Stefano Veneruso: ‘Sogno una scuola in cui prevalgono umanità, comprensione, umiltà e buon senso’

di Sara Morandi

Stefano Veneruso è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico dotato di un talento unico e di una visione creativa che hanno lasciato un segno indelebile nel panorama cinematografico. La sua carriera è stata profondamente influenzata dalla relazione con lo zio Massimo Troisi, un rapporto che ha trascorso i confini della semplice parentela per trasformarsi in una fonte inesauribile di ispirazione artistica e personale. Osservando Massimo Troisi sul set, Stefano ha imparato l’importanza del rispetto per ogni membro del team e l’arte di affrontare le sfide con ironia e intelligenza, creando un ambiente di lavoro stimolante e collaborativo. La maestria di Troisi nel raccontare storie con poesia, profondità e ironia si è rivelata una lezione di vita e di cinema per Veneruso, che ha saputo combinare queste influenze con il suo interesse per la realtà e la complessità dei personaggi. Il suo film “Da domani mi alzo tardi” è un omaggio intimo e commovente alla figura di Troisi, esplorando amore e creatività attraverso una lente originale e appassionata. Guardando al futuro, il regista sogna una scuola che valorizzi la creatività e il talento innato di ogni studente, promuovendo l’umanità e la comprensione. Immagina un ambiente educativo che integri discipline artistiche come la musica, il teatro e il cinema per formare individui completi e non solo studenti, un luogo dove i giovani possano davvero trovare il coraggio di credere nei propri sogni.

La sua relazione con Massimo Troisi va oltre la semplice parentela (zio e nipote). Quali sono stati gli aspetti più significativi del suo lavoro con lui che hanno influenzato la sua carriera di regista e sceneggiatore?

Osservare Massimo sul lavoro mi ha insegnato, prima di tutto, ad avere il massimo rispetto per tutti. Sul set trovava sempre un modo ironico e intelligente per affrontare i problemi quotidiani che inevitabilmente sorgono durante la produzione di un film, dove sono coinvolte tante persone. Il suo modo di lavorare era calmo, ironico e sistematico: sul set si respirava un concetto di cinema preciso e stimolante. Per questo motivo tecnici e maestranze erano disposti a tutto pur di partecipare a un suo film. Sapeva perfettamente cosa e come raccontare, non l’ho mai visto con la sceneggiatura in mano: conosceva a fondo i personaggi e sceglieva con cura gli attori. Questa padronanza trasmetteva sicurezza e rendeva il lavoro sul set un’esperienza unica. Massimo aveva un modo di raccontare singolare e geniale, fondato su tre elementi sempre presenti: poesia, profondità e ironia. Tre elementi davvero difficili da combinare. Io, invece, mi sento fortemente attratto dalla realtà, sento il bisogno di raccontare storie che nascono da fatti concreti, cercando di restituire la complessità e la veridicità dei personaggi e degli eventi. Per me è stato un esempio incredibile di saggezza in ogni aspetto della vita, soprattutto negli anni dell’adolescenza, quando ci si sta ancora formando e si ha più che mai bisogno di un modello a cui ispirarsi”.

Nel suo libro, dedicato a suo zio Massimo, dal titolo: “Massimo Troisi. Il mio verbo preferito è evitare” emerge un’immagine che va oltre il grande schermo. Potrebbe condividere un aneddoto personale che possa farci capire meglio l’uomo oltre l’artista?

