Walter Garibaldi: ‘Sogno una scuola capace di restituire profondità, memoria, senso critico e rispetto’
Di Sara Morandi
Walter Garibaldi, autore e produttore rinomato, è una figura di spicco nel panorama documentaristico contemporaneo. Con una carriera ricca di esperienze nel mondo dell’arte e dello spettacolo, Garibaldi ha recentemente collaborato alla direzione artistica del documentario “La Gravità del Superfluo – Daniele Sigalot”, prodotto da Kluck Studio e presentato da Rai Cultura. Questo progetto rappresenta un viaggio affascinante nell’universo creativo dell’artista Daniele Sigalot, noto per trasformare materiali industriali pesanti in opere d’arte leggere e visionarie. Garibaldi ha condiviso la sua visione di rendere l’arte contemporanea accessibile a tutti, superando il pregiudizio che spesso la relega a un ambito elitario e distante. La collaborazione con Sigalot è stata un’esperienza arricchente, caratterizzata da un reciproco scambio di idee e intuizioni. La sensibilità artistica di Barbara De Nuntis, che conduce il documentario, ha ulteriormente contribuito a creare un ponte autentico tra l’opera d’arte e il pubblico, rendendo la narrazione più intima e accessibile. La scuola dei sogni di Walter Garibaldi sarebbe un luogo dove si formano persone prima che professionisti, con un forte accento sulla storia italiana e le arti. Egli immagina un’istituzione che insegni non solo nozioni, ma anche rispetto e senso critico, valorizzando la memoria storica e la grandezza del passato risorgimentale. Le arti, come la musica, il teatro e la letteratura, occuperebbero un ruolo centrale nell’educazione, capaci di educare lo sguardo e modulare l’anima. Garibaldi sogna una scuola che tramandi istruzione e rispetto per il passato, guardando al futuro con consapevolezza e senza nostalgia, riconoscendo il valore di chi educa e cura la società.
Ha una lunga esperienza nel linguaggio documentaristico contemporaneo. Quali sono stati i principali obiettivi che si è prefissato nel dirigere la direzione artistica di “La Gravità del Superfluo”?
“Il principale obiettivo che mi sono prefissato è stato quello di avvicinare l’arte contemporanea allo spettatore, liberandola da quel pregiudizio che spesso la accompagna: l’idea che sia necessariamente qualcosa di distante, complesso, quasi inaccessibile. Mi interessava costruire un percorso narrativo che permettesse al pubblico di entrare nell’universo creativo di Daniele Sigalot senza sentirsi escluso, senza la paura di “non capire”, ma anzi con la possibilità di lasciarsi sorprendere. Credo che l’arte, quando viene raccontata con sincerità e con il giusto ritmo, possa diventare un’esperienza molto più diretta di quanto si immagini. Per questo ho voluto che il documentario non avesse un tono didascalico o accademico, ma mantenesse una tensione viva, curiosa, capace di accompagnare lo spettatore dentro il lavoro dell’artista. In questa direzione è stata fondamentale anche la scelta di affidare la regia a Simone Manzi, un giovane collega dotato di grande sensibilità visiva e di una naturale confidenza con i linguaggi contemporanei, tecnologici e narrativi. Simone ha portato uno sguardo fresco, dinamico, sempre attento al presente. Ha saputo imprimere al documentario un ritmo che forse noi, appartenenti a una generazione più “anziana”, rischiamo talvolta di perdere o di trattenere troppo. La sua presenza ha permesso al progetto di respirare con maggiore libertà, rendendolo più vicino anche a un pubblico abituato a forme di racconto rapide, fluide e visivamente potenti”.
Nel documentario, Daniele Sigalot trasforma materiali industriali pesanti in opere d’arte leggere e visionarie. Qual è stata la sua esperienza nel collaborare con un artista così innovativo e quali sono state le sfide più stimolanti di questo progetto?
