La rivolta degli adolescenti

Certo, aveva mille ragioni il Presidente Mattarella a sollecitare “un’analisi intelligente e approfondita” di violenze, come quelle verificatesi a Milano, provocate da “soggetti inediti”, parole da lui pronunciate a caldo, il 19 ottobre 2026 a Imperia nel corso del suo intervento alla trentanovesima assemblea nazionale dell’UPI (Unione delle Province d’Italia).

Tema sul quale è tornato due giorni dopo, in occasione della cerimonia di consegna delle insegne ai Cavalieri del lavoro svoltasi al Quirinale, aggiungendo però un inizio di spiegazione delle ragioni del fenomeno: “La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o peggio di meschina sottovalutazione: è una grande questione sociale, una priorità che deve vedere sensibili le istituzioni e tutte le forze della società”. E poi, ancora: “occorre uno sguardo di ampia visione che accanto alle necessarie scelte congiunturali si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore di asservimento o emarginazione”.

Da notare che la chiave di lettura offerta da Mattarella dei fatti di Milano (a Torino, Bologna e Roma le violenze hanno avuto caratteristiche e motivazioni diverse) sembra essere di natura essenzialmente psicologica (“malessere”, “senso di insicurezza”), non socio-politica (la richiesta di una società più giusta, dominante nel Sessantotto).

Oggi sembra che le motivazioni siano non di carattere politico ma esistenziale: nel Sessantotto si parlava di “esproprio proletario”, oggi del desiderio di possedere beni di consumo di moda o di lusso costosi perfino rubandoli. Ma dietro c’è tanta fragilità, soprattutto a livello psicologico.

Per questo appare non infondato il dubbio, avanzato dallo psicologo Massimo Recalcati in un articolo uscito sullaRepubblica del 19 ottobre (titolo: “Noi cattivi maestri e la violenza diffusa”), che gli adulti abbiano commesso errori nel compito di educare le nuove generazioni al rispetto delle più elementari regole della convivenza civile in una società democratica: gli insegnanti per la caduta della loro autorevolezza agli occhi degli studenti adolescenti e i genitori per aver progressivamente delegittimato il ruolo della scuola e contestato il ruolo degli insegnanti. Due aspetti della più complessiva crisi del principio di autorità nel mondo moderno, che colpisce in particolare i sistemi liberal-democratici occidentali. Di cattivi maestri parla anche il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara in un’intervista al “Corriere della sera”: “sono quelli che continuano a delegittimare l’autorità, a sminuire il principio di responsabilità individuale, a parlare solo di diritti e mai di doveri”.

Come cittadini adulti ci dovremmo chiedere, a questo punto, se la questione dei giovani, a partire dagli adolescenti, non meriti un accordo bipartisan, o comunque no partisan, su ciò che si dovrebbe fare per far fronte a un fenomeno di scollamento intergenerazionale che, non governato, rischia di degenerare in uno scontro pericoloso per la stessa stabilità del nostro sistema democratico. Per il momento il governo, spinto ad agire rapidamente dopo le impressionanti immagini di quanto avvenuto a Milano lo scorso 17 e 18 ottobre, ha privilegiato la via della repressione dei comportamenti violenti. Basterà? 

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