Tuttoscuola: Il Cantiere della didattica

Viaggio nella scuola che accoglie (e valorizza) i migranti: la storia dell’istituto comprensivo ‘Vespucci’ di Vibo Marina

Sono oltre 9mila i minori non accompagnati che hanno raggiunto le coste italiane negli ultimi mesi. Ognuno di loro si è lasciato alle spalle storie di morte, naufragi, abbandoni e speranza. Mentre la politica si interroga se aiutarli o meno a casa loro, la scuola si è rimboccata le maniche e, da Nord a Sud, si è spesso presa carico dell’educazione di un numero crescente di minori migranti. Tuttoscuola ha incontrato la professoressa Maria Salvia, Dirigente scolastico dell’istituto comprensivo “Amerigo Vespucci” di Vibo Marina, la scuola che ha portato al superamento dell’esame di licenza media di quattordici minori non accompagnati.

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Come è possibile, che il cento per cento degli alunni stranieri giunti nella sua scuola abbiano ottenuto la licenza media?” Il dubbio, abbastanza esplicito, è che la scuola, magari con la volontà di aiutarli, abbia eccessivamente favorito questi alunni, ma la dirigente Salvia va dritta al punto.

Nella nostra scuola il cento per cento di tutti gli alunni raggiunge il successo formativo, non solo per quanto riguarda gli alunni stranieri. Il punto è questo: da noi nessuno si sente escluso. Tra i nostri alunni ne abbiamo alcuni con i genitori in carcere, altri coinvolti in questioni di ‘ndragheta o droga. I bisogni educativi speciali sono la norma.  Le attenzioni della nostra scuola non sono rivolte esclusivamente agli alunni stranieri, ma a tutti, indistintamente.

Come siete riusciti ad organizzare, in così poco tempo, un percorso su misura per alunni con esigenze così particolari?”

Negli ultimi anni – risponde la DS – siamo stati sottoposti a continui sbarchi. Tra i minori non accompagnati che sono ospitati nelle strutture di accoglienza, durante l’anno scolastico, sono arrivati 20 minori non accompagnati a scuola. I ragazzi in prossimità dei 15 anni, hanno seguito il percorso di accoglienza nella terza classe, divisi nelle quattro sezioni. Tant’è che dai nostri 25 alunni per classe siamo arrivati a circa 30. I ragazzi erano felicissimi di frequentare la scuola e sono stati uno stimolo enorme per i nostri alunni. All’inizio parlavano solo in inglese e francese, alcuni solo l’arabo. La presenza di questi ragazzi ha sviluppato la capacità di comunicazione in lingua di tutta la scuola. Immediatamente gli alunni si sono attivati per comunicare in inglese e francese, creando sin da subito un ponte tra i nuovi arrivati e loro. Il punto è questo: per portare questi ragazzi al successo formativo non ho creato percorsi speciali solo per loro, ma ho organizzato la didattica affinché potesse portare al successo di tutti, nessuno escluso”.

Un ponte e non un muro, una rarità in questi tempi. Le nazionalità degli alunni recentemente giunti nella scuola di Vibo Marina sono le più disparate, tra cui Congo, Namibia, Algeria, Sudan, Etiopia, Eritrea, Mali. Un’intera area del mondo, concentrata nel piccolo plesso calabrese.

Come è stato possibile un successo a fronte di una situazione così complessa?
È stato fatto un grande lavoro di squadra, da parte di tutti i docenti. Il vero successo è stato del corpo insegnante della scuola, perché sono riusciti a far sentire a proprio agio i nuovi arrivati, e solo successivamente aiutarli nell’ambito didattico. Il risultato è stato sbalorditivo: la totalità degli studenti è riuscita a parlare e scrivere più o meno correttamente in lingua italiana, ben prima dell’esame. Abbiamo presentato al forum della Pubblica Amministrazione la nostra esperienza, per illustrare quanto fatto in termini di inclusione.  L’esperienza di accoglienza è stata presentata da alunne e alunni straniere e italiane. Una di loro, Jhainiabba, è intervenuta, presentando il lavoro sull’inclusione, proprio perché uno degli obiettivi dell’Unesco è proprio su questo tema. La ragazza ha presentato in un italiano buono il suo intervento.

