Il PNRR e le riforme scolastiche

Da troppo tempo in Italia risulta scarsa, dispersa, utilizzata in modo poco efficiente la risorsa più importante per far funzionare e mantenere competitivo un Paese a livello internazionale, soprattutto in questo periodo di transizione verde e digitale: i giovani qualificati. Ne abbiamo meno rispetto agli altri Paesi; la quota di laureati è la più bassa d’Europa, presentiamo un saldo negativo tra i giovani con alte qualifiche che vanno a cercare migliori opportunità all’estero rispetto a quelli che attraiamo. L’utilizzo poco efficiente della risorsa giovani è misurata com’è noto dalla percentuale dei Neet: coloro che non studiano e non lavorano sono quasi il 30% , ed è ulteriormente peggiorato nella fase della pandemia.

La bassa valorizzazione del capitale umano porta ad un maggiore rischio di disoccupazione, tutto ciò ha ricadute sui progetti di vita. Il processo di miglioramento delle condizioni delle nuove generazioni non parte però da zero; per nuove opportunità per i giovani sono stati messi a disposizione ingenti finanziamenti del PNRR. Il Piano era partito con il precedente governo, ma ora si tratta di realizzarlo visto che le risorse devono essere utilizzate prevalentemente in questo anno 2026.

I principali investimenti riguardano l’istruzione e la formazione professionale, il rafforzamento delle competenze di base e avanzate, soprattutto nel settore del digitale, le politiche attive del lavoro ed il sostegno dell’imprenditoria giovanile nei settori più innovativi.

Non esistono quindi più alibi sulle risorse, occorre un piano di intervento che entri nella vita delle persone e si inserisca nel percorso di sviluppo del Paese, a partire soprattutto dalle realtà più svantaggiate. Ma qual è l’impatto generazionale dei provvedimenti messi in atto dal governo? Secondo un dossier di Camera e Senato (13 aprile 2026) l’Italia avrebbe raggiunto il 63,7% degli obiettivi del PNRR ed il lavoro più importante si è svolto nell’incremento delle competenze dei giovani per migliorare le prospettive di occupazione e favorire una loro maggiore partecipazione al mercato del lavoro, anche attraverso il servizio civile universale ed il sostegno alle start-up.

La sfida che il PNRR deve affrontare è fondamentalmente il capovolgimento del rapporto tra competenze generali e professionali, in passato vissuto nella scuola in maniera gerarchica, dal liceo all’istituto professionale e che oggi, data l’innovazione sul piano tecnologico e ambientale, è richiesto di valorizzare le competenze generali non solo per quanto riguarda le discipline tradizionali sul piano formale, ma anche ricavandole dall’apprendimento sui luoghi di lavoro. Questo non serve soltanto per andare incontro alle esigenze delle imprese, che chiedono non solo competenze tecniche, ma anche una formazione umana, per costruire personalità che necessitano di livelli sempre più alti per fronteggiare il cambiamento lavorativo e le nuove professionalità, che appaiono costantemente all’orizzonte del mercato internazionale.

E’ la qualità del lavoro che condiziona la preparazione ed è l’istruzione e la formazione professionale che sembrano conseguire risultati più efficaci ed immediati, come risulta dall’analisi dei dati sul sistema duale curato dal ministero del lavoro. La scuola sembra più lenta nelle sue trasformazioni ed anche se un passo in avanti è stato compiuto con l’introduzione della filiera tecnologico-professionale (4+2), che ha introdotto le necessarie flessibilità nel curricolo ed una progettazione integrata tra i diversi soggetti interessati del territorio, vedremo alla verifica soprattutto sul piano didattico e organizzativo.

Il successo del suddetto canale professionalizzante, di emanazione regionale, si è riverberato anche sulla motivazione degli studenti e sul recupero della dispersione e del divario territoriale, prova ne sia che un certo miglioramento si è avuto nelle regioni del sud che notoriamente rimanevano sempre indietro. Il PNRR avrebbe dovuto portare alla valorizzazione del capitale umano con riferimento alle nuove professioni, tenendo presente le azioni trasversali legate alla transizione ecologica, alla mobilità sostenibile ed alla rigenerazione urbana.

Più distaccata l’azione del governo si è rivelata nei confronti del personale docente; il PNRR avrebbe voluto che si intervenisse sulla carriera, la formazione e la valutazione, elementi ritenuti necessari per migliorare i risultati scolastici. L’Italia però si è limitata ad una seppur complessa azione di reclutamento, che avrebbe dovuto far largo ai giovani, mentre si è fermata di fronte ad un precedente precariato da smaltire ed un consistente supplentato che si trascina ogni anno.

Per quanto riguarda la transizione digitale del personale scolastico si procede lentamente, con finanziamenti a singhiozzo, ed anche per la didattica integrata si è fatto poco pensando più ad interventi sull’edilizia relativa ai nuovi ambienti (digitali) di apprendimento.

L’obiettivo professionalizzante è stato ribadito anche per le lauree abilitanti per determinate professioni, per rendere i laureati pronti per il mondo del lavoro. Il DL 19/2026 consente agli atenei di rendere più flessibili e semplificare i percorsi formativi, soprattutto per quelle università che preparano ai concorsi pubblici, e consentire l’aggiornamento periodico degli obiettivi di ciascun percorso, per offrire standard qualitativi sempre più elevati e competitivi.

La Commissione Europea pubblica annualmente documenti che fotografano la situazione economica, fiscale e sociale degli stati membri e formula specifiche raccomandazioni per i vari Paesi, che tendono a condizionare l’accesso ai fondi strutturali.

L’Italia presenta un quadro contraddittorio, mentre il tasso di disoccupazione è in calo, quello di occupazione giovanile si attestava al 17,6% a febbraio 2026. La categoria dei neet ha punte del 40% in Sicilia; il nostro Paese continua ad essere afflitto da produttività stagnante, in quanto connesso con le basse qualificazioni e le scarse capacità della forza lavoro.

Il Fondo Monetario Internazionale ha segnalato che la specializzazione in settori a bassa tecnologia e il limitato sviluppo del capitale umano frenano l’adozione di tecnologie avanzate, che favorisce la fuga di cervelli: molti laureati emigrano dal sud al nord, creando una desertificazione intellettuale del meridione o da tutta Italia all’estero in cerca di retribuzioni adeguate. Quanto investito per l’educazione di questi giovani viene così regalato a Paesi più ricchi. L’UE invita a promuovere l’occupazione di qualità, migliorare il funzionamento del mercato del lavoro e favorire lo sviluppo delle competenze, comprese quelle digitali, attraverso un’istruzione e una formazione di qualità, al fine di aumentare la produttività. L’Italia poi manifesta criticità specifiche sulle politiche attive del lavoro, l’istruzione e il training professionale, nonché la formazione permanente.

La Commissione raccomanda interventi mirati sulle scuole con i risultati peggiori, l’espansione del tempo pieno, il rafforzamento dell’attrattività della professione docente, l’allineamento del sistema universitario agli standard europei ed una maggiore esposizione dell’apprendimento basato sul lavoro.

Ma come ci troviamo con il quadro della finanza pubblica dopo che il PNRR ha concluso le sue risorse? Per l’UE si devono introdurre dosi massicce di merito del personale docente di scuola e università, incoraggiando l’integrazione tra industria e ricerca accademica, ma noi siamo ancora lontani. 

*esperto di politiche formative

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