Un fondo patrimoniale per i docenti/2: tra aperture e cautele. L’ex ministro Bianchi e Fazi (Uciim) favorevoli, Barbacci frena (ma non chiude)

Un’idea ambiziosa per sbloccare una situazione da tempo incartata, tra limiti di finanza pubblica e autoreferenzialità della categoria che respinge intrusioni del mondo esterno (e il tabù dell’egualitarismo assoluto duro a morire, nonostante nella base ci sia ormai molta più disponibilità a superarlo): integrare gli stipendi dei docenti attraverso un fondo patrimoniale nazionale alimentato anche da risorse private. Ma quanto è davvero praticabile una proposta del genere? E soprattutto: come viene letta da chi rappresenta mondi diversi della scuola?

Nel dibattito aperto da Tuttoscuola, emergono posizioni articolate ma non contrapposte. A confrontarsi – in un incontro a Didacta Firenze e poi sulle pagine della rivista mensile  – tre figure rappresentative: un economista ed ex ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi; la presidente di una storica associazione professionale, Elena Fazi, presidente Uciim; e la segretaria generale della Cisl Scuola, il sindacato più rappresentativo del settore, Ivana Barbacci

Il quadro che emerge è interessante: disponibilità a discutere, consapevolezza del problema, ma anche realismo sui limiti di una proposta che, per funzionare, dovrebbe superare ostacoli non banali. E con una condizione che si legge in filigrana: il fondo può esistere solo se resta pienamente compatibile con i principi della scuola pubblica.

Bianchi: “Serve un investimento sul ruolo sociale della scuola”

Per l’ex ministro alla Minerva del Governo Draghi, Patrizio Bianchi (PD), la proposta coglie un punto cruciale: la necessità di riportare la scuola al centro del progetto di sviluppo del Paese.

Non si tratta solo di aumentare gli stipendi, ma di riconoscere il ruolo strategico dei docenti nei territori, soprattutto quelli più fragili, segnati da spopolamento, disuguaglianze e nuove sfide sociali. In questa prospettiva, un fondo potrebbe sostenere proprio chi lavora nelle situazioni più complesse, contribuendo alla coesione sociale: sostenere i docenti significa investire nei territori e nel futuro del Paese.

L’ex ministro introduce però anche una condizione chiave: la sostenibilità nel tempo. Più che la dimensione iniziale del fondo, sarà decisiva la sua capacità di essere alimentato in modo continuo, evitando che resti una misura simbolica.

Fazi (Uciim): “Strumento interessante, ma attenzione all’impatto reale”

Più analitica la posizione di Elena Fazi, presidente dell’Uciim, gloriosa e autorevole associazione professionale, che non mette in discussione l’utilità dello strumento, ma richiama con forza il tema dell’efficacia.

I numeri, infatti, sono chiari: anche patrimoni molto consistenti produrrebbero, almeno nella fase iniziale, incrementi stipendiali limitati se distribuiti sull’intera platea dei docenti. Il rischio è quello di generare un segnale positivo, ma non una trasformazione strutturale. 

Per questo Fazi – che insiste molto sull’architettura di governance – indica una possibile via: concentrare le risorse, ad esempio attraverso una quota perequativa più significativa per chi lavora in contesti difficili, e collegare eventuali integrazioni a percorsi di sviluppo professionale, evitando logiche competitive o basate sui risultati degli studenti.

Ma soprattutto fissa alcuni paletti non negoziabili: niente ranking tra docenti, niente “aziendalizzazione” della scuola, separazione rigorosa tra chi finanzia e chi insegna.

Barbacci (Cisl Scuola): “Uno strumento utile, a precise condizioni”

Più prudente la posizione di Ivana Barbacci, che non chiude alla proposta ma ne ridimensiona con chiarezza la portata.

Il punto centrale, per la segretaria della Cisl Scuola, è la “massa critica”: per produrre effetti davvero percepibili sugli stipendi di centinaia di migliaia di docenti servirebbero patrimoni molto elevati e tempi lunghi di accumulazione. Tempi difficilmente compatibili con l’urgenza delle risposte attese dalla categoria. 

Da qui una posizione netta: il fondo può essere uno strumento integrativo, utile per sostenere alcune dimensioni della professione (formazione, ricerca, innovazione), ma non può sostituire il ruolo della contrattazione nazionale e dell’investimento pubblico.

Anche sul piano delle regole, Barbacci è esplicita: governance trasparente, partecipazione delle rappresentanze professionali, accesso non competitivo, nessuna interferenza sulla didattica o sulle scelte educative. E lancia una proposta implementativa: “una fase di sperimentazione condotta su una platea circoscritta di scuole o docenti”, affidando “a un soggetto terzo (università o ente di ricerca) una valutazione complessiva sull’impatto del fondo: sostenibilità finanziaria, effetti sulla professione e coerenza con i principi del sistema pubblico”.

Insomma, qualcosa si può muovere…

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