Rinnovo CCNL parte normativa. Un suggerimento
Dopo la recente positiva conclusione del rinnovo del CCNL scuola per la parte economica, i sindacati stanno preparando le richieste per la parte normativa, con l’obiettivo di confermare e innovare, piuttosto che modificare disposizioni consolidate.
E’ l’occasione per un salto di qualità verso un profilo qualificato, autorevole, volto allo sviluppo professionale. Sulle direttrici principali così come su questioni più circoscritte, ma significative.
In coerenza con questa visione, meriterebbe una coraggiosa revisione o, fors’anche il suo superamento, una disposizione che riguarda le frazioni orarie non recuperate. Fu inserita molti anni fa nel contratto senza che venisse discussa, perché riferita ad una “semplice” circolare ministeriale, la n. 243 del 22.9.1979, fatta propria tout-court dal CCNL che, nel prevedere la possibilità di ridurre la durata delle ore di lezione per cause di forza maggiore riguardanti gli alunni (“concessioni di riduzione d’orario, eventualmente inevitabili e da contenersi nella misura minima indispensabile, corrispondano alle accertate esigenze sociali degli studenti, derivanti da insuperabili difficoltà dei trasporti le quali, insieme alla effettuazione dei doppi turni, debbono essere di regola considerate solo cause determinanti di adozione, comunque del tutto eccezione, dei provvedimenti medesimi”), aggiungeva, senza darne motivata giustificazione, che “Non è configurabile alcun obbligo per i docenti di recuperare le frazioni orarie oggetto di riduzione”.
Altri tempi. La decisione unilaterale del ministero, quasi mezzo secolo fa, sapeva quasi di regalia (era l’epoca, ad esempio, del sistema pensionistico retributivo, che ha fatto saltare i conti dello Stato) e i sindacati, ovviamente, si guardarono bene dal contrastarla, ma, anzi, fecero di più, inserendola, come riferimento probante, all’interno del CCNL 2006-2009, art. 28, comma 8 (“Per quanto attiene la riduzione dell’ora di lezione per cause di forza maggiore determinate da motivi estranei alla didattica, la materia resta regolata dalle circolari ministeriali n. 243 del 22.9.1979 e n.192 del 3.7.1980 nonché dalle ulteriori circolari in materia che le hanno confermate (però senza mai citare – forse per pudore – il non obbligo di recupero per i docenti, ndR). “La relativa delibera è assunta dal consiglio di circolo o d’istituto”).
Si tratta a nostro avviso di uno di quegli esempi di “patto al ribasso” che da sempre ha influenzato purtroppo il rapporto tra lo Stato e il sistema di istruzione, che è anche, ricordiamolo, il più grande comparto della pubblica amministrazione. La scuola considerata dalla politica, in fondo, un grande bacino occupazionale ed elettorale: posti in abbondanza, ma stipendi bassi, compensati con alcuni “sconti”. “Occorre ribaltare il vecchio patto non scritto ‘ti offro un lavoro, ti pago poco ma ti chiedo un po’ meno’, sostituendo alcuni piccoli privilegi ‘al ribasso’ concessi nel tempo al personale della scuola per ‘indennizzarli’ della bassa retribuzione, con un nuovo patto: più servizi da parte della scuola a favore delle famiglie, (che generano) più risorse per le scuole e per il personale”. Lo scrivevamo nel dossier “Sei idee per rilanciare la scuola”, nel 2013.
Il personale della scuola deve vedere riconosciuto il proprio ruolo “alto” nella società e deve essere trattato meglio sotto tutti i profili, incluso quello retributivo (da qui la proposta avanzata per “smuovere le acque” da Tuttoscuola su un fondo patrimoniale per i docenti; ma se si trovano altre strade per retribuire meglio chi lavora a scuola va benissimo). Ma non ha bisogno di regalie, che semmai indeboliscono la giusta richiesta di essere considerati di più, nella forma e nella sostanza. Non passa da queste il recupero di attrattività di cui questa professione ha bisogno.
I sindacati che a breve andranno alla contrattazione della parte normativa avranno ora il coraggio di liberarsi di questa eredità e di prevedere, motu proprio, che le cause di forza maggiore comportano comunque il recupero per i docenti?
Perché non si tratta di una questione di lana caprina.
Un esempio, per capire. Un istituto-tipo con 20 classi e un’ora settimanale di riduzione produrrà nelle 33 settimane dell’anno scolastico una riduzione complessiva di circa 660 ore di lezione; 660 ore che i docenti, oggi autorizzati a non prestare, potrebbero, invece, utilizzare per attività di recupero per gli alunni o impiego per le ore eccedenti. Tuttoscuola lo segnala da decenni:
Si può fare? Sì. Sarebbe un bel segnale che darebbe più forza nel pretendere condizioni complessivamente più adeguate.
Per approfondimenti:
– Risparmi e Qualità – La sfida della scuola italiana
– Sei idee per rilanciare la scuola. Un dossier di Tuttoscuola
– Un fondo patrimoniale per i docenti/1: un sasso nello stagno per integrare gli stipendi e restituire prestigio alla professione
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