Emergenza caldo nelle scuole: giardini, orti e spazi verdi possono diventare una risposta concreta al cambiamento climatico?
Quando il caldo entra nelle aule, la tentazione è immediata: accendere una macchina per combatterlo. Condizionatori, nuovi impianti e sistemi di ventilazione sembrano la risposta più semplice a un clima che cambia. Ma, prima di aggiungere, potremmo guardare con occhi diversi la scuola che già abbiamo? I cortili, gli alberi, la terra e gli spazi ricoperti di cemento che potremmo restituire alla natura, ad esempio. Così la scuola può imparare a difendersi dal caldo non soltanto consumando energia, ma generando ombra, verde, biodiversità e vita.
E quindi ci poniamo una domanda: «È davvero sufficiente aggiungere macchine a edifici e cortili impermeabilizzati, privi di ombra e poveri di vegetazione? È questa la via che vogliamo indicare ai nostri figli?». Forse no.
La risposta al cambiamento climatico nella scuola può cominciare molto prima di accendere un apparecchio: da un albero, da una porzione di cortile che torna a essere terra, da un’aiuola, un orto, una parete verde o un piccolo giardino sensoriale.
Tante scuole guardano il proprio spazio esterno come una risorsa, non come un luogo residuale. Il tema, quindi, non è scegliere fra tecnologia e natura, ma cambiare paradigma: affiancare alle soluzioni impiantistiche una strategia di adattamento climatico attraverso la trasformazione degli ambienti scolastici.
Una scuola più verde può essere tecnologica e anche più fresca, vivibile, ricca di biodiversità e, contemporaneamente, più stimolante dal punto di vista educativo e capace di sostenere maggiore Ben-Essere. Può diventare una scuola nella quale la sostenibilità non venga soltanto spiegata, ma vissuta.
Non si tratta semplicemente di «mettere del verde»: si può ripensare l’ambiente scolastico come un ecosistema educativo, nel quale gli spazi esterni diventino veri e propri Ambienti di Apprendimento, intenzionalmente progettati in funzione dei bisogni della comunità scolastica. E’ dimostrato come l’Outdoor Education valorizzi esperienza diretta, multisensorialità, movimento, autonomia, relazione con la natura e consapevolezza ecologica.
È una prospettiva particolarmente interessante perché affrontare il cambiamento climatico significa anche educare alla capacità di abitare diversamente i luoghi.
Dal cortile asfaltato al paesaggio educativo
È uno dei temi centrali che affronto nel libro sui Giardini Sensoriali: per molti bambini e ragazzi il cortile della scuola rappresenta uno dei pochi spazi esterni frequentati quotidianamente. Eppure, in molte realtà, le scuole sono spesso state progettate (o modificate) inserendo superfici dure, asfaltate o impermeabilizzate. Tutto molto lontano da ciò che servirebbe al nostro Ben-Essere…
Il primo gesto “progettuale” potrebbe essere semplice: guardare ciò che già esiste e domandarsi che cosa può tornare a essere vivo.
Una porzione di pavimentazione può, quando le condizioni tecniche e normative lo consentano, lasciare spazio a un’aiuola; un angolo inutilizzato può diventare un piccolo orto; un terrazzo può ospitare piante aromatiche; una parte del cortile può trasformarsi in uno spazio ombreggiato per leggere, osservare, conversare o semplicemente so-stare, un davanzale può ospitare un’esperienza.
La depavimentazione non è soltanto un intervento tecnico: è una scelta culturale. Significa riconoscere che il suolo è un sistema vivente, non solo una superficie sulla quale camminare o costruire. Un complesso sistema in cui l’Uomo dovrebbe sentirsi ospite rispettoso e consapevole tutore.
Allo stesso modo, piantare un albero non significa soltanto aggiungere un elemento ornamentale: significa introdurre nella scuola un organismo che cresce, cambia, produce ombra, dialoga con le stagioni e diventa nel tempo parte della memoria collettiva.
L’orto didattico rende questo processo evidente: bambini e ragazzi seminano, coltivano e raccolgono, vivono il ciclo delle stagioni. È esperienza concreta, educazione ambientale, collaborazione e assunzione di responsabilità.
