Giuseppe Bonifati: ‘Sogno una scuola in movimento: un laboratorio di pensiero, pratica e responsabilità’

Di Sara Morandi

Giuseppe Bonifati è un attore che ha saputo distinguersi nel panorama artistico internazionale grazie alla sua carriera versatile che spazia tra teatro, cinema e televisione. Nato dall’urgenza di danzare e stare in scena, il suo percorso artistico è stato segnato da momenti significativi e incontri fondamentali con maestri di prestigio come Giuseppe Maradei ed Eugenio Barba. Attraverso le sue esperienze, Bonifati ha appreso il valore antropologico del teatro, sviluppando una presenza scenica totale e una comprensione profonda delle arti performative. Con la sua trilogia dantesca, Bonifati ha dimostrato come i classici possano rivivere nei contesti moderni e urbani, senza la necessità di attualizzare i testi, ma restituendo loro un corpo e uno spazio. Questo progetto ambizioso ha riscosso grande successo a Copenhagen, mettendo in relazione Inferno, Purgatorio e Paradiso con luoghi reali della città, e permettendo al pubblico di attraversare e vivere l’esperienza dantesca in modo fisico, sensoriale ed emotivo. Giuseppe Bonifati non è solo un attore, ma anche un innovatore che ha creato progetti come Artbulance, un miniteatro e cinema su quattro ruote che integra arte, cura e cittadinanza. Attraversando l’Europa, Artbulance promuove la creatività come forma alternativa di “medicina”, favorendo relazioni e connessioni profonde tra le persone. Se potesse creare una scuola dei suoi sogni, l’artista immagina un laboratorio di pensiero, pratica e responsabilità in movimento. Attraverso progetti come “Sulla Pelle” e “La Scuola sulla Bellezza”, egli esplora temi di vulnerabilità, alterità e sostenibilità, insegnando alle nuove generazioni che l’arte è un allenamento alla complessità e una preparazione per affrontare il mondo con immaginazione e coraggio. Bonifati sogna di trasmettere l’idea che l’arte non è una fuga, ma una forma di responsabilità e bellezza etica, capace di rendere la vita quotidiana più consapevole e bella.

Considerando la sua carriera versatile tra teatro, cinema e televisione, quali sono stati i momenti più significativi che hanno segnato il suo percorso artistico?

“Il mio percorso è nato dal corpo prima che dalle parole. All’inizio c’era l’urgenza di danzare e stare in scena; solo dopo è arrivato il bisogno di capire cosa quella presenza potesse generare negli altri.
Tra i momenti più significativi c’è stato il primo volo sul pubblico, letteralmente, durante una recita scolastica. Il giorno dopo la mia prima performance, un compagno più grande mi disse che secondo lui avrei potuto fare seriamente teatro. Da lì è iniziato, in giovanissima età, il mio percorso di apprendimento fra scuole e accademie, segnato soprattutto di incontri fondamentali con maestri come Giuseppe Maradei, Renato Carpentieri, Francesca De Sapio, Eugenio Barba, tra gli altri. Esperienze che mi hanno insegnato il valore antropologico del teatro, della disciplina e della presenza totale. In ambito cinematografico, lavorare con registi come Ridley Scott e Michael Mann, e partecipare a un progetto di Martin Scorsese, mi ha permesso di confrontarmi con linguaggi molto diversi e di crescere come interprete.
Uno dei passaggi più importanti è stato smettere di pensare allo spettacolo come a un oggetto finito e iniziare a considerarlo come un processo: una scuola continua (“sempre allievo”), spesso in dialogo con luoghi e persone reali. Lavorare tra cinema, tv, scrittura, teatro, opera e performance mi ha permesso di non sentirmi mai “dentro” un solo linguaggio. Ogni passaggio, ogni spostamento geografico e artistico, mi ha costretto a rimettere in discussione ciò che credevo di sapere, anche dopo molti anni di attività e 35 creazioni presentate in oltre 32 paesi nel mondo”.

La sua trilogia dantesca ha riscosso un grande successo a Copenhagen. Come riesce a far rivivere i classici adattandoli ai contesti moderni e urbani?

