Intelligenza Artificiale, Novara: ‘E’ in gioco il futuro della scuola’

Una pagina pubblicitaria su un grande quotidiano nazionale ha riacceso il confronto sul rapporto tra intelligenza artificiale e scuola. Al centro della campagna, l’invito rivolto agli insegnanti a utilizzare l’IA per elaborare la bozza di un percorso didattico articolato in cinque lezioni, coerente con il programma scolastico. Un esempio concreto di come gli strumenti generativi stiano entrando sempre più direttamente nella quotidianità professionale dei docenti. Ma proprio questa prospettiva ha suscitato la critica del pedagogista Daniele Novara, che in una nota definisce preoccupante l’idea di affidare alla tecnologia una parte del lavoro di progettazione didattica, leggendo questa proposta come un possibile segnale di ridimensionamento del ruolo dell’insegnante.

“L’intelligenza artificiale si propone di sostituire il lavoro degli insegnanti”, sostiene Novara, secondo cui dietro la promessa di liberare i docenti da attività considerate onerose si nasconderebbe il rischio di indebolire quella dimensione educativa che non può essere automatizzata.

Il nodo centrale: cosa resta del lavoro docente?

La questione sollevata non riguarda soltanto l’utilizzo di un nuovo strumento digitale, ma investe una domanda più ampia: quale parte del mestiere dell’insegnante può essere affidata alle macchine e quale, invece, rimane legata alla presenza umana? Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è stata proposta anche nel mondo dell’istruzione come possibile supporto alla personalizzazione degli apprendimenti, alla produzione di materiali, alla gestione di attività amministrative e alla progettazione di percorsi didattici. Per molti esperti, l’IA può diventare un alleato capace di ridurre alcuni carichi di lavoro e consentire ai docenti di dedicare più tempo alla relazione educativa. È proprio su questo punto, però, che Novara concentra la sua attenzione: il rischio, a suo avviso, è che la tecnologia finisca per trasformare la scuola in un luogo di semplice trasmissione di contenuti, perdendo la dimensione comunitaria e relazionale dell’apprendimento. “La scuola deve essere un’esperienza di vita, non un’esperienza di assorbimento di contenuti”, osserva il pedagogista, richiamando una concezione dell’educazione fondata sulla partecipazione, sul confronto e sulla costruzione condivisa della conoscenza.

Dalla didattica a distanza all’Intelligenza Artificiale: una nuova fase del confronto

Nel suo intervento Novara collega il dibattito attuale anche all’esperienza della didattica a distanza durante la pandemia. La DAD aveva già aperto una discussione sul rapporto tra strumenti digitali e presenza educativa: la tecnologia aveva consentito di mantenere un collegamento con gli studenti, ma aveva anche evidenziato i limiti di una scuola privata della dimensione fisica e sociale. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa la discussione si sposta su un nuovo terreno. Non si tratta più soltanto di utilizzare piattaforme o strumenti digitali per comunicare, ma di affidare a sistemi automatici compiti tradizionalmente svolti dagli insegnanti: dalla preparazione delle lezioni alla produzione di materiali, fino alla possibile elaborazione di percorsi personalizzati.

Il punto interrogativo riguarda allora il confine tra assistenza e sostituzione.

Relazione, creatività, pensiero critico: gli elementi che non si automatizzano

Nel suo ragionamento Novara richiama una visione della scuola legata alla tradizione pedagogica di autori come Maria Montessori e John Dewey, fondata sull’esperienza diretta, sul fare, sulla collaborazione e sul coinvolgimento attivo degli studenti. La scuola, secondo questa prospettiva, non è soltanto un luogo in cui acquisire informazioni, ma uno spazio in cui sviluppare capacità di interpretazione, creatività, autonomia e pensiero critico. Sono dimensioni che assumono un valore particolare proprio nell’epoca dell’intelligenza artificiale: se le macchine possono generare testi, immagini, schemi e risposte, diventa ancora più centrale educare alla capacità di porre domande, valutare informazioni, argomentare e costruire nuove idee.

Una discussione aperta sul futuro della professione docente

La posizione di Novara si inserisce in un dibattito più ampio che coinvolge istituzioni, ricercatori e mondo della scuola. La diffusione dell’IA pone interrogativi concreti: come formare gli insegnanti all’uso consapevole di questi strumenti? Quali competenze devono restare centrali nella professione docente? Come evitare che l’innovazione tecnologica accentui invece di ridurre le disuguaglianze educative?

La sfida, dunque, non sembra essere semplicemente quella di scegliere tra tecnologia e relazione umana. Il tema riguarda piuttosto il modo in cui la scuola saprà governare strumenti sempre più potenti senza perdere la propria specificità.

Per Novara la risposta passa dalla difesa della scuola come comunità educativa: un luogo in cui apprendere significa anche incontrarsi, collaborare, sperimentare e sviluppare capacità che non possono essere delegate a un algoritmo.

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