Aurora Ruffino: ‘Sogno una scuola che prepari davvero i giovani alla vita’

Di Sara Morandi

Aurora Ruffino è un’affermata attrice e scrittrice di talento, nota per le sue interpretazioni in produzioni come “La solitudine dei numeri primi”, “Braccialetti Rossi” e “I Medici”. Nata nel 1989 e cresciuta in un piccolo paese vicino a Torino, ha affrontato la perdita della madre in giovane età, crescendo con i nonni. Questo profondo dolore personale ha influenzato il suo percorso artistico e umano, portandola a trasferirsi a Roma a vent’anni, dove ha iniziato a esplorare la solitudine e la complessità delle emozioni umane. Ha canalizzato queste esperienze nel suo primo romanzo, “Volevo salvare i colori”, una storia che, pur essendo fortemente personale, non è una biografia.

Oltre a recitare, Aurora ha sempre trovato nella scrittura un mezzo essenziale per esplorare e comprendere sé stessa, trasformando il dolore in creatività e autenticità. Per Aurora, l’autenticità è una scoperta liberatoria e fondamentale per la crescita personale, un principio che desidera trasmettere anche agli altri. L’attrice sogna una scuola che vada oltre il semplice nozionismo, ispirata al modello dell’antica Grecia, in cui il dialogo e la dialettica incoraggiano il pensiero critico e l’espressione individuale. Immagina un’educazione che formi i giovani non solo come depositari di informazioni, ma come persone capaci di pensare autonomamente e di cercare la propria verità.

Aurora, hai sempre amato scrivere fin da bambina. Come è stato il passaggio dalla recitazione alla scrittura di un romanzo? Quali sfide hai incontrato nel dare vita a una storia tutta tua?

“La scrittura è sempre stata la mia forma di espressione più intima e più vera, il modo che ho avuto per esplorarmi, guardarmi dentro e capirmi, quindi per me è stata soprattutto una necessità, un processo indispensabile per sciogliere cose che non riuscivo a dire a voce. Ho sempre scritto, prima sui diari e sui quaderni, poi al computer, e questa storia in qualche modo l’ho quasi subita, perché non ho avuto scelta se non scriverla: è uscita fuori da sola, giorno dopo giorno. Nasce anche da un dolore personale, ma non è un’autobiografia; è un romanzo vero e proprio, che mi ha permesso di esprimere qualcosa di profondamente mio attraverso personaggi che non sono me”.

Vanessa, la protagonista del tuo romanzo, dal titolo: “Volevo salvare i colori” (Rizzoli editore) intraprende un viaggio intenso e personale. In che modo le tue esperienze personali hanno influenzato la creazione di questo personaggio e la sua avventura?

“Ovviamente la mia protagonista, Vanessa, nasce con un dolore profondissimo: il giorno della sua nascita è lo stesso in cui sua madre muore di parto, e per questo cresce con il senso di colpa di averle in qualche modo rubato la vita, sentendo di non avere davvero il diritto di essere felice o di vivere pienamente. Da bambina sviluppa una passione per le farfalle, perché le farfalle non hanno bisogno di una madre per vivere ma semplicemente evolvono e si trasformano, e la sua vita cambia quando scopre l’esistenza della Vanessa del Cardo, una farfalla che porta il suo stesso nome e che è speciale perché, tra tutte le specie, compie il viaggio migratorio più lungo. In quel momento nasce in lei il desiderio di partire e compiere lo stesso viaggio; e in questo senso io e Vanessa condividiamo lo stesso lutto, perché anche io sono cresciuta senza la figura materna, anche se questo libro non è la storia della mia vita ma un romanzo che nasce dalla necessità di dare voce a quel dolore”.

Nel tuo libro, suggerisci che il viaggio più importante è quello interiore. Qual è stata una delle lezioni più preziose che hai imparato attraverso la tua carriera e che magari hai voluto trasmettere ai tuoi lettori?

“Sicuramente le lezioni più preziose che ho imparato non le devo tanto alla carriera d’attrice quanto a una ricerca filosofica e spirituale che si è innescata quando ho iniziato a pormi domande sul senso della vita, su chi siamo come esseri umani e sul motivo per cui ci troviamo qui, in questo mondo sospeso nel nulla. Questo sguardo ha rimesso in discussione le mie priorità e mi ha dato una prospettiva completamente diversa; la lezione più importante è stata capire che non esiste nulla di più essenziale della verità, non come verità assoluta ma come fedeltà alla propria. Negli ultimi anni ho imparato a essere profondamente autentica, prima di tutto con me stessa e poi con gli altri: non è facile, perché l’autenticità spesso genera scosse emotive e cambiamenti reali nelle relazioni, a volte anche perdite, ma proprio quel vuoto crea lo spazio perché restino, o arrivino, solo le persone capaci di incontrarti davvero per ciò che sei”.

Sogni una scuola per i giovani che possa prepararli meglio alla vita. Quali valori e insegnamenti ritieni siano fondamentali per una scuola del futuro e che tipo di esperienze dovrebbe offrire agli studenti?

“Assolutamente sì. Io sogno una scuola che prepari davvero i giovani alla vita e che non li trasformi semplicemente in archivi di informazioni, una scuola meno centrata sul nozionismo e più capace di formare il pensiero critico e individuale di ogni studente. Mi affascina molto il modello dell’antica Grecia, dove l’insegnamento passava attraverso la dialettica, cioè il confronto: agli studenti non veniva chiesto solo di apprendere un’informazione, ma di sviluppare un pensiero personale a partire da essa. Non venivano valutati per la capacità di ripetere un dato, ma per la capacità di ragionarci sopra. Purtroppo spesso oggi non è così, e lo dico anche per esperienza personale, perché a scuola veniamo valutati soprattutto sulla capacità di ripetere, mentre il pensiero critico molti devono svilupparlo da soli, magari più tardi, come è successo a me quando ho iniziato ad avvicinarmi alla filosofia. Non è colpa degli insegnanti, che lavorano dentro un sistema preciso, ma io desidero una scuola che, più che riempire “corpi” di nozioni, aiuti i ragazzi a diventare persone capaci di pensare con la propria testa e di cercare la propria verità”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA