Anno scolastico nuovo, maturità vecchia

Via al nuovo anno scolastico. Con l’inizio di settembre i media stanno riprendendo a parlare di scuola e, essendo il 2026-2027 l’ultimo anno della legislatura, colgono l’occasione anche per fare un bilancio dell’attività del governo in materia scolastica, positivo per la stampa filogovernativa, negativo per quella che, con gradazioni diverse, si è collocata all’opposizione. Si leggono però anche commenti che si sforzano di individuare alcuni problemi storicamente irrisolti del nostro sistema educativo, e che ne compromettono gravemente la qualità e l’equità: tra questi i perduranti divari territoriali e socio-ambientali, il mismatch tra domanda e offerta di competenze tecnico-professionali, i mediocri risultati dei nostri studenti nelle classifiche comparative internazionali, e i dubbi sul valore effettivo dei titoli di studio, in presenza di sistematiche forti divergenze tra le valutazioni  “scolastiche” e quelle rilasciate da PISA e Invalsi sulla base di prove oggettive.

Emblematico è il caso dell’esame di maturità che, con piccole varianti (il passaggio dei commissari da 7 a 5), è rimasto anche nel 2026 lo stesso, con i suoi incredibili tassi di promozione (99,8% dei candidati ammessi) e di successo (2,9% di 100 e lode, concentrati nelle regioni del Sud).

Ma allora, si è chiesto Giancristiano Desiderio (Corriere della Sera, 22 agosto), “perché non lasciare l’esame di maturità ma privarlo del valore pratico-legale?”. Una proposta drastica, che fu un tempo sostenuta da Luigi Einaudi in Assemblea Costituente (1947) e poi nelle “Prediche inutili” (1959), ma rimasta sempre minoritaria (l’art. 33 andò in direzione opposta, adottando a grande maggioranza la formula “È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”). 

Anche noi di Tuttoscuola, pur non arrivando a sostenere l’abolizione del valore legale del titolo, abbiamo prospettato – come spunto per il dibattito – l’opportunità di sostituire l’esame con un sistema di certificazione delle competenze (cui attribuire valore legale) fondato, da una parte, su un portfolio individuale contenente le esperienze formative formali, non formali e informali acquisite dallo studente e validate da enti di riconosciuta affidabilità, e dall’altra su prove scritte e orali concentrate su due materie (al massimo tre su richiesta del candidato) scelte dallo studente e vincolanti per quanto riguarda i suoi studi successivi. 

Una misura di questo genere faciliterebbe anche la transizione alla vita attiva perché i datori di lavoro (compreso lo Stato per i fabbisogni della pubblica amministrazione) baserebbero le loro scelte non sul titolo ma sulle competenze effettivamente possedute dal candidato.

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