Education at a Glance 2026. Italia promossa con debiti

L’ultima edizione del rapporto annuale dell’OCSE, che pone a confronto i sistemi educativi dei 38 Paesi aderenti (cui si aggiungono alcuni altri Paesi partner), dà un giudizio articolato sulla scuola italiana, con una prevalenza, nel complesso, di dati positivi, ma anche con la segnalazione della persistenza di gravi problemi irrisolti.

Tra i dati positivi i progressi sostanziali nella riduzione dei Neet, scesi dal 30 al 16 per cento tra il 2015 e il 2024, e la riduzione della percentuale di giovani non diplomati dal 26 al 19 per cento nella fascia 25-34 anni. La percentuale dei diplomati che conseguono il titolo regolarmente è salita all’84%, vicino alla media OCSE dell’85%.

Tra i dati negativi i più rilevanti sono la bassa percentuale della spesa pubblica per l’istruzione, dal livello primario fino all’istruzione post-secondaria non terziaria per la scuola: il 2,7% del PIL contro il 3,1% della media OCSE; la contrazione del potere di acquisto dei salari iniziali: tra il 2015 e il 2025 quelli dei docenti della scuola secondaria di primo grado sono diminuiti di oltre il 10% in termini reali, a causa dell’inflazione, più alta degli aumenti salariali nominali, e il monte salari nel complesso ha perso il 3%, contro il +14,6% della media OCSE; la permanenza di elevati divari territoriali nelle competenze acquisite dagli studenti.

Per quanto riguarda i salari degli insegnanti, il rapporto 2026 quantifica la forte distanza dell’Italia dalle medie OCSE: i nostri insegnanti della scuola dell’infanzia guadagnano in media il 36% in meno della media, il 33% in meno quelli della scuola secondaria di primo grado. Malgrado queste condizioni economiche che li penalizzano gli insegnanti italiani risultano tra i più legati alla loro professione, come dimostra il basso tasso di abbandono del posto di lavoro rispetto a quello che si registra in altri Paesi: l’Italia ha una delle quote più basse di insegnanti intenzionati a lasciare la professione: solo il 3% dei docenti tra i 30 e i 49 anni nella scuola secondaria di primo grado ha dichiarato l’intenzione di cambiare lavoro nei prossimi 5 anni. Questa fedeltà alla professione (confermata anche dall’alta percentuale di insegnanti con più di 55 anni) rende da noi un po’ meno problematica la carenza di docenti che si verifica in molti altri Paesi.

Allarmante infine la previsione dell’OCSE sull’inverno demografico che attende la nostra scuola: il numero di bambini di età compresa tra 5 e 14 anni in Italia diminuirà del 18% entro il 2033: un vantaggio per le casse dello Stato, se miopemente non si coglierà l’occasione di reinvestire in qualità (come, per esempio, l’estensione del tempo pieno), ma una prospettiva inquietante per il sistema-Paese, che avrà meno giovani da immettere nel mercato del lavoro.

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