Le ‘Favole al telefono’ di Gianni Rodari: gli audio da far ascoltare ai più piccoli. Mandateci i vostri disegni!

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L’emergenza Coronavirus sta costringendo a casa milioni di studenti. E se è un po’ più facile organizzare la didattica a distanza per i ragazzi più grandi della scuola secondaria, lo è un po’ meno per i più piccini. Per aiutare i genitori e, magari, anche qualche insegnante della scuola dell’Infanzia a organizzare dei momenti con i bambini a distanza, Tuttoscuola ha pensato di realizzare delle audio fiabe da far ascoltare ai più piccoli. All’interno di questo articolo possiamo quindi ascoltare il nostro Sergio Govi leggere le “Favole al telefono” di Gianni Rodari.

Invitiamo tutti i bambini a inviarci i disegni delle favole che hanno ascoltato o letto insieme a genitori o insegnanti: li pubblicheremo tutti!
È possibile inviare il proprio disegno a redazione@tuttoscuola.com

Ascolta le “Favole al telefono” di Gianni Rodari lette da Sergio Govi

Alice cascherina

Ascolta la favola

Questa è la storia di Alice Cascherina, che cascava sempre dappertutto.

Il nonno la cercava per portarla ai giardini:
“Alice! Dove sei, Alice?”
“Sono qui, nonno”.
“Dove, qui?”
“Nella sveglia”

Si, aveva aperto lo sportello della sveglia per curiosare un po’, ed era finita tra gli ingranaggi e le molle, ed ora le toccava di saltare continuamente da un punto all’altro per non essere travolta da tutti qui meccanismi che scattavano facendo tic-tac.

Un’altra volta il nonno la cercava per darle la merenda:
“Alice! Dove sei, Alice?”
“Sono qui, nonno”.
“Dove, qui?”
“Ma proprio qui, nella bottiglia. Avevo sete, ci sono cascata dentro”.

Ed eccola là che nuotava affannosamente per tenersi a galla. Fortuna che l’estate prima, a Sperlonga, aveva imparato a fare la rana.
“Aspetta che ti ripesco”.

Il nonno calò una cordicina dentro la bottiglia, Alice vi si aggrappò e vi si arrampicò con destrezza. Era brava in ginnastica.

Un’altra volta ancora Alice era scomparsa. La cercava il nonno, la cercava la nonna, la cercava una vicina che veniva sempre a leggere il giornale del nonno per risparmiare quaranta lire.
“Guai a noi se non la troviamo prima che torniano dal lavoro i sui genitori,” mormorava la nonna, spaventata.

“Alice! Alice! Dove sei, Alice?”
Stavolta non rispondeva. Non poteva rispondere.
Nel curiosare in cucina era caduta nel cassetto delle tovaglie e dei tovaglioli e ci si era addormentata.
Qualcuno aveva chiuso il cassetto senza badare a lei.

Quando si svegliò, Alice si trovò al buio ma non ebbe paura: una volta era caduta in un rubinetto, e là dentro sì che faceva buio.
“Dovranno pur preparare la tavola per la cena,” rifletteva Alice. “E allora apriranno il cassetto”.

Invece nessuno pensava alla cena, proprio perchè non si trovava Alice. I suoi genitori erano tornati dal lavoro e sgridavano i nonni: “Ecco come la tenete d’occhio!”
“I nostri figli non cascavano dentro i rubinetti,” protestavano i nonni, “ai nostri tempi cascavano soltanto dal letto e si facevano qualche bernoccolo in testa”.

Finalmente Alice si stancò di aspettare. Scavò tra le tovaglie, trovò il fondo del cassetto e cominciò a batterci sopra con un piede.
Tum, tum tum.
“Zitti tutti,” disse il babbo, “sento battere da qualche parte”.
Tum, tum, tum, chiamava Alice.

Che abbracci, che baci quando la ritrovarono. E Alice ne approfittò subito per cascare nel taschino della giacca di papà e quando la tirarono fuori aveva fatto in tempo a impiastricciarsi tutta la faccia giocando con la penna a sfera.

Alice casca in mare

Ascolta la favola

Una volta Alice Cascherina andò al mare, se ne innamorò e non voleva mai uscire dall’acqua.

“Alice, esci dall’acqua”, la chiamava la mamma.

“Subito, eccomi”, rispondeva Alice. Invece pensava: “Starò in acqua fin che mi cresceranno le pinne e diventerò un pesce”.

