Dall’alba in spiaggia ai cieli stellati: fermiamo la moda dei compiti per le vacanze ‘creativi’

Negli anni ci siamo chiesti spesso se i compiti per le vacanze avessero ancora un senso. Come accade spesso per questioni come il grembiulino, le merendine salutiste e la fantomatica educazione gender, l’opinione pubblica si accende e si divide con grande facilità su aspetti di poca rilevanza perché toccano aspetti di costume formali e mai sostanziali del fare scuola. Ma siamo a fine giugno, il caldo imperversa e anche noi vogliamo dilettarci in argomenti leggeri, buttandoci a capofitto in uno dei tormentoni (scolastici) estivi da un po’ di anni a questa parte: i compiti per le vacanze creativi.

Fino a qualche anno fa il dibattito prevedeva due posizioni chiare e distinti: compiti per le vacanze “sì”, gli alunni non devono perdere l’allenamento né il ritmo e due mesi di riposo farebbe loro male. Ovviamente nessuno di noi si lamenterebbe mai, né potrebbe asserire di dimenticare quanto fatto in un intero anno di lavoro se si riposasse per due mesi, ma si sa, i bambini su questo non hanno voce in capitolo, quindi, per loro questa chiara evidenza non vale. Dovete studiare, poco, ma per tutta l’estate.

Il fronte del “no” era invece supportato da spunti pedagogici contemporanei, che sottolineano l’importanza dell’educazione informale e non formale, delle esperienze da vivere all’aria aperta e della cura delle relazioni. Se dovessi schierarmi, lo ammetto, io sarei col fronte del no ai compiti per le vacanze.

Ma andando di pari passo con la nostra società liquida, anzi in questi tempi ormai liquefatta, le certezze vengono meno anche per il mondo della didattica e, in maniera neanche troppo velata, in questi anni sta prendendo piede una terza via, a mio avviso più fastidiosa e ambigue delle precedenti. Mi riferisco ai messaggi che riempiono le bacheche dei nostri sociali in questo periodo, dove si vedono foto di cartelloni e fogli in cui maestre e maestri, avrebbero dato compiti per le vacanze quanto meno alternativi:

  • Pulite le spiagge;
  • Guardate un tramonto;
  • Innamoratevi;
  • Sdraiatevi sull’erba a guardare il cielo;
  • Guardate un’alba al mare;

Mi fermo perché non riesco a proseguire.

Io chiedo, perché siamo arrivati a tanto? Perché questo bisogno di piacere per forza, di sembrare romantici e alternativi, quando magari durante l’anno abbiamo promosso una didattica tradizionale, fatta di trasmissione delle conoscenze e di dettati vecchia maniera?

Il problema, a mio avviso, è che la scuola rischia di perdere la via. Siamo tutti d’accordo che vedere l’alba sorgere dal mare (che poi si può fare solo dal versante dell’Adriatico, se siamo in Italia), sia qualcosa di poetico e grazioso. Aggiungerei, però, che è anche molto complicato per un bambino di 7 anni.

Non ci sono dubbi che innamorarsi sia bellissimo, ma non è certo qualcosa che dipende solo da noi e, inoltre, sappiamo che gli amori estivi hanno la bella caratteristica di essere effimeri: varrà come compito un amore bruciato in fretta?

Tutti abbiamo provato l’ebrezza di sdraiarci sul prato e guardare il cielo, ma cosa posso dire di aver imparato da un’azione così atavica e naturale? Forse nulla.

Le scorciatoie in didattica, così come in educazione non funzionano. La scelta, a mio, avviso, deve tornare tra due opposte fazioni: compiti sì o compiti no. Perché la scuola deve inseguire le mode del momento e far passare per compiti quelli che compiti non sono? Perché un docente dovrebbe chiedere ai propri studenti di innamorarsi, sapendo che ciò avverrà, o non avverrà, a prescindere da quanto detto dall’insegnante?

Smettiamola d’inseguire una foto sui social e torniamo sulla via, retta o meno lo scopriremo, di una scuola competente, accogliente e in grado di promuovere apprendimenti significativi nella vita dei nostri alunni. Per i tramonti ed i falò sulla spiaggia i nostri ragazzi avranno altri maestri.