Il cambiamento climatico può così entrare nella scuola non soltanto attraverso una lezione di educazione civica o di scienze, ma attraverso il modo stesso nel quale la scuola è costruita e abitata.
Il verde non è un ornamento: è un Ambiente di Apprendimento
Nel libro ho raccolto molti esempi (e suggerimenti pratici) di come gli spazi verdi possano sostenere apprendimenti esperienziali, laboratori attivi e cooperativi e contribuire al Ben-Essere personale.
Dall’esperienza vissuta in questi tredici anni di scuole DADA e sette di scuole DadaLogica, ho constatato come le trasformazioni più efficaci e durature siano quelle co-costruite insieme agli studenti.
Più di trent’anni fa, quando ero docente di scuola primaria, con i bambini realizzai una delle prime esperienze di progetto partecipato di un giardino, condivisa con l’assessorato alla scuola e quello ai giardini. Fu un’esperienza incredibile e che, per alcuni aspetti, precorreva i tempi.
Si parte dall’osservazione dello spazio a disposizione: quanta parte è pavimentata? Dove arriva il sole? Dove si concentra il calore? Dove esiste già ombra? Dove ristagna l’acqua? Quali piante e animali sono presenti? Dove sarebbe possibile creare un piccolo habitat verde?
Da queste domande possono nascere attività di matematica, scienze, tecnologia, arte, educazione civica e geografia. Si può misurare, fotografare, disegnare, mappare, progettare, costruire, coltivare e verificare nel tempo ciò che accade. Si possono creare le condizioni affinché emergano domande e desideri, finalità particolarmente importante in una società che rischia l’anestesia del Sentire. Si può stimolare con maggiore efficacia creatività e problem solving, cooperazione, capacità di sostenere la frustrazione e accoglienza.
E tutto questo si può fare anche con risorse limitate.
Nel testo sui Giardini Sensoriali ho raccolto esperienze reali che mostrano la capacità di partire dal Q.C.A. (ovvero: “Quello-Che-Abbiamo”, un acronimo che ho utilizzato la prima volta tredici anni fa per rendere più concreto il modello DADA).
In una di esse il giardino sensoriale nasce senza terreno da coltivare, attraverso strutture in legno, vasi e contenitori mobili: un «giardino senza terreno», costruito progressivamente e che si adatta al contesto.
Un’altra esperienza è il giardino mobile di una scuola in Ospedale, l’«Orto in corsia».
Potremmo parlare a lungo di scuole che rischiavano la chiusura, di “autostrade delle api”, di percorsi sensoriali per bambini con difficoltà, di casette per gli insetti e piante mellifere. Potremmo riempire i nostri cuori di esperienze emozionanti e commoventi.
Perché non tutte le scuole possiedono grandi giardini o possono affrontare importanti lavori edilizi o creare subito un grande orto. Ma quasi tutte possono iniziare da una domanda: che cosa abbiamo già? Dove vogliamo andare?
Il principio del Q.C.A. invita a non concentrarsi su ciò che manca, ma a riconoscere le risorse disponibili e partire da quelle. Un vecchio contenitore può diventare un vaso, una cassetta un modulo per l’orto, un pallet parte di un allestimento. Materiali di recupero possono diventare strumenti per giocare, osservare e apprendere.
La sostenibilità non significa necessariamente spendere più denaro; spesso significa progettare meglio ciò che già possediamo: riciclare, rinnovare, trasformare.
Un orto scolastico può sembrare un piccolo progetto rispetto alla dimensione globale del cambiamento climatico. Eppure, sappiamo che è nella dimensione quotidiana che si costruisce la cultura ambientale: seminare significa aspettare, coltivare prendersi cura, osservare una pianta riconoscere i tempi della natura, compostare comprendere i cicli, osservare gli insetti scoprire relazioni invisibili.
Raccogliere un pomodoro coltivato a scuola significa comprendere, attraverso i sensi, che il cibo non nasce sugli scaffali di un supermercato.
Il giardino sensoriale aggiunge un ulteriore livello: vista, udito, olfatto, tatto e gusto diventano strumenti per entrare in relazione con sé stessi, con gli altri e con l’ambiente, attraverso piante, materiali naturali, acqua, legno, sabbia. Suoni e silenzi.
