Tra interrogazioni finali e medie aritmetiche: la folle corsa no sense degli ultimi giorni di scuola

Cosa resterà di questi ultimi giorni di scuola a decine di migliaia di studentesse e studenti? Cosa stiamo offrendo ai nostri adolescenti nell’ultimo scampolo di questo anno scolastico?

Per molti, gli ultimi giorni significano fatica, lacrime e una corsa contro il tempo nel tentativo di raggiungere, neanche fosse una gara a ostacoli, quella sufficienza che dovrebbe garantire “un’estate senza pensieri”.

Ma qual è il senso di una scuola che troppo spesso dimentica la propria vocazione educativa e formativa, privilegiando invece quella certificativa? Una scuola che trasforma il percorso di insegnamento-apprendimento in un tribunale fatto di 0,4 e 0,6, di medie aritmetiche, di promozioni, debiti e bocciature?

La risposta è semplice: in queste condizioni, la scuola perde significato. E lo perde per tutti.

Lo perde per i docenti, costretti a rincorrere il tempo piazzando verifiche, interrogazioni e compiti scritti come in una gara a premi, abdicando al proprio ruolo di guide e accompagnatori educativi e rischiando, loro malgrado, di incrinare quell’autorevolezza e fiducia costruita durante l’anno.

Lo perde per gli studenti, ai quali arriva un messaggio profondamente diseducativo: conta la performance, conta la prestazione, conta strappare un lasciapassare spesso privo di senso, ma che si accetta comunque, senza comprenderne davvero la logica. Conta arrivare, costi quel costi.

Lo perde anche per i genitori, che vivono giorni di ansia davanti a un registro elettronico da aggiornare compulsivamente, aspettando di capire se il figlio “deve recuperare tre o quattro materie”, mentre il sistema sembra bloccarsi proprio nei momenti decisivi.

Eppure la norma dice altro.

Lo Statuto delle studentesse e degli studenti afferma chiaramente che “la scuola è luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l’acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica” (art. 1) e che “la scuola è una comunità di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale” orientata alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni (art. 2).

Poi, improvvisamente, tutto sembra sospendersi. Dal 20 maggio in poi — giorno più, giorno meno — la scuola smette di essere luogo di formazione, dialogo ed esperienza educativa e diventa, nei casi migliori, una palestra della prestazione; nei peggiori, una caserma che divide sommersi e salvati.

Perché accade tutto questo? Perché tanti docenti finiscono per accettare questo slittamento, spesso con sofferenza, rinunciando alla dimensione educativa del proprio lavoro?

Una risposta sta nell’errata convinzione che si debba arrivare allo scrutinio finale con un “congruo numero di voti”, necessaria per la fatidica media, ma tale formula non esiste in alcun riferimento normativo.

Lo spiega molto bene il professor Max Bruschi quando smonta quello che definisce il “mito della media”, “Squarciamo il velo di Maya che copre gli scrutini intermedi e finali. Non c’è una sola riga di norma di qualsiasi rango, neppure una sillaba in circolare, che giustifichi l’abitudine di basare l’attribuzione dei voti (numerici o locuzioni aggettivali, sempre voti sono) in sede di valutazione periodica e finale sulla media aritmetica dei risultati delle singole prove, magari con tanto di «riporto» dei decimali da un periodo didattico al successivo. Aggiungo, non da oggi. Da più di un secolo. Il paradigma selettivo che improntava la scuola italiana ante svolta anni Sessanta Settanta, di «medie» non voleva saperne. La legislazione gentiliana (art. 79 del RD 653/1924, appena abrogato) prevedeva che «i voti si assegnano su proposta dei singoli professori in base ad un giudizio brevemente motivato» (sottolineo motivato) «desunto da un congruo numero di interrogazioni e di esercizi scritti, grafici o pratici, fatti in casa o a scuola. Quanto all’oggi, per il Dlgs 62/2017, art. 2 comma 3, per il primo ciclo, la valutazione periodica e finale «è effettuata collegialmente dai docenti contitolari della classe ovvero dal consiglio di classe. (…) La valutazione è integrata dalla descrizione del processo e del livello globale di sviluppo degli apprendimenti raggiunto. I docenti, anche di altro grado scolastico, che svolgono attività e insegnamenti per tutte le alunne e tutti gli alunni o per gruppi degli stessi, finalizzati all’ampliamento e all’arricchimento dell’offerta formativa, forniscono elementi conoscitivi sull’interesse manifestato e sul profitto conseguito da ciascun alunno. Le operazioni di scrutinio sono presiedute dal dirigente scolastico o da suo delegato». Per il secondo ciclo (art. 4, comma 1 del dPR 122/2009), la formula è più asciutta (perché tutto si basa sui principi precisati all’art. 1), ma il risultato non cambia: niente media.[1]