“Un aneddoto che aiuta a capire meglio l’uomo, oltre l’attore, riguarda i primi giorni di lavorazione de Il Postino. Eravamo al Teatro 9 di Cinecittà e io, emozionatissimo, stavo filmando con la piccola videocamera Sony che Massimo stesso mi aveva regalato. Il regista gli chiese di ripetere più volte un’inquadratura anche semplice: Mario Ruoppolo doveva osservare con attenzione il cartello “Cercasi postino ausiliario 103 provvisorio con bicicletta”. Una, due, tre, quattro volte… alla quinta Massimo, un po’ stanco, domandò cosa non andasse. “Sembri preoccupato”, gli rispose Radford. Fu un momento indimenticabile: per la prima volta guardò direttamente nel mio obiettivo, e io, quasi tremando, non sapevo se abbassare la videocamera. Poi, con la sua ironia, disse: “Quando faccio la faccia di uno che guarda, Michael dice sempre… ‘preoccupato’. La mia attenzione è preoccupazione per Michael”. La troupe scoppiò in una risata liberatoria. Anche nella stanchezza e nella ripetizione, Massimo trovava sempre il modo di trasformare l’attimo in qualcosa di umano, profondo e al tempo stesso leggero. Nel libro ho cercato di raccontare un Massimo oltre lo schermo. Quando ci ha lasciato avevo 24 anni.  È stato un grande privilegio averlo vissuto più come un fratello maggiore che come uno zio, dato il legame fortissimo che lo univa a sua sorella Annamaria, mia madre. Nel privato “Il mio verbo preferito è evitare” era una delle sue frasi ricorrenti, ed è stato lo spunto giusto per raccontare un aspetto fondamentale della sua personalità, della sua intelligenza e della sua ironia. Credo che proprio in quella frase sia racchiusa la sua visione del mondo: nella vita era davvero così, evitava commenti inutili e discussioni sterili. Col tempo ho capito che aveva perfettamente ragione: è quasi sempre inutile dare adito a futili discussioni o aspettarsi necessariamente qualcosa, che si tratti di amicizia, lavoro o amore. Per questo sintetizzava tutto con quella frase: “Il mio verbo preferito è evitare”. Ed io ne ho fatto una vera filosofia di vita, che si è rivelata utile e preziosa”.

“Da domani mi alzo tardi” è un film che esplora il tema della creatività e della rinascita. Cosa l’ha ispirata a raccontare questa storia e quali messaggi spera di trasmettere al pubblico?

“Da domani mi alzo tardi è un film tratto dall’omonimo romanzo di Anna Pavignano, co-sceneggiatrice di tutti i film diretti e interpretati da Massimo, con il quale ha condiviso una storia d’amore importante e profonda. Mi è sembrata un’occasione straordinaria raccontare il Massimo di Anna e l’Anna di Massimo attraverso il mio film. È stato un privilegio assoluto poter condividere questa storia attraverso la mia testimonianza diretta, legata ai ricordi di quando ero ragazzo e Massimo e Anna, giovanissimi, vivevano la loro storia d’amore e il grande successo dei loro film. Tutta la parte che tocca l’aspetto creativo, in qualche modo legata alla rinascita, è un sogno. Mi è sembrata una premessa straordinaria: io stesso mi sono emozionato e commosso leggendo il libro. A rendere tutto ancora più speciale sono stati i due interpreti, John Lynch e la bravissima Gabriella Pession. John Lynch, che tutti ricordiamo in Sliding Doors e in tanti altri film, mi ha colpito in particolare per quello sguardo malinconico, profondo e ironico. Riceviamo tuttora tantissimi commenti, soprattutto sui social dedicati a Massimo, con migliaia di followers, quelli che io chiamo troisomani, davvero emozionanti. Oggi il film è disponibile su RaiPlay, e credo che questa sia un’occasione preziosa per tutti coloro che vogliono riscoprire Massimo e scoprire aspetti particolari del suo carattere e del suo modo di essere. Era affascinante immaginare un Massimo maturo, ultra cinquantenne, quando in realtà è scomparso a soli 41 anni. È stata un’idea straordinaria, nata dalla fantasia e dalla penna, non a caso, della persona che lo ha conosciuto profondamente. Per questo amo definire questa storia sì immaginaria, ma realissima. Lo spirito del film, del resto, è proprio questo: l’amore dovrebbe andare oltre tutto, anche la morte. Non a caso Massimo diceva: “Bisognerebbe lasciarsi con lo stesso amore con cui ci si è presi””.

Lei ha avuto un inizio di carriera straordinario lavorando su un film iconico come “Il Postino”. In Italia, il sistema di Alternanza Scuola-Lavoro è stato aggiornato con i PCTO per preparare meglio gli studenti al mondo del lavoro. Qual è il suo punto di vista sull’importanza di queste esperienze pratiche per i giovani che aspirano ad una carriera, anche nel settore del cinema? La scuola, come potrebbe aiutare i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro, un mercato ormai sempre più competitivo e “globalizzato”?

