I condizionatori sono solo la punta dell’iceberg. Sotto c’è una scuola che nessuno vuole riformare
Riceviamo e pubblichiamo volentieri l’intervento di Laura Scalfi, direttore generale del Polo Veronesi di Rovereto e CEO Liceo STEAM international, componente della Segreteria nazionale di ORA!
Settembre 2026, sesta ondata di calore. A pochi giorni dalla prima campanella i sindacati della scuola scoprono, con la sorpresa di chi apre per la prima volta una finestra, che le aule italiane non hanno l’aria condizionata. Nove edifici scolastici su dieci ne sono privi, secondo l’indagine di Tuttoscuola; sei su dieci sono stati costruiti prima del 1975; nel Lazio i plessi climatizzati sono l’1,6 per cento, in Sicilia il 95 per cento delle aule non ha alcun impianto e quattro edifici su cinque non hanno nemmeno l’agibilità. Numeri che non sono cambiati nella notte tra il 31 agosto e il 1° settembre. Erano lì anche a giugno, a marzo, dieci anni fa.
Eppure la reazione è quella dell’emergenza improvvisa. E la soluzione proposta è, se possibile, ancora più rivelatrice del problema: rinviare l’inizio delle lezioni. Fa caldo, quindi non si entra. È la stessa logica con cui si chiuderebbe una strada perché ha le buche: comoda, immediata, e a carico esclusivo di chi quella strada dovrebbe percorrerla. Cioè gli studenti.
Il ministro, dal canto suo, risponde con 20 milioni di euro per “dispositivi di raffrescamento”. Diviso per le aule, uffici e laboratoridelle scuole italiane italiane fa circa 60 euro ciascuna: un ventilatore, se il preside sa contrattare. “L’avevamo promesso, l’abbiamo fatto”, dice Valditara. Non era proprio questo che si intendeva quando si parlava di investire sulla scuola, ma prendiamo atto.
C’è un filo che lega il caldo di settembre a tutto il resto, ed è sempre lo stesso: quando il sistema non regge, l’unica variabile che si accetta di comprimere è il tempo scuola degli studenti. Si taglia sulla didattica, mai sulle strutture. Si rinvia il rientro, non si programma la manutenzione. Si chiude, non si ripara. Gli studenti sono l’anello sacrificale di una catena in cui tutti gli altri anelli — amministrazioni, enti locali, rappresentanze sindacali— hanno sempre qualcosa di più urgente da proteggere.
La storia recente lo dimostra con una chiarezza imbarazzante.
Il PNRR. L’occasione più grande degli ultimi trent’anni. Miliardi destinati all’istruzione: asili nido, nuove scuole, messa in sicurezza degli edifici, Piano Scuola 4.0. Cosa è arrivato nelle aule? Lavagne interattive e “ambienti innovativi” comprati a scadenza, con la logica del bancomat: spendere in fretta ciò che è certificabile in fretta, perché la rendicontazione conta più dell’impatto. L’edilizia — quella che avrebbe reso le scuole vivibili a 35 gradi come a zero — è stata la voce più lenta, più rimodulata, più tagliata. I nuovi asili nido promessi sono diventati meno nidi; le scuole “Futura” sono ancora in gran parte cantieri o rendering. La scadenza del giugno 2026 è passata da poche settimane e il bilancio, per l’edilizia scolastica, è quello che vediamo oggi: aule del 1970 con la LIM o schermi touch del 2024.
I PON. Stessa storia, in versione decennale. Programmi operativi nazionali usati come sportello per progetti spot — il corso pomeridiano, il laboratorio di dodici ore, la piattaforma — utili a chiudere l’anno finanziario, inutili a cambiare la scuola. Nessuna strategia, nessuna continuità, nessuna valutazione di ciò che ha funzionato.
Il calendario scolastico. Qui l’ironia diventa amara. Oggi i sindacati chiedono di spostare la campanella per il caldo. Ma quando si è proposto di ripensare seriamente il calendario — una distribuzione dell’anno più equilibrata, con pause più brevi e meglio distribuite, una pausa estiva meno lunga e un rientro meno esposto alla canicola, come avviene in gran parte d’Europa — dove erano? Non al nostro fianco. La riforma del calendario è rimasta un tabù perché tocca abitudini consolidate, mentre il rinvio di dieci giorni non tocca nessuno se non chi perde quei dieci giorni di scuola.
Il piano Marshall che non c’è. L’Italia non ha mai avuto un piano pluriennale, finanziato e vincolante per l’edilizia scolastica. Ha avuto bandi, avvisi, finestre, “linee di investimento”. Ogni ondata di calore, ogni crollo di controsoffitto, ogni scuola chiusa per inagibilità riparte da zero, con un’emergenza nuova e uno stanziamento simbolico. Quello che serve è noto da anni: un’anagrafe dell’edilizia scolastica affidabile e pubblica, un fondo strutturale con risorse certe per almeno dieci anni, priorità decise su criteri tecnici e non sulla vicinanza al ministero di turno, e responsabilità chiare tra Stato ed enti locali invece del rimpallo che oggi lascia i sindaci a scrivere lettere alle Regioni.
Perché il punto non è che l’Italia non abbia risorse: è dove sceglie di metterle. Il Superbonus 110% è costato allo Stato oltre 120 miliardi di euro — più di sei volte l’intera dotazione del PNRR per l’istruzione — per rifare facciate e cappotti termici di case private, con un beneficio concentrato su chi una casa la possedeva già. Con una frazione di quella cifra ogni scuola italiana sarebbe oggi climatizzata, isolata e a norma. E mentre le aule sfiorano i 36 gradi, il Paese ha messo in bilancio 13,5 miliardi per il Ponte sullo Stretto: un’opera faraonica che collega due sponde su cui, nel frattempo, il 95 per cento delle aule siciliane non ha un impianto di raffrescamento e quattro scuole su cinque non hanno l’agibilità. Ci sono i soldi per il ponte più lungo del mondo e 57 euro per ogni aula. Non è una mancanza di risorse: è un ordine di priorità, e gli studenti non ci sono.
Non è il caldo, è la scelta!
Il caldo di settembre non è una calamità imprevedibile: è la sesta ondata di quest’anno e la decima estate consecutiva a ricordarci che il clima è cambiato e la scuola no. Chi oggi si accorge dei condizionatori e propone di chiudere le porte non sta difendendo gli studenti: sta difendendo l’abitudine di non cambiare nulla, spostando il costo su chi non può protestare.
ORA! non chiede ventilatori. Chiede che l’istruzione torni a essere un investimento e non una voce di spesa da spalmare, che le risorse europee vengano usate per costruire e non per rendicontare, che il calendario venga finalmente ripensato con criterio, e che qualcuno — sindacati compresi — accetti di sedersi al tavolo quando si parla di riforme e non solo quando si parla di rinvii.
Gli studenti non hanno bisogno di un anno che comincia dieci giorni dopo. Hanno bisogno di una scuola in cui valga la pena entrare, a qualunque temperatura.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Solo gli utenti registrati possono commentare!
Effettua il Login o Registrati
oppure accedi via