“L’incontro con Daniele Sigalot è stato, prima ancora che un’esperienza professionale, un incontro umano ricco di sorprese. Ci siamo donati reciprocamente qualcosa lungo il percorso: punti di vista, intuizioni, persino dubbi. È stato un tragitto condiviso, non una semplice collaborazione costruita attorno a un set o a un calendario di lavorazione. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la possibilità di entrare in contatto con un modo di vedere la materia, lo spazio e il paradosso completamente diverso dal mio. Daniele riesce a trasformare ciò che appare pesante, industriale, quasi ostile, in qualcosa che improvvisamente diventa leggero, ironico, poetico. Questa inversione dello sguardo è stata per me una lezione preziosa, ma non nel senso tradizionale del termine. Non c’è stata alcuna catechesi, nessuna volontà di spiegare o imporre un significato. E questo, per me, è stato fondamentale. Diffido sempre un po’ delle interpretazioni troppo obbligate, di quelle letture che pretendono di condurre lo spettatore verso una sola conclusione. In questo progetto, invece, abbiamo cercato di meritare e difendere una libertà: la libertà dell’artista, la libertà del racconto e anche quella dello spettatore. La sfida più stimolante è stata proprio questa: raccontare un artista innovativo senza ingabbiarlo, senza appesantire ciò che nella sua opera vive anche di leggerezza, ambiguità e sorpresa”.
La conduzione del documentario è affidata a Barbara De Nuntis, un’attrice con una profonda sensibilità artistica. Come è stata la collaborazione con lei e in che modo ha influito sulla narrazione del documentario?
“Barbara De Nuntis è stata il vero filo conduttore dell’intera operazione. La sua presenza ha dato continuità, misura e calore alla narrazione. In un documentario di questo tipo, la figura di chi conduce è estremamente delicata: deve accompagnare, ma non invadere; deve porre domande, ma anche saper accogliere le risposte; deve essere presente senza diventare il centro assoluto della scena. Barbara possiede una qualità rara: sa ascoltare. E questo, oggi, è un valore enorme. È preparata, ha un’ottima dizione, una sensibilità artistica evidente, ma soprattutto ha la capacità di non sovrastare l’ospite. Non cerca di imporsi, non forza il dialogo, non trasforma l’intervista in una dimostrazione di sé. Al contrario, riesce quasi a “cullare” l’interlocutore, mettendolo nella condizione di aprirsi, di raccontarsi, di trovare un ritmo naturale. La sua conduzione ha influito molto sulla narrazione perché ha creato un ponte tra l’artista e il pubblico. Ha reso il dialogo più umano, più accessibile, più intimo. In un lavoro dedicato all’arte contemporanea, questo era essenziale: evitare la distanza, costruire prossimità, permettere allo spettatore di sentirsi parte di una conversazione e non semplice destinatario di una spiegazione”.
Se potesse progettare una sua scuola dei sogni, quali elementi e valori fondamentali vorrebbe includere per ispirare e formare le future generazioni?
“La mia scuola dei sogni partirebbe da un principio molto semplice: formare persone prima ancora che professionisti. Una scuola capace di restituire profondità, memoria, senso critico e rispetto. In questo percorso, darei grande spazio allo studio della storia italiana, e in particolare alla grandezza del periodo risorgimentale, che oggi mi sembra spesso oggetto di riletture superficiali o strumentali. Viviamo in un tempo in cui certe narrazioni, soprattutto sui social, tendono più a parlare alla pancia di chi ascolta che alla complessità dei fatti. La scuola dovrebbe invece educare alla verità storica, alla verifica, alla comprensione dei contesti, non alla semplificazione emotiva. Accanto alla storia, metterei al centro lo studio delle arti: tutte le arti. La musica, il teatro, la pittura, la letteratura, il cinema, la danza. Le arti non sono un ornamento dell’istruzione, ma una parte fondamentale della formazione dell’essere umano. Possono educare lo sguardo, modulare l’anima, insegnare disciplina, ascolto, empatia. Una sessione di teatro, ad esempio, può essere lenitiva di molte ferite: aiuta a conoscere sé stessi, a stare con gli altri, a dare forma alle emozioni, a trasformare la fragilità in espressione. Vorrei una scuola che tramandasse istruzione, ma anche rispetto: rispetto per ciò che siamo stati, per ciò che di grande abbiamo costruito, e per ciò che potremmo tornare a essere. Una scuola non nostalgica, ma consapevole. Capace di guardare al futuro senza disprezzare il passato. E naturalmente sarebbe una scuola in cui anche chi insegna viene riconosciuto nel proprio valore. Il corpo docente dovrebbe essere retribuito in modo giusto e dignitoso, così come dovrebbero esserlo coloro che lavorano negli ospedali, nella difesa del territorio, nella sicurezza e nella cura della collettività. Una società che non riconosce economicamente e moralmente chi educa, chi cura e chi protegge, è una società che smarrisce il senso delle proprie priorità”.
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