Università da riformare. Un libro di Luca Solari
Da qualche tempo il confronto sui problemi e sulle prospettive dell’università italiana è uscito dal circuito ristretto degli accademici per acquistare rilievo e visibilità agli occhi di un pubblico più ampio di stakeholders, portatori di interesse verso l’output dell’università, gli studenti che essa forma.
Dopo il saggio Università sotto esame, di Carlo Cappa e Andrea Gavosto, che ne proponeva un radicale riassetto strutturale (due bienni più uno di master; trienni professionalizzanti con riassorbimento degli ITS Academy; percorsi quadriennali abilitanti per insegnare nelle scuole), è ora in libreria e online un nuovo volume, Università senza futuro(sottotitolato “tra compromessi e riforme impossibili”) di Luca Solari, pubblicato dalla casa editrice Guerini e Associati (2025), che esprime invece profondo scetticismo verso qualunque riforma “dall’alto”, e sostiene invece che “questa università”, che “così com’è non serve” (in questo concordando con Cappa e Gavosto), può rigenerarsi solo “dal basso”, attraverso una rivolta anche morale, ma soprattutto organizzativa, della maggioranza dei docenti, “tante persone motivate e per bene”, che “quando vengono messe assieme per varie ragioni producono un insieme che è pieno di difetti e problemi” (p. 144).
Solari, professore di Organizzazione aziendale presso l’Università Statale di Milano, reduce dall’insuccesso della sua candidatura a rettore dell’ateneo in cui insegna, passa in rassegna, con dovizia di esempi, le cause di tale fenomeno, riconducibili a suo avviso alla “pavidità diffusa rispetto alla presa di decisioni che alterino lo status quo”. Il risultato è una serie infinita di mediazioni, o “compromessi”, come li chiama l’autore, che vengono realizzati in tutte le occasioni in cui vengono fatte delle scelte, dalla elezione dei responsabili dei vari organi di governo: dipartimenti, corsi di laurea, commissioni, senato accademico, consiglio di amministrazione, nuclei di valutazione, chiamata di nuovi docenti, comitati vari, per arrivare a quella del rettore.
In tutte queste occasioni vince non chi ha le migliori competenze, ma chi riesce ad aggregare consenso facendo promesse, la prima delle quali è di non togliere agli elettori nessuno dei vantaggi di cui dispone. Questo porta a una paralisi decisionale e alla sopravvivenza inerziale di tutti gli organismi e sotto-organismi, che anzi si moltiplicano producendo alla fine un “nebbione di formalismi autoreferenziali” (p. 49).
Le mediazioni/compromessi, inevitabili nell’attuale modello di università, rendono di fatto inapplicabile qualunque ipotesi di ri-organizzazione che scontenti qualcuno dei tanti micro e macro-poteri che hanno imparato a galleggiare coesistendo, supportandosi e sopportandosi vicendevolmente.
Per veri cambiamenti, che richiederebbero un modello organizzativo inevitabilmente top-down e rigorosamente meritocratico, con il taglio dei tanti, inutili organismi attualmente (dis)funzionanti, rettori e direttori generali in grado di prendere decisioni di respiro strategico, fino alla liberalizzazione delle retribuzioni e alla massima mobilità tra atenei, occorrerebbe una vasta spinta dal basso, per iniziativa di quelle “tante persone motivate e per bene” che secondo l’autore sono la maggioranza dei docenti. Se non ci sarà questa spinta dal basso, e resterà in attesa di una riforma da parte della politica, l’università italiana, avverte Solari, farà la fine dei protagonisti della Fortezza Bastiani, che nel romanzo di Buzzati attenderanno inutilmente un attacco dei Tartari che non arriverà mai.

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