1.500 docenti, è cresciuto un movimento autonomo, denominato Istruzione di Qualità Trentino, nato per iniziativa di alcuni insegnanti dell’Istituto comprensivo di Mori.

A metà ottobre la rete aveva già raccolto oltre duemila adesioni, coinvolgendo 52 istituti scolastici: circa un insegnante su quattro della provincia, secondo le stime riportate dalla Tgr Rai.

I promotori hanno tenuto a sottolineare la propria indipendenza dalle organizzazioni sindacali e dai partiti. Al centro delle rivendicazioni non ci sono soltanto gli stipendi, ma il riconoscimento del lavoro effettivamente svolto dai docenti: preparazione delle lezioni, correzione degli elaborati, rapporti con le famiglie, attività organizzative, adempimenti burocratici e responsabilità che si aggiungono all’orario di insegnamento.

Per rendere visibile questo lavoro spesso poco riconosciuto, molti insegnanti hanno scelto una particolare forma di protesta: la sospensione della disponibilità ad accompagnare gli studenti nei viaggi d’istruzione, nelle visite guidate e in altre attività aggiuntive.

Al liceo scientifico Galilei di Trento, per esempio, 70 docenti su 87 hanno comunicato la propria indisponibilità alle gite, richiamando anche i rischi e le responsabilità connessi alla vigilanza degli studenti.

Non si tratta, in senso tecnico, di uno sciopero tradizionale, ma di una forma di astensione dalle attività aggiuntive e dagli incarichi volontari, che lascia proseguire regolarmente le lezioni. Una sorta di “sciopero bianco”. Proprio per questo può protrarsi nel tempo, producendo conseguenze significative sull’offerta formativa.

Gli studenti scendono in piazza. Ma non tutti condividono la protesta

La novità più significativa è che la mobilitazione degli insegnanti ha finito per saldarsi, almeno in parte, con quella degli studenti.

Il 21 ottobre centinaia di ragazze e ragazzi degli istituti superiori di Trento, a partire dai licei Da Vinci, Prati e Rosmini, hanno sfilato per le vie della città per esprimere solidarietà ai docenti e chiedere maggiori investimenti nella scuola.

Sul corteo campeggiava uno striscione eloquente: «Se svalutano loro, svalutano noi».

Per questi studenti, la qualità dell’istruzione dipende anche dalle condizioni nelle quali gli insegnanti sono chiamati a lavorare. La rivendicazione salariale diventa così parte di una richiesta più ampia di attenzione alla scuola, alle strutture, alle risorse e alla qualità dell’apprendimento.

Non tutti, però, hanno accolto favorevolmente le modalità della protesta. Il 20 ottobre, all’istituto Tambosi, altri studenti hanno manifestato per rivendicare il diritto alle attività extrascolastiche, contestando il fatto di dover subire le conseguenze di una vertenza tra docenti e amministrazione provinciale.

È una dissonanza che accompagna l’intera vicenda: gli studenti possono condividere le ragioni degli insegnanti e, contemporaneamente, sentirsi penalizzati dalla sospensione di esperienze educative importanti.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dalle scuole

La protesta, infatti, non coinvolge soltanto il mondo dell’istruzione.

La sospensione delle uscite didattiche comincia ad avere effetti anche su musei, istituzioni culturali e strutture che lavorano con il sistema scuola.

Il Museo italiano della guerra di Rovereto, per esempio, ha segnalato l’arrivo delle prime disdette. Il direttore Francesco Frizzera ha ricordato che, su circa 54mila ingressi annui al museo e alla sezione artiglierie, normalmente 21mila sono legati al pubblico scolastico. Una riduzione delle visite potrebbe dunque incidere sensibilmente sull’attività della struttura.

Anche altre realtà museali e culturali del territorio – che ospita soggetti di eccellenza nazionale e internazionale come il Muse, il Museo delle Scienze di Trento – hanno manifestato preoccupazione per le ricadute della protesta.

Non è soltanto una questione economica. Le visite ai musei, i viaggi d’istruzione e le esperienze fuori dall’aula rappresentano occasioni di apprendimento difficilmente sostituibili con la sola didattica ordinaria.

Il rischio è che una vertenza nata per migliorare la qualità della scuola finisca, almeno temporaneamente, per restringere le opportunità formative degli studenti. E che il danno si estenda anche agli operatori turistici, culturali e ricettivi che collaborano abitualmente con gli istituti.

La Provincia apre al confronto, i sindacati chiedono risorse

Le dimensioni raggiunte dalla mobilitazione hanno spinto l’amministrazione provinciale ad avviare un confronto.

Dopo aver inizialmente criticato il blocco delle gite, giudicandolo dannoso per gli studenti, l’assessora provinciale all’Istruzione Francesca Gerosa ha incontrato il 21 ottobre una rappresentanza del movimento Istruzione di Qualità e, il giorno successivo, le organizzazioni sindacali.

Sul tavolo non soltanto gli aumenti retributivi, ma anche la semplificazione burocratica, i carichi di lavoro, la regolamentazione del diritto alla disconnessione e le responsabilità dei docenti durante le attività esterne.

Il confronto del 22 ottobre si è concluso con l’impegno a proseguire la trattativa contrattuale in sede Apran, ma senza un accordo sugli incrementi salariali e sulle risorse da stanziare.

Le valutazioni sindacali sono differenti. La Cisl Scuola, con Monica Bolognani, considera positivamente l’apertura del dialogo, pur mantenendo alta l’attenzione sulle risposte concrete. La Uil Scuola chiede che gli impegni si traducano in risorse e tutele contrattuali.

Più critica la Flc Cgil, il cui segretario provinciale Raffaele Meo ha giudicato deludente l’incontro, ribadendo la necessità di un piano straordinario per tutto il personale scolastico e di aumenti capaci di recuperare il potere d’acquisto perduto.

La partita, dunque, resta aperta.

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