La repressione può essere educativa?

Il Decreto-legge 22 ottobre 2026 n. 190, firmato dal Presidente della Repubblica, modifica in profondità le regole sull’imputabilità dei minorenni, ritenuti capaci di intendere e di volere anche a 14 anni, introducendo sanzioni da 500 fino a 2.000 euro per i genitori e rafforzando gli strumenti contro la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, come ampiamente spiegato nella notizia data da Tuttoscuola.

Un nuovo articolo introdotto nel Codice Penale, il 420-bis, punisce coloro che, in gruppo di “almeno 5” componenti, mettono in pericolo l’incolumità delle persone e provocano danni alle cose. Le pene previste sono pesantissime: reclusione da due a cinque anni, e multe da 10.000 a 20.000 euro. E per gli organizzatori del gruppo da quattro a dodici anni di reclusione.

Di fronte all’emergenza, detto in sintesi, è stata scelta la via della repressione, equiparando i minorenni, che tra i 14 e il 18 anni sono in larga parte anche studenti, agli adulti. Si deve presumere che il governo ritenga che la severità delle pene dissuada i minorenni-studenti dal ripetere imprese come quella di Milano, e che quindi gli effetti pratici della repressione derivante dalle norme introdotte siano in definitiva, anche se in maniera indiretta, “educativi”. Il ministro dell’istruzione Valditara nell’intervista al “Corriere della sera” del 23 ottobre prende a modello la “tolleranza zero” applicata a fine secolo dal sindaco di New York, Rudolph Giuliani.

Certo è che dal punto di vista pedagogico siamo di fronte a una sconfitta perché, evidentemente, dal punto di vista istituzionale il nostro sistema scolastico si è rivelato – almeno in questo caso, e sperando che non si ripeta – incapace di insegnare e fare interiorizzare dagli studenti le norme civili, oltre che morali, che regolano la convivenza in una società democratica e pluralista come quella disegnata dalla Costituzione italiana. Trovare strumenti e metodi più efficaci per realizzare questo obiettivo è nell’interesse non solo del governo, ma del sistema-Paese.

Auspichiamo perciò che il dibattito in Parlamento, chiamato a convertire il Decreto-legge, e il confronto in corso a livello politico e culturale, siano costruttivi e propositivi, evitando semplificazioni e reciproche demonizzazioni.

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