Di sera, prima di andare a letto, si guardava le spalle nello specchio, per vedere se le crescevano le pinne, o almeno qualche squama d’argento. Ma scopriva soltanto dei granelli di sabbia, se non si era fatta bene la doccia.

Una mattina scese sulla spiaggia più presto del solito e incontrò un ragazzo che raccoglieva ricci e telline.

Era figlio di pescatori, e sulle cose di mare la sapeva lunga.

“Tu sai come si fa a diventare un pesce?” gli domandò Alice.

“Ti faccio vedere subito”, rispose il ragazzo.

Posò su uno scoglio il fazzoletto con i ricci e le telline e si tuffò in mare. Passa un minuto, ne passano due, il ragazzo non tornava a galla. Ma poi ecco al suo posto comparire un delfino che faceva le capriole tra le onde e lanciava allegri zampilli nell’aria.

Il delfino venne a giocare tra i piedi di Alice, ed essa non ne aveva la minima paura.

Dopo un po’ il delfino, con un elegante colpo di coda, prese il largo.

Al suo posto riemerse il ragazzo delle telline e sorrise:

“Hai visto com’è facile?”

“Ho visto, ma non sono sicura di saperlo fare”.

“Provaci”.

Alice si tuffò, desiderando ardentemente di diventare una stella marina, invece cadde in una conchiglia che stava sbadigliando, ma subito richiuse le valve, imprigionando Alice e tutti i suoi sogni.

“Eccomi di nuovo nei guai”, pensò la bimba. Ma che silenzio, che fresca pace, laggiù e là dentro. Sarebbe stato bello restarci per sempre, vivere sul fondo del mare come le sirene d’una volta. Alice sospirò. Le venne in mente la mamma, che la credeva ancora a letto; le venne in mente il babbo, che proprio quella sera doveva arrivare dalla città, perchè era sabato.

“Non posso lasciarli soli, mi vogliono troppo bene. Tornerò a terra, per questa volta”.

Puntando i piedi e le mani riuscì ad aprire la conchiglia abbastanza per saltarne fuori e risalire a galla.

Il ragazzo delle telline era già lontano.

Alice non raccontò mai a nessuno quello che le era capitato.

Alice nella bolla di sapone

Ascolta la favola

Alice Cascherina faceva le bolle di sapone.

A un tratto forse soffiò troppo forte, fece una bolla più grossa delle altre e ci cadde dentro con tutta la cannuccia.

La bolla sorpassò la ringhiera, il vento la spinse in alto e sarebbe andata a scoppiare contro la grondaia se Alice, buttandosi tutta dall’altro lato, non l’avesse costretta col suo peso a deviare.

“Meno male che è una bolla dirigibile, – pensò Alice per consolarsi – e meno male che a quest’altezza non ci sono farfalle”. Poco prima, infatti, aveva visto una farfalla e una bolla scontrarsi, e la bolla si era dissolta.

A quest’altezza, però, volavano le rondini, perché si avvicinava la sera ed era l’ora, per loro, di fare provvista di moscerini. “Speriamo che non mi prendano per una zanzara”, pensò Alice con un po’ di batticuore.

La bolla oscillava pigramente tra un tetto e l’altro.

Alice poté vedere distintamente la nonna, uscita sul balcone a cercarla.

Povera vecchietta: si sporgeva dalla ringhiera e guardava in giù, forse temendo che Alice fosse caduta in strada.

“Nonna nonna – chiamò Alice.

Le pareti della bolla tremarono pericolosamente.

– Qua bisogna parlare piano. Uno strillo potrebbe causare un’esplosione o un naufragio”.

Il mondo, là dentro, appariva più colorito, ed ogni cosa era fasciata almeno da un arcobaleno, se non da due. Alice si guardò una mano e anche la mano aveva al dito un arcobaleno piccolo come un anello.

“Dove andrò? Dove andremo? Dove vanno le bolle di sapone, quando non cadono e il vento le porta via?”.

Non andarono lontano: la bolla si posò sul terrazzo di una villetta di quattro piani, e posandosi scoppiò.

Alice venne fuori: qualche goccia di saponata sulla punta delle scarpe era tutto quel che restava delle bella bolla di sapone.

Sul terrazzo non c’era nessuno, solo dei panni stesi ad asciugare, in fila su tante corde e un gatto che si crogiolava agli ultimi raggi del sole tra le antenne dei televisori.