Quali sono le caratteristiche del vostro approccio didattico?
Nella nostra scuola la valutazione non ha funzione sommatoria e siamo convinti che non possa esserlo mai. Abbiamo iniziato presentando loro i libri più semplici, della scuola primaria. L’interesse di questi ragazzi è cresciuto costantemente. Non sono mai mancati, neanche un giorno. A scuola i ragazzi hanno vissuto un’esperienza di tutela, di grande ricchezza. Avevano una grande voglia di imparare. Non possono e non vogliono tornare nelle loro terre, perché non hanno lasciato nessuno, sono completamente soli. Per promuovere il loro percorso formativo abbiamo stillato dei protocolli con i dirigenti scolastici delle scuole superiori. Ad esempio, alcuni dei minori non accompagnati, sono andati per una mattina alla settimana, per tutto l’anno, a fare laboratori di ceramica e pittura (insieme ai ragazzi del liceo artistico) in modo tale che potessero capire se quella era la scuola migliore. Un’altra ragazza, Sharon, che ama ballare, è stata preparata per entrare al liceo musicale coreutico ed è riuscita a superare le selezioni. Per promuovere una piena inclusione siamo riusciti a non farli mai stare tra loro, ma sempre con i compagni pari età. Al di là della classe, questi alunni, sono stati invitati anche nei momenti non formali (feste di compleanno, ecc): si è creata una vera accoglienza.

Per permettere ai minori di raggiungere l’obiettivo della licenza, i minori hanno avuto un PDP nel quale sono state individuate le modalità più adeguate di programmazione e valutazione. Nel pomeriggio sono stati avviati dei laboratori di lingua italiana, a cura delle maestre della scuola primaria, nei quali erano presenti alunni di scuola primaria e media, che in generale presentavano delle difficoltà. In questi termini possiamo dire che accogliere gli alunni migranti, è stata una vera ocasione di crescita per tutti: comunità, docenti, alunni.

Il nostro imperativo categorico a scuola è la flessibilità: noi usiamo la compattazione dell’orario, sviluppamo una didattica per competenze; questa è la normalità per noi. Il ruolo del DS in questo processo di accoglienza è stato in primis legato alla tutela. Nella nostra scuola non valutiamo con i voti, ma con i livelli della certificazione delle competenze, perché se si programma per competenze, non posso poi valutare in decimi. Per promuovere l’inclusione abbiamo realizzato dei compiti di realtà, che hanno permesso ai ragazzi di lavorare, andando oltre l’aula. Anche l’organizzazione di un compleanno, ad esempio, può essere occasione per sviluppare le competenze. Cucinare una torta, conteggiare il denaro, preparare gli inviti, trovare un posto dove festeggiare sono aspetti che rientrano nella didattica per competenze. Quattordici studenti hanno avuto la licenza media. Nessun bocciato, ognuno portato al massimo del proprio sviluppo. Siamo partiti dalle loro passioni e su queste abbiamo costruito un percorso formativo. La nostra scuola ha in gestione una barca sequestrata agli scafisti, che viene usata per i laboratori di scienze: si tratta di uno strumento didattico importante anche per la crescita personale. Abbiamo realizzato un progetto che prevedesse il ritorno di questi ragazzi sul mare: è stata un’emozione grande vederli partecipare ad una regata.”

Ahmed, Nassiru, Zainab, Hana, Emmanuel, Ibrahima e tutti i loro compagni ce l’hanno fatta. Hanno studiato sodo, trovato un ambiente accogliente, ottenuto il biglietto per l’opportunità che tanto cercavano. La scuola li ha aiutati a crescere, a sviluppare le loro competenze, ad essere cittadini.

Tutti andranno in una scuola superiore. Alcuni di loro andranno in affidamento, altri saranno adottati, ma la Dirigente Salvia continuerà a monitorare, anche se da lontano, che il percorso formativo e di crescita di ognuno di loro non si arresti.

Cosa ha imparato da questa esperienza?
Molto: ho avuto la conferma che educare significa cambiare, che per portare al successo formativo è necessario uno sforzo collettivo e coordinato, ma soprattutto, dall’incontro con questi ragazzi ho imparato che non ha senso parlare di “noi” e  “loro”, per me, ormai, esiste solo un grande noi.

 

 

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