Laura Samani: ‘Sogno una scuola che aiuti le persone a collaborare e ad avere un pensiero critico’

Di Sara Morandi

Laura Samani, regista e sceneggiatrice, si è rapidamente affermata nel panorama cinematografico italiano grazie al suo approccio innovativo e sensibile alle storie di adolescenza e di crescita personale. Vincitrice del David di Donatello – come migliore regista esordiente nel 2022 per il suo film d’esordio Piccolo corpo – Samani continua a stupire il pubblico con la sua ultima opera: Un anno di scuola, nelle sale dal 09 Aprile 2026. Questo film, un adattamento del romanzo di Giani Stuparich, esplora le complesse dinamiche di genere all’interno di una scuola superiore tra il 2007 e il 2008, con un’ambientazione affascinante nella città multiculturale di Trieste. Con una maestria registica che combina autenticità e profondità, Laura Samani guida un cast di giovani attori alla loro prima esperienza cinematografica, riuscendo a catturare la turbolenta e appassionata fase dell’adolescenza. La presenza di Fredrika, una ragazza svedese in una classe composta esclusivamente da maschi, diventa un potente catalizzatore per il cambiamento sociale e personale, riflettendo su tematiche di genere e dinamiche sociali con una sensibilità rara. La regista immagina una scuola ideale per i giovani del futuro come un luogo che promuove la collaborazione e il pensiero critico. Secondo lei, è essenziale che la comunità educativa, insieme agli studenti, si interroghi su come affrontare le sfide di un mondo in continua evoluzione, creando un ambiente inclusivo e stimolante che prepari le nuove generazioni a essere cittadini consapevoli e responsabili.

Nel suo ultimo film, “Un anno di scuola”, esplora le dinamiche tra maschi e femmine in un contesto scolastico. In che modo la decisione di ambientare la storia in una provincia italiana (non romana) tra il 2007/2008 ha influenzato il Suo approccio? E quanto è stato importante per Lei mantenere lo slang locale?

“Ho ambientato il film nella città (Trieste) e nell’anno in cui mi sono diplomata al liceo. Questa decisione mi ha permesso di esplorare ciò che conosco perché l’ho in gran parte vissuto sulla mia pelle. Nel film si parla triestino, italiano, sloveno, svedese e inglese. La varietà linguistica è identitaria per la città e quindi per me era fondamentale mantenerla e valorizzarla nel racconto”.

La rappresentazione dell’adolescenza nel suo film è stata lodata per la sua autenticità e profondità. Quali sfide ha incontrato nel trasmettere la complessità e le sfumature di questa fase della vita, e come ha lavorato con i giovani attori per raggiungere un tale livello di realismo?

“Mi interessava avvicinarmi a questo racconto con empatia, cercando di capire le ragioni di tutti e tutte. Non è sempre un approccio semplice, a volte è complicato. Il lavoro con il cast è stato lungo e divertente, i quattro protagonisti sono stati scelti perché assomigliano ai personaggi che interpretano. Abbiamo fatto molti esercizi e prove, dovevamo togliere le inibizioni rispetto alla macchina da presa e far sì che si fidassero del proprio istinto”.

Nel film, la presenza di Fredrika, una ragazza svedese in una classe esclusivamente maschile, diventa un catalizzatore di cambiamenti. Come ha sviluppato la narrazione per riflettere le tematiche di genere e le dinamiche sociali, e quale messaggio spera che il pubblico colga da queste interazioni?

“Non ho aspettative sul messaggio che andrebbe colto o meno, ogni spettatore e spettatrice assorbe e proietta ciò che vuole rispetto a dov’è nella sua vita quando vede il film. Io posso solo pensare a quello di cui volevo parlare, ovvero l’asimmetria del desiderio: tutti e tutte desideriamo le stesse cose, ma le donne vengono continuamente messe di fronte a scelte e a volte il loro desiderio viene visto come una minaccia”.

Infine, mi piacerebbe chiederle quale sarebbe, secondo Lei, la scuola ideale per i giovani del domani. Quali valori e approcci educativi ritiene essenziali per preparare le nuove generazioni ad affrontare un mondo in continua evoluzione?

“Una scuola che aiuti le persone a collaborare e ad avere un pensiero critico, ponendoci questa domanda come società e includendo gli studenti e le studentesse nel cercare la risposta”.

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