A proposito dei miei inizi, dico sempre, quando mi capita di parlare con i giovani nelle scuole, nelle università o durante le presentazioni dei lavori, che ciò che più mi piace sottolineare è proprio quello che mi ha trasmesso Massimo. Ricordo che alla domanda: “Come si fa a diventare Massimo Troisi?”, lui rispondeva giocando, dicendo: “Bisogna nascere da Alfredo Troisi a San Giorgio a Cremano”. Poi però aggiungeva che servivano anche fortuna e talento. Ma, al di là di questo, io credo che servano soprattutto passione, concentrazione e determinazione. E anche se non l’ho mai sentito parlare di coraggio, penso che, per i giovani, Massimo sia importante perché può aiutarli a trovare il coraggio: il coraggio di affrontare le difficoltà, di credere nei propri sogni, di superare ostacoli e limiti. A soli dodici anni dovette affrontare una prova enorme, una grave malattia cardiaca, proprio mentre sognava di diventare calciatore. Ma seppe affrontare anche le difficoltà di crescere in una famiglia di sei figli, con un padre ferroviere, in un contesto come quello di San Giorgio a Cremano, negli anni più difficili. Per me Massimo è l’esempio di come affrontare il mondo con determinazione e creatività. Il coraggio di porsi davanti al pubblico usando la sua lingua, su Rai Uno, in un’Italia che allora aveva forse due canali, e in cui molti dicevano: “Non si capisce, torni al sud”. E invece lui, con quella lingua, con quelle idee, ha saputo creare un modo nuovo di raccontare. Basti pensare al suo straordinario monologo con Dio, a quella polemica ironica e poetica col Padre eterno. Oppure al modo in cui, sempre con ironia, affrontava le istituzioni, la scuola, la religione, l’amore. Tutto questo fino ad arrivare al suo grande capolavoro, Il Postino, che chiude la sua parabola artistica in maniera indimenticabile. Un film in cui, attraverso la poesia, riuscì a regalare ironia, sorrisi ed emozioni capaci di toccare il cuore di tutti: da nord a sud, da est a ovest, in tutto il pianeta. Ho avuto la fortuna di assistere a proiezioni in Medio Oriente, in Sud America, negli Stati Uniti, in Giappone: ovunque la reazione era la stessa: commozione e ammirazione. Non ci si rende conto, ma Il Postino è stato ed è tuttora un fenomeno unico. Se pensiamo ai film italiani conosciuti e amati nel mondo, forse se ne contano dieci o quindici, e tra i primi c’è certamente Il Postino. Ho visto film premiati con l’Oscar che, però, hanno raggiunto pochissimi spettatori. Il Postino, invece, continua a vivere nella memoria e nel cuore delle persone”.

Parlando di futuro, come immagina la scuola di domani? Quali cambiamenti pensa siano necessari per stimolare la creatività e il talento nelle nuove generazioni?

“La scuola dovrebbe essere un luogo in cui prevalgono umanità, comprensione, umiltà e buon senso. Il ricordo che ho io della scuola è, purtroppo, disastroso. Nella provincia di Napoli, a San Giorgio a Cremano, dove sono cresciuto e vissuto fino a 15 anni, ho sempre percepito un atteggiamento di sfida e di umiliazione, raramente propositivo. E questo non è l’approccio giusto. Ci sono ragazzi più portati per alcune materie e meno per altre: il compito di un insegnante dovrebbe essere quello di capire, mai di umiliare, e di trovare sempre il modo di far amare la materia che insegna. Per me la scuola dovrebbe essere prima di tutto un luogo di aiuto. Laddove la famiglia non arriva, la scuola dovrebbe colmare le mancanze, non limitarsi a giudicare o a ridurre tutto a un voto. Bisognerebbe piuttosto introdurre strumenti come la musica, il teatro, il cinema e lo sport: elementi che dovrebbero diventare materie importanti in un percorso scolastico capace di formare davvero persone e non solo studenti. Parlando di futuro, non riesco a immaginare la scuola di domani con ottimismo. E questo non è solo un problema istituzionale, ma anche legato ai nuclei familiari. Io non ho figli, ho scelto di non averne e vivo circondato da animali: ho due pappagalli giganti. Evidentemente la mia missione è quella di sensibilizzare gli esseri umani verso queste creature divine che sono gli animali”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA