Docente aggredito a Parma dai suoi studenti: ‘Non li denuncio, questo il mio intervento educativo’
Ha 63 anni, insegna da quattro decenni in un istituto tecnico di Parma e nelle ultime ore il suo volto è diventato noto attraverso un video circolato online: un insegnante inseguito da alcuni studenti dopo una lite fuori da scuola. Ma più delle immagini, a colpire sono le parole con cui il docente ha scelto di leggere quanto accaduto. Intervistato dal Corriere della Sera, il professore – che ha chiesto l’anonimato – ha spiegato di non voler sporgere denuncia contro i ragazzi coinvolti. Una scelta controcorrente in un momento storico in cui il tema delle aggressioni al personale scolastico è al centro del dibattito pubblico e politico.
Il docente chiarisce subito il suo punto di vista: ciò che è avvenuto non può essere letto semplicemente come un fatto di cronaca o di ordine pubblico. «Non denuncio perché non considero un’aggressione quella che si vede nel video», spiega. «Piuttosto considero il mio non denunciare un intervento educativo». Parole che aprono una questione delicata: quale equilibrio può esistere tra tutela dell’autorità scolastica e responsabilità educativa? Per il professore, la risposta non passa automaticamente attraverso la via giudiziaria. Secondo il suo ragionamento, i ragazzi hanno già sperimentato le conseguenze delle proprie azioni e il compito dell’adulto resta quello di non interrompere la relazione educativa, anche nel conflitto.
È una posizione che può dividere, ma che richiama una tradizione pedagogica precisa: l’idea che la scuola non possa limitarsi a sanzionare, soprattutto quando si confronta con adolescenti fragili, impulsivi o incapaci di gestire il conflitto.
L’episodio arriva in una fase in cui il Ministero dell’Istruzione e del Merito insiste sul rafforzamento delle sanzioni contro le aggressioni ai docenti. Negli ultimi mesi il ministro Giuseppe Valditara ha più volte parlato della necessità di ristabilire il rispetto verso gli insegnanti e contrastare ogni forma di “giustificazionismo”. Il docente parmense, però, prende nettamente le distanze da alcune dichiarazioni ministeriali, in particolare da quelle sull’“umiliazione” come elemento utile nella crescita educativa.
«Chi sostiene una cosa del genere dimostra incompetenza», afferma senza esitazioni nell’intervista. Il nodo, ancora una volta, è pedagogico prima che disciplinare: l’umiliazione può davvero educare? Oppure rischia di produrre ulteriore distanza, rabbia e fallimento relazionale? Sono interrogativi che attraversano da tempo il mondo della scuola e che oggi diventano ancora più urgenti davanti all’aumento dei conflitti dentro e fuori le aule.
Il docente racconta di aver cercato il dialogo anche dopo il primo scontro avvenuto a scuola. Di aver provato a spiegare, a contenere, a non alimentare ulteriormente la tensione. E soprattutto di non voler “voltarsi dall’altra parte”. È forse questo il passaggio più significativo della vicenda: la scelta di restare dentro la relazione educativa anche quando diventa difficile, conflittuale, persino rischiosa. Una scelta che non cancella il problema della sicurezza nelle scuole né minimizza la crescente fatica del lavoro docente. Ma che invita a interrogarsi su quale debba essere oggi il ruolo dell’insegnante: semplice garante delle regole o adulto capace di abitare il conflitto senza rinunciare alla funzione educativa?
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