Alice cercò la porta delle scale e tornò a casa.

Alice nel calamaio

Ascolta la favola

Una volta Alice Cascherina tuffò il pennino nel calamaio con un po’ troppa energia e ci cascò dentro.

Ahi! disse una voce al suo fianco.

Alice non vide nessuno, perché l’inchiostro è nero di dentro come di fuori.

Domandò: Chi è? Che ti ho fatto?

Mi hai urtato, sono la parola FRAGILE e devi trattarmi con delicatezza: avresti potuto spezzarmi.

Tante scuse, disse Alice, nuotando un po’ più in là.

Ora cominciava a distinguere certe ombre che nuotavano attorno a lei: talune lunghe, talune corte, talune con un accento sulla testa. Erano le PAROLE.

Il calamaio ne era così pieno che non si capiva come potesse contenerne tante: bisognava per forza urtarne qualcuna nel muoversi. Ma per fortuna non tutte si offendevano.

Salute! disse allegramente una parola a cui Alice per sbaglio aveva dato un colpo sulla coda.

Io sono Alice: E lei?… Sono la parola MATTACCHIONE una ne faccio e una ne penso: Con me si ride.

Ma io non rido, osservò Alice. Fatti il solletico e riderai. Ahahah!….

Spirito di patata! osservò una voce profonda lì vicino.

Chi è? domandò Alice. Sono la parola DISASTRO. Capirà: a me la voglia di ridere non mi viene tanto facilmente!

Scusi domandò Alice, lei che è tanto serio, potrebbe indicarmi le parole per fare un bel componimento?

Ah…Io conosco solo parole serissime: SCONTRO, TERREMOTO, NUBIFRAGIO, BOCCIATURA, LATTE ROVESCIATO SULGAS e roba simile.

Grazie tante, disse Alice.

E si allontanò con una mossa brusca che la portò a pungersi sullo spunzone della parola SPINA.

Ritrovò ben presto l’orlo del calamaio, ci si arrampicò e rivide la luce.

Ah, respiro! disse riprendendo fiato e asciugandosi il vestito.

– Le parole per il componimento le cercherò dentro di me: nel calamaio c’è troppa confusione.

Il palazzo da rompere

Ascolta la favola

Una volta, a Busto Arsizio, la gente era preoccupata perché i bambini rompevano tutto.

Non parliamo delle suole delle scarpe, dei pantaloni e delle cartelle scolastiche: rompevano

i vetri giocando alla palla, rompevano i piatti a tavola e i bicchieri al bar, e non rompevano i muri solo perché non avevano martelli a disposizione.

I genitori non sapevano più cosa fare e cosa dire e si rivolsero al sindaco.

– Mettiamo una multa? – propose il sindaco.

– Grazie tante, – esclamarono i genitori, – e poi la paghiamo con i cocci.

Per fortuna da quelle parti ci sono molti ragionieri. Ce n’è uno ogni tre persone e tutti ragionano benissimo. Meglio di tutti ragionava il ragionier Gamberoni, un vecchio signore che aveva molti nipoti e quindi in fatto di cocci aveva una vasta esperienza.

Egli prese carta e matita e fece il conto dei danni che i bambini di Busto Arsizio cagionavano

fracassando tanta bella e buona roba a quel modo.

Risultò una somma spaventevole: millanta tamanta quattordici e trentatre, – Con la metà. di questa somma, – dimostro il ragionier Gamberoni, – possiamo costruire un palazzo da rompere e obbligare i bambini a farlo a pezzi: se non guariscono con questo sistema non guariscono più.

La proposta fu accettata, il palazzo fu costruito in quattro e quattro otto e due dieci.

Era alto sette piani, aveva novantanove stanze, ogni stanza era piena di mobili e ogni mobile zeppo di stoviglie e soprammobili, senza contare gli specchi e i rubinetti.

Il giorno dell’inaugurazione a tutti i bambini venne consegnato un martello e un segnale del sindaco le porte del palazzo da rompere furono spalancate.

Peccato che la televisione non sia arrivata in tempo per trasmettere lo spettacolo.

Chi l’ha visto con i  suoi occhi e sentito con le sue orecchie assicura che pareva – mai non sia! – lo scoppio della terza guerra mondiale.

I bambini passavano di stanza in stanza come l’esercito di Attila e fracassavamo a martellate quanto incontravano sul loro cammino. I colpi si udivano in tutta la Lombardia e in mezza Svizzera. Bambini alti come la coda del gatto si erano attaccati ad armadi grossi come incrociatori e li demolirono scrupolosamente fino a lasciare una montagna di trucioli.

Infanti dell’asilo, belli e graziosi nei loro grembiulini rosa e celesti, pestavano diligentemente i servizi da caffè riducendoli in polvere finissima, con la quale si incipriavano il viso.

Alla fine del primo giorno non era rimasto un bicchiere sano. Alla fine del secondo giorno scarseggiavano le sedie. Il terzo giorno i bambini affrontarono i muri, cominciando dall’ultimo piano, ma quando furono arrivati al quarto, stanchi morti e coperti di polvere come i soldati

di Napoleone nel deserto, piantarono baracca e burattini, tornarono a casa barcollando e andarono a letto senza cena.

Ormai si erano davvero sfogati e non provavano più gusto a rompere nulla, di colpo erano diventati delicati e leggeri come farfalle e avreste potuto farli giocare al calcio su un campo di bicchieri di cristallo che non ne avrebbero scheggiato uno solo.

Il Rag. Gamberoni fece i conti e dimostrò che la città di Busto Arsizio aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.

Quello che restava in piedi del palazzo da rompere, il Comune lasciò liberi i cittadini di farne quel che volevano.

Allora si videro certi signori con cartella di cuoio e occhiali a lenti bifocali – magistrati, notai, consiglieri delegati – armarsi di martello e correre a demolire una parete o a smantellare una scala, picchiando tanto di gusto che ad ogni colpo si sentivano ringiovanire.

– Piuttosto che litigare con la moglie, – dicevano allegramente, – piuttosto di spaccare i portacenere e i piatti del servizio buono, regalo della zia Mirina… E giù martellate.

Al ragionier Gamberoni, in segno di gratitudine, la città di Busto Arsizio decretò una medaglia con un buco d’argento.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

L’omino di niente

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C’era una volta un omino di niente. Aveva il naso di niente, la bocca di niente, era vestito di niente e calzava scarpe di niente. Si mise in viaggio su una strada di niente che non andava in nessun posto. Incontrò un topo di niente e gli domandò: — Non hai paura del gatto?

— No davvero, – rispose il topo di niente, – in questo paese di niente ci sono soltanto gatti di niente, che hanno baffi di niente e artigli di niente.

Inoltre, io rispetto il formaggio. Mangio solo i buchi. Non sanno di niente ma sono dolci.

— Mi gira la testa, – disse l’omino di niente.

— È una testa di niente: anche se la batti contro il muro non ti farà male.

L’omino di niente, volendo fare la prova, cercò un muro per batterci la testa, ma era un muro di niente, e siccome lui aveva preso troppo slancio cascò dall’altra parte.

Anche di là non c’era niente di niente.

L’omino di niente era tanto stanco di tutto quel niente che si addormentò.

E mentre dormiva sognò che era un omino di niente, e andava su una strada di niente, e incontrava un topo di niente e mangiava anche lui i buchi del formaggio, e il topo di niente aveva ragione: non sapevano proprio di niente.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

L’apollonia della marmellata

Ascolta la favola

A Sant’Antonio, sul Lago Maggiore, viveva una donnina tanto brava a  fare la marmellata, cosí brava che i suoi servigi erano richiesti in Valcuvia, in Valtravaglia, in Val Dumentina e in Val Poverina. La gente, quand’era la stagione, arrivava da tutte le valli, si sedeva sul muricciolo a guardare il panorama del lago, coglieva qualche lampone dai cespugli, poi chiamava la donnina della marmellata:

  – Apollonia!

  – Che c’è?

  – Me la fareste una marmellata di mirtilli?

  – Eccomi.

  – Mi aiutereste a fare una buona marmellata di prugne?

  – Subito.

L’Apollonia, quella donnina, aveva proprio le mani d’oro, e faceva le migliori marmellate del Varesotto e del Canton Ticino.

Una volta capitò da lei una donnetta di Arcumeggia, cosí povera che per fare la marmellata non aveva neanche un cartoccio di ghiande di pesca, e allora, strada facendo, si era riempito il grembiule di ricci di castagne.

  – Apollonia, me la fareste la marmellata?

  – Coi ricci?

  – Non ho trovato altro…

  – Pazienza, proverò.

