Decreto Scuola e alunni stranieri, la lettera di una dirigente: ‘Servono docenti di italiano L2 stabili, non vincoli formali’
Gira in quetse ore sui social la lettera della dirigente scolastica Lucia Donat Cattin indirizzata al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara.
Al centro della riflessione, le misure previste dal recente Decreto Scuola in materia di alunni con background migratorio e, più in generale, il tema dell’inclusione nelle scuole caratterizzate da una forte complessità sociale e da un’elevata presenza di studenti con cittadinanza non italiana. La pubblichiamo di seguito.
Sono una Dirigente Scolastica alla guida di un Istituto Comprensivo dell’hinterland milanese, una di quelle scuole complesse che il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) classifica in fascia “A”. Un istituto che conta 1.121 alunni, con un tasso di studenti con Bisogni Educativi Speciali (BES) pari al 42% e 211 alunni con cittadinanza non italiana (circa il 19%).
Leggendo le disposizioni del recente Decreto Scuola e le relative linee guida, provo una profonda preoccupazione: queste misure non rispondono ai reali bisogni delle nostre comunità scolastiche. Il tetto del 30% di alunni non italofoni (a quanto pare nel senso che non parlano per nulla la lingua, per essere precisi) per classe si rivela non solo irrealizzabile in contesti come il nostro, ma anche puramente ideologico. Nelle prime classi della scuola primaria, quasi il 50% degli iscritti possiede un cognome d’origine straniera; alcuni non parlano ancora l’italiano, molti altri sono nati o cresciuti qui, pur essendo privi di cittadinanza.
In un quadro globale complesso e drammatico, le persone continueranno a fuggire da guerre e povertà per cercare dignità e offrire un futuro ai propri figli. È un impulso umano e legittimo: chiunque di noi farebbe lo stesso. Inoltre, i dati stessi del Ministero evidenziano una realtà innegabile: se la scuola italiana tiene ancora fermi i propri numeri di fronte al drastico calo demografico, è grazie alla presenza degli alunni di origine straniera. E la presenza di lavoratori stranieri è ormai di importanza fondamentale in molti settori strategici del paese.
Come Dirigente Scolastica — e prima ancora come educatrice — per me nessun alunno è straniero. Sono tutte e tutti miei studenti. Qualunque sia la loro origine o la loro storia, sono a scuola per esercitare il diritto all’istruzione. Sono minori, rappresentano il futuro e la speranza in un mondo spesso ostile, costruito dalle generazioni adulte.
Ciò di cui le nostre scuole hanno disperatamente bisogno non sono vincoli formali, ma risorse umane stabili: docenti specializzati nell’insegnamento dell’Italiano come Lingua Seconda (L2). Servono figure strutturate che affianchino i bambini e i ragazzi nell’acquisizione della lingua del Paese in cui vivono, consentendo loro di studiare con successo e di non sentirsi meri “equilibristi interculturali”, per citare la pedagogista Anna Granata. È l’unico modo per garantire loro una reale libertà di scelta nei percorsi della scuola secondaria di secondo grado, evitando che siano le condizioni materiali a destinarli precocemente alla formazione professionale (CFP) e agli istituti professionali, oggi frequentati in larghissima parte da studenti con background migratorio. Introdurre tali figure con interventi d’emergenza o contratti annuali non basta: laddove sperimentate, queste misure sono spesso svanite o sono state ridimensionate nei tagli d’organico regionali.
Risulta ancora più allarmante l’ipotesi di sanzionare o penalizzare le famiglie che non padroneggiano la lingua italiana. Di fronte ai dati diffusi dal coordinatore nazionale dei Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) — che registrano oltre 31.000 persone in lista d’attesa, per il 90% di origine straniera —, appare del tutto sproporzionato pretendere che questi genitori frequentino corsi spesso saturi, ancorché indispensabili per il raggiungimento del livello B1 richiesto per la cittadinanza.
Come istituzione come posso colpevolizzare famiglie spesso monoreddito o monoparentali, in cui i genitori svolgono lavori usuranti, sottopagati e con orari incompatibili con la frequenza scolastica?
Ritenere riprovevole l’uso della lingua d’origine in ambito domestico è poi un errore pedagogico e scientifico grave. Parlare la propria lingua madre a casa non è soltanto un diritto umano inviolabile, ma costituisce — come dimostrato dal glottodidatta Jim Cummins con l’ipotesi dell’interdipendenza linguistica — il presupposto cognitivo ed emotivo fondamentale per un solido apprendimento dell’italiano (L2).
In qualità di dirigente della Pubblica Amministrazione, sono vincolata dal dovere di fedeltà alla Nazione (art. 98 della Costituzione) e, dunque, alla Repubblica e ai principi fondamentali della Carta. L’Articolo 3 sancisce in modo inequivocabile che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
È giunto il momento di guardare la realtà per quella che è: il vero ostacolo per questi alunni e per le loro famiglie non è la lingua, né la cultura — ambiti sui quali la scuola lavora quotidianamente con dedizione e rispetto reciproco —, ma la condizione di povertà. Se la Repubblica ha il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3, c. 2) e se la scuola deve garantire un’istruzione aperta a tutti, gratuita e capace di valorizzare i capaci e i meritevoli (art. 34), allora servono strumenti concreti per attuare questi dettami.
Le scuole di frontiera non necessitano di propaganda o di sovrastrutture punitive, ma di docenti d’italiano L2 specializzati e di ruolo, di fondi strutturali che non costringano a un’estenuante burocrazia (come accade per la gestione dei progetti PN 21-27 o PNRR), di spazi idonei e di un tempo scuola prolungato.
Questo è ciò che chiedo, con profondo rispetto istituzionale ma con fermezza, al Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Distinti Saluti
Prof.ssa Lucia Donat Cattin
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