Angela Senatore: ‘Nella mia scuola dei sogni si impara che esistono tanti modi di stare al mondo’

Di Sara Morandi

Angela Senatore, autrice e scrittrice di grande sensibilità e passione, è nota per il suo impegno nell’educazione civica attraverso la musica. Recentemente, ha collaborato al progetto “La Repubblica è un grande coro”, un’iniziativa che celebra l’80° anniversario della Repubblica Italiana e che si rivolge ai bambini di tutto il paese. La canzone, interpretata dal Piccolo Coro dell’Antoniano, è una metafora potente della democrazia, in cui ogni voce è unica e preziosa, ma il vero successo si ottiene solo attraverso l’ascolto e la collaborazione. Angela sottolinea come la musica possa trasformare l’educazione civica da materia astratta a esperienza vissuta. I bambini, quando cantano in coro, apprendono naturalmente le regole della comunità: ascoltare, partecipare e contribuire a qualcosa di più grande di sé stessi. Questo processo educativo pratico è perfettamente in linea con la missione del Piccolo Coro e dell’Antoniano, da sempre simboli di speranza, inclusione e comunità.

La scuola dei sogni di Angela Senatore è un ambiente multiculturale dove la diversità non è un problema, ma una ricchezza da vivere quotidianamente. È un luogo che promuove l’apertura mentale e la curiosità, insegnando ai bambini che esistono tanti modi di essere al mondo. Questa scuola ideale, simile a un coro, valorizza il confronto e la collaborazione, creando qualcosa di più ricco e significativo di quanto si potrebbe ottenere da soli.

Quali sono stati i punti di partenza e le ispirazioni principali che hanno guidato la scrittura del testo?

“Il punto di partenza è stata una domanda apparentemente semplice: come si racconta la Repubblica alle bambine e ai bambini di oggi? Attraverso date e definizioni, certo, ma  anche attraverso un’immagine che potessero sentire propria. L’immagine del coro mi sembrava perfetta: ogni voce è unica e preziosa, ma per ottenere un buon risultato occorre che ci  si ascolti e ci si accordi con gli altri. È esattamente la stessa logica di una comunità democratica. L’ottantesimo anniversario del 2 giugno ci offre l’occasione per fermarci e ricordare che i valori della Costituzione non sono qualcosa di lontano, sono la grammatica della convivenza quotidiana”.

Come pensa che la musica possa facilitare l’educazione civica come esperienza vissuta, più che come materia da studiare?

“La musica è uno dei linguaggi più antichi che l’umanità abbia mai utilizzato per stare insieme e i bambini istintivamente rispondono alla musica con una disponibilità che spesso l’adulto ha perso. Quando un bambino canta in coro, regola la propria voce per ascoltare quella del vicino. In quel momento non sta studiando le regole di comunità, le sta praticando. Il coro in particolare è una metafora che si trasforma in esperienza concreta: partecipare, essere parte di qualcosa di più grande di sé, capire che la propria voce conta ma che insieme si arriva dove da soli non si arriverebbe mai. Il coro ci rende comunità e la comunità ci rende cittadini. Ecco perché abbiamo pensato a un kit didattico completo che possa utilizzare la canzone come un’occasione di scoperta e di pratica dei valori civici e costituzionali”.

In che modo il messaggio della canzone si allinea con la missione del Piccolo Coro e dell’Antoniano?

“Da sempre il Piccolo Coro, aderendo alla mission dell’Antoniano e rappresentandola così bene, porta nelle case degli italiani la voce dei bambini come simbolo di speranza, inclusione e comunità. Questo progetto ne è una naturale estensione verso le scuole e verso la dimensione civica: è una visione del mondo in cui ogni bambino e ogni bambina, indipendentemente da dove vengono, da come parlano o da cosa portano con sé,  hanno diritto di far sentire la propria voce. L’Antoniano crede profondamente in questo, ed è per questo che abbiamo voluto che il progetto raggiungesse le scuole primarie di tutta Italia, non solo quelle vicine a noi”.

Immaginiamo una scuola ideale: com’è la scuola dei suoi sogni?

“La scuola dei miei sogni la conosco bene, perché l’ho vista con i miei occhi: somiglia alle scuole che mio figlio ha frequentato, nel nostro quartiere della Bolognina. Ambienti in cui i bambini crescevano insieme pur venendo da luoghi, culture e famiglie molto diverse tra loro  e in cui quella differenza non era un problema da gestire, ma una ricchezza da abitare ogni giorno. Ho visto quanto quella molteplicità di sguardi, di lingue, di riferimenti renda i bambini più curiosi, più aperti, più capaci di stare al mondo. La scuola dei miei sogni è multiculturale non per dichiarazione d’intenti, ma per vocazione autentica: un luogo in cui si impara che esistono tanti modi di essere al mondo, e che dal confronto tra questi modi nasce qualcosa di più ricco di quanto ciascuno potrebbe costruire da solo. Esattamente come in un coro”.

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