  E l’Apollonia tanto fece che dai ricci delle castagne cavò la meraviglia delle marmellate.

Un’altra volta quella donnina di Arcumeggia non trovò nemmeno i ricci delle castagne, perché le foglie secche, cadendo, li avevano ricoperti; perciò arrivò con un grembiule pieno di ortiche.

– Apollonia, me la fate la marmellata?

– Con le ortiche?

– Non ho trovato altro…

– Pazienza, si vedrà.

E l’Apollonia prese le ortiche, le inzuccherò, le fece bollire come sapeva lei e ne ottenne una marmellata da leccarsi le dita.

Perché l’Apollonia, quella donnina, aveva le mani d’oro e d’argento, e avrebbe fatto la marmellata anche con i sassi.

Una volta passò di lí l’imperatore e volle provare anche lui la marmellata dell’Apollonia, e lei gliene dette un piattino, ma l’imperatore dopo la prima cucchiaiata si disgustò, perché c’era caduta dentro una mosca.

– Mi fa schifo, – disse l’imperatore.

– Se non era buona, la mosca non ci cascava, – disse l’Apollonia.

Ma ormai l’imperatore si era arrabbiato e ordinò ai suoi soldati di tagliare le mani all’Apollonia.

Allora la gente si ribellò e mandò a dire all’imperatore che se lui  faceva tagliare le mani all’Apollonia loro gli avrebbero tagliato la corona con tutta la testa, perché teste per fare l’imperatore se ne trovano a tutte le cantonate, ma mani d’oro come quelle dell’Apollonia sono ben piú preziose e rare.

E l’imperatore dovette far fagotto.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

Il re Mida

Ascolta la favola

Il re Mida era un grande spendaccione, tutte le sere dava feste e balli, fin che si trovò senza un centesimo.
Andò dal mago Apollo, gli raccontò i suoi guai e Apollo gli fece questo incantesimo:
-Tutto quello che le tue mani toccano deve diventare oro.

Il re Mida fece un salto per la contentezza e tornò di corsa alla sua automobile, ma non fece in tempo a toccare la maniglia della portiera che subito la macchina diventò tutta d’oro: ruote d’oro, vetri d’oro, motore d’oro.

Era diventata d’oro anche la benzina, così la macchina non camminava più e bisognò far venire un carro coi buoi per trasportarla.

Appena a casa il re Mida andava in giro per le stanze a toccare più cose che poteva, tavoli, armadi, sedie, e tutto diventava d’oro.

A un certo punto ebbe sete, si fece portare un bicchiere d’acqua, ma il bicchiere diventò d’oro, l’acqua pure, e se volle bere dovette lasciarsi imboccare dal suo servo col cucchiaio.

Venne l’ora di andare a tavola.

Toccava la forchetta e diventava d’oro e tutti gli invitati battevano le mani e dicevano:
– Maestà, toccatemi i bottoni della giacca, toccatemi questo ombrello.

Il re Mida li faceva contenti, ma quando prese il pane per mangiare anche quello diventò d’oro e se volle cavarsi l’appetito dovette farsi imboccare dalla regina.

Gli invitati si nascondevano sotto il tavolo a ridere e il re Mida si arrabbiò, ne acchiappò uno e gli fece diventare d’oro il naso, così non poteva più soffiarselo.

Venne l’ora di andare a dormire, ma il re Mida, senza volerlo, toccò il cuscino, toccò le lenzuola e il materasso, diventarono d’oro massiccio ed erano troppo duri per dormirci.

Gli toccò di passare la notte seduto su una poltrona, con le braccia alzate per non toccare niente, e la mattina dopo era stanco morto.

Corse subito dal mago Apollo per farsi disfare l’incantesimo, e Apollo lo accontentò.

– Va bene, – gli disse, – ma sta’ bene attento, perché per far passare l’incantesimo ci vogliono sette ore e sette minuti giusti, e in questo tempo tutto quello che toccherai diventerà cacca di mucca.

Il re Mida se ne andò tutto consolato, e stava bene attento all’orologio, per non toccare niente prima che fossero passati sette ore e sette minuti.

Purtroppo il suo orologio correva un po’ più del necessario, e andava avanti un minuto ogni ora.
Quando ebbe contato sette ore e sette minuti il re Mida aprì la macchina e ci montò, e subito si trovò seduto in mezzo a un gran mucchio di cacca di mucca, perché mancavano ancora sette minuti alla fine dell’incantesimo.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

Il filobus numero 75

Ascolta la favola

Una mattina il filobus numero 75, in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l’Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.