Alla scuola primaria il discorso è leggermente diverso, ma anche qui spesso il voto è usato come strumento di potere, come spiega bene il prof Corsini nel testo “La valutazione che educa” e non è raro incontrare docenti che utilizzano il voto finale come premio/punizione. “Sua figlia quest’anno non è la stessa degli anni scorsi, non potrà avere gli stessi voti”, oppure “si distrae spesso, il voto di fine anno dovrà tenerlo in considerazione”. Sono frasi dure come sassi, difficili da comprendere per genitori ed alunni e senza alcuna logica didattica e formativa. Il voto, in questo caso, punisce, sancisce un cambio di status, è così e basta.

E allora il paradosso è proprio questo: ciò che spesso spinge la scuola a perdere la propria dimensione formativa non è la norma, ma il peso di prassi sedimentate, del “si è sempre fatto così”, trasformato nel tempo in una sorta di automatismo senza logica.

Ma quella logica produce conseguenze. E riguarda tutti.

Abbiamo una responsabilità verso le studentesse e gli studenti che incontriamo ogni giorno nelle nostre scuole. Una responsabilità educativa che non dovrebbe mai essere dimenticata.

Lo ricorda ancora lo Statuto quando afferma che la comunità scolastica “contribuisce allo sviluppo della personalità dei giovani” e promuove il loro senso di responsabilità e la loro autonomia (art. 3).

Qualcun potrebbe chiedere, ma qual è l’alternativa a tutto questo teatrino?

Consapevole che nella scuola le ricette non funzionano, ma servono orientamenti, una proposta concreta è quella di uscire dalla tirannia del voto (anche qui il riferimento è a Corsini) e scegliere di non perdere l’autorevolezza e la dimensione formativa del proprio lavoro, mantenendo quella dimensione di democraticità che caratterizza un certo modo di fare scuola. Una didattica che prevede l’utilizzo della valutazione educativa in itinere invece che i voti, che non rincorre le medie matematiche, ma condivide con studentesse e studenti il senso del proprio insegnamento, che utilizza approcci, metodi, tecniche in grado di rendere protagonisti gli studenti, come il service learning, che cura la dimensione dialogica e di cura e lo fa fino al termine dell’anno scolastico.

È questo il cuore del nostro lavoro: contribuire alla crescita delle persone, dal primo all’ultimo giorno di scuola.

Perché insegnare non significa soltanto valutare. Significa accompagnare ragazze e ragazzi nel delicato processo di costruzione di sé. E gli insegnanti — è bene ricordarlo sempre — lasciano segni profondi nella vita dei propri studenti.

Sarebbe davvero un peccato se quel segno si riducesse soltanto a un numero scritto in rosso o in blu accanto a un’insufficienza.

Ma è davvero così difficile immaginare una strada diversa?

[1] Per approfondire, consultare il testo Sguardi sulla valutazione, capitolo terzo “Valutazione: le norme che sostengono l’apprendimento” di Max Bruschi: https://www.darwinbooks.it/doi/10.1401/9788815414786/c3. Il testo qui ripreso è parte di un post scritto su Facebook dal prof. Bruschi: https://www.facebook.com/max.bruschi/posts/valutazione-myteachingmychoice-terzo-idolo-la-media-squarciamo-il-velo-di-maya-c/1280127250789857/

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