La crisi climatica è spesso rappresentata attraverso numeri, grafici e scenari lontani. Il giardino permette invece di Sentire il cambiamento: una pianta che ha bisogno d’acqua, la differenza fra una zona ombreggiata e una assolata, la presenza degli insetti, le trasformazioni stagionali. La sostenibilità diventa così concreta, corporea, quotidiana.
Nel mio libro propongo varie esperienze, fra cui il «giardino del pensiero lento»: un piccolo spazio esterno – un’aiuola, un giardino, un orto o anche un balcone – nel quale sostare, osservare, respirare, ascoltare e prendersi cura delle piante. Non tutti gli spazi di una scuola devono essere destinati all’attività intensa: abbiamo (tutti) bisogno anche di luoghi nei quali rallentare.
Un giardino può anche diventare anche un laboratorio di cittadinanza partecipata e un’esperienza collettiva. Nel libro sono documentati esempi concreti nei quali la comunità ha contribuito alla realizzazione di orti e giardini; Centri Anziani che sostengono la scuola, rendendo vivo un importante dialogo intergenerazionale intorno alla cura dello spazio verde.
La programmazione a breve/medio/lungo termine, con l’idea stessa di “seminare oggi per realizzare domani”, viene attivata dalla manutenzione che immancabilmente gli spazi verdi richiedono: vogliamo davvero che i nostri figli crescano nella cultura del “prêt a porter”, del “consumo immediato di suolo e di beni”, nell’inconsapevolezza del presente e del contesto?
Un caso di eccellenza che sarà da seguire da vicino è rappresentato dalla scuola di Peccioli (PI), di prossima inaugurazione, in cui il nuovo edificio sta diventando giorno per giorno l’agglutinante di una comunità che si prende cura non solo di un bene comune, ma soprattutto della stessa idea di futuro.
Una strategia in cinque passi
Per molte scuole il cambiamento potrebbe iniziare con un percorso semplice e progressivo.
- Mappare ciò che esiste. Cortili, giardini, alberi, aiuole, terrazzi, balconi, superfici pavimentate, zone ombreggiate e inutilizzate diventano oggetto di osservazione.
- Individuare ciò che può essere trasformato. Non necessariamente grandi opere: anche piccoli interventi possono creare nuove possibilità. Nel QCA rientrano risorse economiche, ma soprattutto “mani, cuori e corpi in movimento”.
- Creare verde funzionale. Alberi e arbusti per l’ombra, piante aromatiche, orti, aiuole, piante mellifere, piccoli habitat per insetti e spazi per l’osservazione e la sosta.
- Trasformare il verde in curricolo. Il giardino non deve essere affidato esclusivamente al personale che se ne occupa, ma entrare nelle attività didattiche: misurare, osservare, coltivare, documentare, progettare, costruire, ascoltare, riflettere, connettere.
- Coinvolgere la comunità. Studenti, docenti, dirigenti, DSGA, famiglie, collaboratori scolastici, amministrazioni locali, associazioni e territorio possono contribuire alla progettazione e alla cura. È questa partecipazione che rende il giardino qualcosa di più di un semplice spazio verde.
Non scegliere tra tecnologia e natura: cambiare paradigma
La proposta è quindi una ricerca di sinergia. Da architetto sono consapevole che in alcune situazioni il raffrescamento meccanico sia necessario: la qualità climatica e la sicurezza degli ambienti scolastici devono rimanere prioritarie. Anzi, sensori, nuove tecnologie, processi e raccolte dati – se guardati in modo più olistica – possono essere parte attiva del nostro “progetto verde” e quindi contribuire a trasformare la cultura della nostra scuola.
È una prospettiva che invita a superare la logica dell’intervento isolato e a progettare/costruire/modificare scuole nelle quali il rispetto dell’ambiente possa essere quotidianamente praticato, osservato e vissuto; in cui insegnare è, ogni giorno, “lasciare il segno”.
Perché una scuola che pianta, coltiva, cura e restituisce spazio alla natura non sta soltanto cambiando il proprio giardino. Sta educando a un altro modo di abitare il mondo.
E questa, prima ancora che una questione tecnologica, è una questione culturale.
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