I viaggiatori, a quell’ora, erano quasi tutti impiegati e leggevano il giornale, anche quelli che non lo avevano comperato, perché lo leggevano sulla spalla del vicino. Un signore, nel voltar pagina, alzò gli occhi un momento, guardò fuori e si mise a gridare:
“Fattorino, che succede? Tradimento, tradimento!”
Anche gli altri viaggiatori alzarono gli occhi dal giornale, e le proteste diventarono un coro tempestoso:
“Ma di qui si va a Civitavecchia!”
“Che fa il conducente?”
“E’ impazzito, legatelo!”
“Che razza di servizio!”
“Sono le nove meno dieci e alle nove in punto debbo essere in Tribunale, – gridò un avvocato, – se perdo il processo faccio causa all’azienda.”

Il fattorino e il conducente tentavano di respingere l’assalto, dichiarando che non ne sapevano nulla, che il filobus non ubbidiva più ai comandi e faceva di testa sua. Difatti in quel momento il filobus uscì addirittura di strada e andò a fermarsi sulle soglie di un boschetto fresco e profumato.

“Uh, i ciclamini” – esclamò una signora, tutta giuliva.
“E’ proprio il momento di pensare ai ciclamini” – ribatté l’avvocato.
“Non importa, – dichiarò la signora, – arriverò tardi al ministero, avrò una lavata di capo, ma tanto è lo stesso e giacché ci sono mi voglio levare la voglia dei ciclamini. Saranno dieci anni che non ne colgo.”
Scese dal filobus, respirando a bocca spalancata l’aria di quello strano mattino e si mise a fare un mazzetto di ciclamini.

Visto che il filobus non voleva saperne di ripartire, uno dopo l’altro i viaggiatori scesero a sgranchirsi le gambe o a fumare una sigaretta e intanto il loro malumore scompariva come la nebbia al sole. Uno coglieva una margherita e se la infilava all’occhiello, l’altro scopriva una fragola acerba e gridava:

“L’ho trovata io. Ora ci metto il mio biglietto, e quando è matura la vengo a cogliere, e guai se non la trovo.”

Difatti levò dal portafogli un biglietto da visita, lo infilò in uno stecchino e piantò lo stecchino accanto alla fragola. Sul biglietto c’era scritto: – Dottor Giulio Bollati.

Due impiegati del ministero dell’Istruzione appallottolarono i loro giornali e cominciarono una partita di calcio. E ogni volta che davano un calcio alla palla gridavano: “Al diavolo!”
Insomma, non parevano più gli stessi impiegati che un momento prima volevano linciare i tranvieri. Questi, poi, si erano divisi una pagnottella col ripieno di frittata e facevano un picnic sull’erba.
“Attenzione!” – gridò ad un tratto l’avvocato.

Il filobus, con uno scossone, stava ripartendo tutto solo, al piccolo trotto. Fecero appena in tempo a saltar su e l’ultima fu la signora dei ciclamini che protestava:
– Eh, ma allora non vale. Avevo appena cominciato a divertirmi.

“Che ora abbiamo fatto?” – domandò qualcuno.
“Uh, chissà che tardi.”
E tutti si guardarono il polso. Sorpresa: gli orologi segnavano ancora le nove meno dieci. Si vede che per tutto il tempo della piccola scampagnata le lancette non avevano camminato. Era stato tempo regalato, un piccolo extra, come quando si compra una scatola di sapone in polvere e dentro c’è un giocattolo.

“Ma non può essere!” – si meravigliava la signora dei ciclamini, mentre il filobus rientrava nel suo percorso e si gettava giù per via Dandolo.

Si meravigliavano tutti. E sì che avevano il giornale sotto gli occhi, e in cima al giornale la data era scritta ben chiara: 21 marzo.
Il primo giorno di primavera tutto è possibile.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

La caramella istruttiva

Ascolta la favola

Sul pianete Bih non ci sono libri. La scienza si vende e si consuma in bottiglie.

La storia è un liquido rosso che sembra granatina, la geografia un liquido verde menta, la grammatica incolore e ha il sapore dell’acqua minerale. Non ci sono scuole, si studia a casa. Ogni mattina i bambini, secondo l’età, debbono mandar giù un bicchiere di storia, qualche cucchiaiata di aritmetica e così via.

Ci crederete? Fanno i capricci lo stesso.

– Su, da bravo, – dice la mamma, – non sai quanto è buona la zoologia. È dolce, dolcissima.

Domandalo alla Carolina – (che è il robot elettronico di servizio).

La Carolina, generosamente, si offre di assaggiare per prima il contenuto della bottiglia. Se ne versa un dito nel bicchiere, lo beve, fa schioccare la lingua: – Uh, se è buona – esclama, e subito comincia a recitare la zoologia: – “La mucca è un quadrupede ruminante, si nutre di erba e ci dà il latte con la cioccolata.”

– Hai visto? – domanda la mamma trionfante.

Lo scolaretto nicchia. Sospetta ancora che non si tratti di zoologia, ma di olio di fegato di merluzzo.

Poi si rassegna, chiude gli occhi e trangugia la sua lezione tutta in una volta. Applausi.

Ci sono, si capisce, anche scolaretti diligenti e studiosi: anzi golosi. Si alzano di notte a rubare la storia-granatina, e leccano fin l’ultima goccia dal bicchiere. Diventano sapientissimi.

Per i bambini dell’asilo ci sono delle caramelle istruttive: hanno il gusto di fragola, dell’ananas, del ratafià, e contengono alcune facili poesie, i nomi dei giorni della settimana, la numerazione fino a dieci.

Un mio amico cosmonauta mi ha portato per ricordo una di quelle caramelle. L’ho data al mio bambino, ed esso ha cominciato subito a recitare una buffa filastrocca nella lingua del pianeta Bih, che diceva pressapoco:

 “anta anta pero pero
   penta pinta pim però
“,

e io non ci ho capito niente.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

Il palazzo di gelato

Ascolta la favola

Una volta, a Bologna, fecero un palazzo di gelato proprio sulla Piazza Maggiore, e i bambini venivano di lontano a dargli una leccatina.

Il tetto era di panna montanta, il fumo dei comignoli di zucchero filato, i comignoli di frutta candita. Tutto il resto era di gelato: le porte di gelato, i muri di gelato, i mobili di gelato.

Un bambino piccolissimo si era attaccato a un tavolo e gli leccò le zampe una per una, fin che il tavolo gli crollò addosso con tutti i piatti, e i piatti erano di gelato al cioccolato, il più buono.

Una guardia del Comune, a un certo punto, si accorse che una finestra si scioglieva. I vetri erano di gelato alla fragola, e si squagliavano in rivoletti rosa.

“Presto”, gridò la guardia, “più presto ancora!”

E giù tutti a leccare più presto, per non lasciar andare perduta una sola goccia di quel capolavoro.

“Una poltrona!” implorava una vecchiettina, che non riusciva a farsi largo tra la folla, “una poltrona per una povera vecchia. Chi me la porta? Coi braccioli, se è possibile”.

Un generoso pompiere corse a prenderle una poltrona di gelato alla crema e pistacchio, e la povera vecchietta, tutta beata, cominciò a leccarla proprio dai braccioli.

Fu un gran giorno, quello, e per ordine dei dottori nessuno ebbe il mal di pancia.

Ancora adesso, quando i bambini chiedono un altro gelato, i genitori sospirano: “Eh già, per te ce ne vorrebbe un palazzo intero, come quello di Bologna”.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

La guerra delle campane

Ascolta la favola

C’era una volta una guerra, una grande e terribile guerra, che faceva morire molti soldati da una parte e dall’altra. Noi stavamo di qua e i nostri nemici stavano di là, e ci sparavano addosso giorno e notte, ma la guerra era tanto lunga che a un certo punto ci venne a mancare il bronzo per i cannoni, non avevamo più ferro per le baionette, eccetera.

Il nostro comandante, lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone, ordinò di tirar giù tutte le campane dai campanili e di fonderle tutte insieme per fabbricare un grossissimo cannone: uno solo, ma grosso abbastanza da vincere tutta la guerra con un sol colpo.

A sollevare quel cannone ci vollero centomila grù; per trasportarlo al fronte ci vollero novantasette treni. Lo Stragenerale si fregava le mani per la contentezza e diceva: “Quando il mio cannone sparerà i nemici scapperanno fin sulla luna”.

Ecco il gran momento. Il cannonissimo era puntato sui nemici. Noi ci eravamo riempiti le orecchie di ovatta, perché il frastuono poteva romperci i timpani e la tromba di Eustachio.

Lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone ordinò: “Fuoco!”

Un artigliere premette un pulsante. E d’improvviso, da un capo all’altro del fronte, si udì un gigantesco scampanio: Din! Don! Dan!

Noi ci levammo l’ovatta dalle orecchie per sentir meglio.

“Din! Don! Dan!, tuonava il cannonissimo. E centomila echi ripetevano per monti e per valli:

“Din! Don! Dan!

“Fuoco!” gridò lo Stragenerale per la seconda volta: “Fuoco, perbacco!”

L’artigliere premette nuovamente il pulsante e di nuovo un festoso concerto di campane si diffuse di trincea in tricea. Pareva che suonassero insieme tutte le campane della nostro patria. Lo Stragenerale si strappava i capelli per la rabbia e continuò a strapparseli fin che gliene rimase uno solo.

Poi ci fu un momento di silenzio. Ed ecco che dall’altra parte del fronte, come per un segnale, rispose un allegro, assordante: Din! Don! Dan!

Perché dovete sapere che anche il comandate dei nemici, il Mortesciallo Von Bombonen Sparonen Pestrafrakasson, aveva avuto l’idea di fabbricare un connonissimo con le campane del suo paese!

Din! Dan! Tuonava adesso il nostro cannone.

Don! Rispondeva quello dei nemici. E i soldati dei due eserciti balzavano dalle trincee, si correvano incontro, ballavano e gridavano: “Le campane, le campane! E’ festa! È scoppiata la pace!”.

Lo Stragenerale e il Mortesciallo salirono sulle loro automobili e corsero lontano, e consumarono tutta la benzina, ma il suono delle campane li inseguiva ancora.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)

Il topo che mangiava i gatti

Ascolta la favola

Un vecchio topo di biblioteca andò a trovare i suoi cugini, che abitavano in solaio e conoscevano poco il mondo.

– Voi conoscete poco il mondo, – egli diceva ai suoi timidi parenti, – e probabilmente non sapete nemmeno leggere.

– Eh, tu la sai lunga, – sospiravano quelli.

– Per esempio, avete mai mangiato un gatto?

– Eh, tu la sai lunga.

Ma da noi sono i gatti che mangiano i topi.

– Perché siete ignoranti.

Io ne ho mangiato più d’uno e vi assicuro che non hanno detto neanche: Ahi!

– E di che sapevano?

– Di carta e d’inchiostro, a mio parere.

Ma questo è niente.

Avete mai mangiato un cane?

– Per carità.

– Io ne ho mangiato uno proprio ieri.

Un cane lupo.

Aveva certe zanne…

Bene, si è lasciato mangiare quieto quieto e non ha detto neanche: Ahi!

– E di che sapeva?

– Di carta, di carta.

E un rinoceronte l’avete mai mangiato?

– Eh, tu la sai lunga.

Ma noi un rinoceronte non l’abbiamo visto mai.

Somiglia al parmigiano o al gorgonzola?

– Somiglia a un rinoceronte, naturalmente.

E avete mai mangiato un elefante, un frate, una principessa, un albero di Natale?

In quel momento il gatto, che era stato ad ascoltare dietro un baule, balzò fuori con un miagolio minaccioso.

Era un gatto vero, di carne e d’ossa, con baffi e artigli.

I topolini volarono a rintanarsi, tranne il topo di biblioteca, che per la sorpresa era rimasto immobile sulle sue zampe come un monumentino.

Il gatto lo agguantò e cominciò a giocare con lui.

– Tu saresti il topo che mangia i gatti?

– Io, Eccellenza…

Lei deve comprendere…

Stando sempre in libreria…

– Capisco, capisco.

Li mangi in figura, stampati nei libri.

– Qualche volta, ma solo per ragioni di studio.

– Certo.

Anch’io apprezzo la letteratura.

Ma non ti pare che avresti dovuto studiare un pochino anche dal vero?

Avresti imparato che non tutti i gatti sono fatti di carta, e non tutti i rinoceronti si lasciano rosicchiare dai topi.

Per fortuna del povero prigioniero il gatto ebbe un attimo di distrazione, perché aveva visto passare un ragno sul pavimento.

Il topo di biblioteca, con due salti, tornò tra i suoi libri, e il gatto dovette accontentarsi di mangiare il ragno.

(da “Favole al telefono” di Gianni Rodari)