Ma la nostra è una scuola inclusiva?

La domanda suona retorica, come non rispondere affermativamente? Come può non essere inclusiva la scuola italiana che si fa vanto di essere stata la prima ad aver aperto le porte agli alunni con disabilità, ancora negli anni Settanta dello scorso secolo, e poi averle aperte agli alunni stranieri, così che oggi tutti possono frequentare le aule scolastiche senza distinzione di condizione sociale, di situazione personale, di nazionalità? Abbiamo un quadro normativo consolidato che è ispirato ai valori dell’accoglienza, Indicazioni nazionali che sono guidate dai principi della personalizzazione e dell’individualizzazione, un esercito di insegnanti di sostegno (185.000 al momento), un investimento veramente ingente per il nostro Paese (solo per l’integrazione degli alunni con disabilità si parla di 6 miliardi e 250 milioni annui). Quante volte abbiamo sentito dire da posizioni istituzionali importanti che nessuno deve rimanere indietro, che la scuola è l’ascensore sociale che tutti possono prendere per migliorare la loro posizione? Perché allora le severe parole della Corte dei Conti “L’elevata civiltà dei principi legislativi non trova adeguata attuazione”. Come mai? Ne parliamo all’interno dell’ultimo inserto de La Scuola che Sogniamo dedicato alla scuola su misura e pubblicato nel numero di ottobre di Tuttoscuola.

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Sono passati 10 anni dalla pubblicazione di un indagine che avrebbe dovuto suscitare più di qualche inquietudine nel mondo politico e in quello sindacale, mondi che evidentemente sono incredibilmente resilienti. L’indagine, condotta per conto della Caritas italiana, della Associazione Treellle e della Fondazione Agnelli, pubblicata con il titolo “Gli alunni con disabilità nella scuola italiana. Bilancio e proposte“, aveva fatto emergere i principali nodi critici delle politiche di integrazione degli alunni con disabilità, e formulato una serie articolata di proposte. La tesi era che tante e gravi inefficienze burocratiche e di governance stavano pregiudicando la credibilità di un progetto educativo importante, anzi irrinunciabile. Sarebbe stato necessario intervenire celermente e coraggiosamente. Ma non si è fatto nulla, come dimostrò tre anni fa Tuttoscuola, in un Dossier titolato “Lo tsunami che colpisce gli alunni disabili”, denunciando gli stessi mali, per di più maggiormente radicati: elevatissima mobilità degli insegnanti di sostegno, mancanza di insegnanti specializzati, casualità dell’assegnazione agli studenti in relazione ai loro specifici bisogni… Oggi la situazione si è aggravata. Scrive il nuovo dossier di Tuttoscuola: «In molti si stracciarono le vesti: politici di ogni colore, sindacalisti, esperti. Editoriali di fuoco. Risultato? Magari fossero solo 100 mila (come tre anni fa, ndr) nei prossimi giorni, alla riapertura delle scuole chiuse a marzo scorso, gli studenti che non potranno rivedere l’insegnante che li sosteneva l’anno scorso: saranno invece quasi il doppio, quasi due su tre.

Questa è la storia di un paradosso. Come si può essere all’avanguardia nel grado di civiltà verso i più sfortunati, investire decine di miliardi di euro per garantire il diritto all’istruzione e a costruirsi un futuro a tanti giovani “figli di un dio minore”, e non raggiungere l’obiettivo per mancanza di programmazione e coordinamento, per inefficienza e burocrazia.»

È stato detto che la pandemia ha operato come un pettine, facendo emergere tanti nodi che nel tempo si sono creati e che, con l’emergenza, si sono intricati ancora di più. Nodi che riguardano gli alunni con fragilità importanti, non solo disabilità, ma situazioni socio-economiche difficili, come è il caso di molti alunni con situazione famigliari precarie, o con origini culturali migratorie. Durante il lungo periodo di chiusura delle scuole, a causa del lockdown, la didattica a distanza è stata l’unica forma di didattica possibile. Non è stata un’esperienza facile per gli studenti, quella di veder così radicalmente mutato il loro ambiente di apprendimento, ma non è stata un’esperienza facile nemmeno per gli insegnanti, molti dei quali avevano poca preparazione nell’utilizzo delle tecnologie digitali. La maggioranza dei docenti si è trovata ad inventarsi una competenza che non aveva e questo in assenza di un supporto ministeriale adeguato, perché anche il ministero si è trovato privo di un piano per fronteggiare questa emergenza. Molto si è fatto, e molto di positivo, ma l’esperienza ha dimostrato che troppi sono stati gli alunni coinvolti solo marginalmente, e molti addirittura quelli che si sono resi invisibili, scomparsi dai radar dell’attenzione. E si è trattato degli alunni più deboli. Ne abbiamo parlato in maniera approfondita nel numero di ottobre di Tuttoscuola.

Abbiamo parlato della scuola su misura nell’inserto de La scuola che sogniamo pubblicato su Tuttoscuola 

La scuola su misura è il modello che abbiamo presentato ad ottobre all’interno del nostro progetto “La scuola che sogniamo”.

Nell’inserto pubblicato all’interno del numero 605 ottobre di Tuttoscuola, oltre a questo articolo di Italo Fiorin troverai i seguenti approfondimenti sulla scuola digitale:

– Fare la scuola dell’accoglienza, di Rosamaria Lauricella Ninotta
– Verso una scuola sempre più inclusiva, di Patrizia Buonamici
– La scuola che accoglie, come renderla reale?, di Stefania Forte
– La scuola che sogno deve essere accogliente, di Francesco Cadelano

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