“Con Dante non ho mai sentito il bisogno di “attualizzare” il testo. Quello che mi interessava era restituirgli un corpo e uno spazio. La trilogia nasce come un unico viaggio, pensato per essere attraversato più che osservato. Inferno, Purgatorio e Paradiso sono sì tre spettacoli di teatro totale, ma anche tre stati dell’esperienza umana, messi in relazione con luoghi reali della città di Copenhagen. Un progetto ambizioso che ci apprestiamo a diffondere a livello internazionale anche con gli Istituti Italiani di Cultura e le Società Dante Alighieri nel mondo.
L’Inferno è nato quasi istintivamente all’interno dell’antica biblioteca universitaria di Fiolstræde, un luogo che ho percepito subito come una prigione del sapere. Dante diventa lì un viandante contemporaneo e l’Inferno una costellazione di incontri ravvicinati, intimi, quasi violenti nella loro brevità. Tre minuti alla volta, lo spettatore ascolta le anime dannate come in uno speed-date: niente distanza, niente protezione. La colpa torna a essere un racconto infuocato (con riferimenti anche a Fahrenheit 451) e una performance umana, non un concetto astratto.
Con il Purgatorio il linguaggio è cambiato. I detenuti sono stati trasferiti alla prigione di acqua e cemento della Torre di Brønshøj. Qui ho lavorato sulla verticalità, sulla sospensione, sul tempo dell’attesa. Il corpo diventa centrale, così come il movimento del pubblico attraverso i gironi. I sette peccati capitali vengono tradotti in un linguaggio contemporaneo e urbano, anche attraverso il rap, creando un cortocircuito tra struttura dantesca e voce del presente. Per me il Purgatorio è il cuore della trilogia: il luogo del passaggio, dove nulla è ancora risolto.
Al Planetarium di Copenhagen, il viaggio verso il Paradiso diventa collettivo: il pubblico sale su, ammira le proiezioni immersive della volta celeste, si confronta con l’idea dell’infinito. I Nove Cieli non sono immagini illustrative, ma momenti performativi di partecipazione e riflessione condivisa. L’incontro finale nella grande cupola, con l’opera scritta da me e musicata da Claudio Passilongo, che vede in scena Dante, Beatrice e San Bernardo, non chiude il viaggio, ma apre una domanda sull’amore, sul limite umano e sulla trascendenza. In tutti e tre i capitoli, il classico torna vivo quando smette di essere un monumento e diventa esperienza fisica, sensoriale ed emotiva. Il pubblico non assiste a Dante: lo attraversa”.

Ci può parlare di “Artbulance” e di come questo progetto riesca a integrare arte, cura e cittadinanza in ununica esperienza?

“Artbulance è nata come un’azione concreta: portare l’arte là dove la vita quotidiana pesa di più. Con il tempo, il miniteatro e cinema su quattro ruote è diventato una piattaforma mobile, un dispositivo in viaggio che, partendo dalla Danimarca, attraversa l’Europa, creando incontri tra creatività, salute e cittadinanza. Non parlo di cura in senso clinico, ma di un’arte che agisce come una forma alternativa di “medicina”: presenza, ascolto, relazione. Oggi Artbulance continua il suo percorso come Artbulance 2.0, non più solo come progetto artistico, ma come movimento. Un movimento che mette in dialogo artisti, cittadini, operatori culturali e contesti fragili, con una forte attenzione all’ambiente e alla sostenibilità del viaggio, anche attraverso l’adozione di un nuovo veicolo elettrico.
Come dice Linda Sugataghy, project manager e produttrice creativa del progetto:
«Artbulance 2.0 è più di uno spettacolo su quattro ruote: è un movimento di cura, creatività e attenzione per l’ambiente. Quando la quotidianità fa male, interveniamo con cultura e presenza.»
La recente selezione di Artbulance tra i progetti sostenuti da Creative Europe segna un passaggio importante. Dopo aver attraversato migliaia di chilometri dalla Danimarca verso Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, il progetto entra ora in una nuova fase triennale che coinvolgerà anche Germania e Belgio. L’arte dimostra che, quando si assume una responsabilità reale verso il presente, può diventare uno strumento di cittadinanza attiva e di connessione profonda tra le persone”.

Se potesse creare una scuola dei suoi sogni, quali valori e insegnamenti vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni?

“La scuola che immagino non è un luogo chiuso, ma un’esperienza in movimento: un laboratorio di pensiero, pratica e responsabilità. Con progetti come Sulla Pelle, La Scuola sulla Bellezza e The Flying Academy abbiamo cercato di dare forma concreta a questa visione. Sulla Pelle nasce dall’esigenza di incontrarsi nello spazio urbano, di mostrarsi vulnerabili e presenti. Interroga l’alterità — autrui est visage, secondo Emmanuel Levinas — e ha viaggiato in diversi paesi, coinvolgendo studenti, artisti e cittadini. Con La Scuola sulla Bellezza lavoriamo su una domanda semplice e radicale: come rendere la vita quotidiana più consapevole, sostenibile e bella nel senso etico del termine? La bellezza, per me, non è soltanto estetica: è anche responsabilità. L’Accademia del Teatro Volante nasce invece in un contesto unico come quello di un aeroporto internazionale a Billund, in Danimarca, dove ha sede il nostro teatro. È una scuola senza aula, dove si impara facendo, nei terminal. I giovani performer sperimentano, creano e si confrontano con il pubblico reale, in più lingue e in spazi non convenzionali. Quello che vorrei trasmettere alle nuove generazioni è questo: l’arte non è una fuga, ma un allenamento alla complessità. Forma persone capaci di stare nel mondo con attenzione, immaginazione e coraggio, per imparare a volare”.

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