Contratto scuola, tra annunci del Governo e tavolo ARAN: aumenti in vista, ma il nodo resta la valorizzazione reale del personale
Il Governo rivendica le assunzioni fatte, gli aumenti già riconosciuti e una nuova stagione di tutele per il personale scolastico. Ma è al tavolo dell’ARAN, aperto sul rinnovo del CCNL 2025-2027, che nelle prossime settimane si misurerà la distanza tra la narrazione politica e l’effettiva traduzione economica per docenti e ATA. È questo il punto di raccordo tra il messaggio inviato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni al XIII Congresso nazionale dello SNALS-Confsal e l’incontro contrattuale del 24 marzo 2026, che ha messo sul tavolo un aumento medio del 6%, pari a 130,70 euro lordi mensili.
Nel messaggio rivolto alla segretaria generale Elvira Serafini, confermata alla guida del sindacato durante il congresso, Meloni ha scelto di accreditare lo SNALS come interlocutore “pragmatico” e “non ideologico”, sottolineando il valore del confronto con le organizzazioni sindacali. Ma soprattutto ha colto l’occasione per fare un bilancio politico di fine legislatura sul terreno dell’istruzione, del lavoro pubblico e dei contratti.
Il primo capitolo richiamato dalla premier è stato quello del precariato, definito ancora una criticità strutturale. Nel messaggio pubblicato da Palazzo Chigi, Meloni ha parlato di circa 156 mila assunzioni tra docenti e personale ATA e di un percorso avviato per ridurre progressivamente il fenomeno, attraverso procedure più rapide per l’immissione in ruolo, razionalizzazione delle graduatorie e rafforzamento della formazione, con un’attenzione particolare al sostegno. È un passaggio politicamente rilevante, perché prova a spostare il focus dal contingente alla riforma di sistema. Ma resta aperta la domanda che da anni attraversa la scuola italiana: quanto di questo sforzo sta davvero incidendo sulla continuità didattica e sulla stabilità degli organici?
Il secondo asse del discorso è quello retributivo. Meloni ha rivendicato due rinnovi contrattuali portati a compimento e l’avvio del negoziato per il terzo, sostenendo che, una volta sottoscritto anche il CCNL 2025-2027, l’incremento medio complessivo per i docenti arriverebbe a circa 416 euro. È una cifra che ha un forte impatto comunicativo, ma che va letta dentro la dinamica concreta dei rinnovi: una parte è già stata assorbita dal contratto 2022-2024 firmato il 23 dicembre 2025; la parte ora in discussione riguarda invece il nuovo triennio e, almeno per la componente economica, l’ARAN ha illustrato risorse che porterebbero a un incremento medio di 130,70 euro mensili lordi per tredici mensilità, al netto dell’IVC già in pagamento da aprile 2025.
Ed è qui che il piano politico incrocia quello sindacale. Nell’incontro del 24 marzo, l’ARAN ha prospettato l’utilizzo pressoché integrale delle risorse disponibili, concentrandole soprattutto sulle voci fisse dello stipendio tabellare. Per il comparto scuola, oltre il 96% delle risorse verrebbe destinato alla retribuzione tabellare; alle voci accessorie andrebbero invece incrementi più contenuti: 5,85 euro mensili per la Retribuzione professionale docenti, 4,52 euro per il CIA del personale ATA e 9,35 euro per l’indennità fissa di direzione. La prossima riunione è stata già calendarizzata per il 1° aprile 2026.
Il dato non è irrilevante. Per la prima volta dopo molti anni, infatti, si intravede la possibilità di chiudere almeno la parte economica del contratto all’interno del triennio di riferimento, senza arrivare con anni di ritardo rispetto alla sua scadenza naturale. È un cambio di passo che i sindacati firmatari del precedente rinnovo leggono come un risultato politico e negoziale. La CISL Scuola, ad esempio, ha rivendicato la scelta di aver sottoscritto il CCNL 2022-2024, sostenendo che proprio quella firma ha creato le condizioni per arrivare oggi, nel giro di pochi mesi, a un aumento complessivo superiore all’11%.
Ma basta questo per parlare davvero di svolta? Non ancora. Perché il cuore del confronto resta tutto dentro una tensione che la scuola conosce bene: quella tra aumento nominale e recupero reale del potere d’acquisto. Anche le sigle che valutano positivamente l’avanzamento del negoziato sottolineano che le risorse restano limitate rispetto all’erosione salariale prodotta dall’inflazione e dal ritardo accumulato negli anni. La UIL Scuola, dopo l’incontro del 24 marzo, ha parlato apertamente della necessità di ulteriori fondi, di una detassazione degli aumenti contrattuali e di misure capaci di produrre un beneficio netto in busta paga.
Sul versante ATA, inoltre, il negoziato potrebbe aprire una partita specifica. Secondo quanto riferito ai sindacati, resterebbero disponibili circa 36,9 milioni di euro legati allo slittamento dell’applicazione dei nuovi ordinamenti professionali al 1° settembre 2027. Una quota che potrebbe essere utilizzata per correttivi e riconoscimenti aggiuntivi, soprattutto per figure amministrative e di coordinamento che da tempo chiedono una valorizzazione coerente con l’ampliamento delle funzioni svolte nelle scuole autonome. Anche questo è un tema che va oltre la contabilità contrattuale: riguarda il funzionamento quotidiano delle segreterie, il carico gestionale e la tenuta organizzativa degli istituti.
Nel messaggio al congresso SNALS, Meloni ha poi insistito su un altro elemento destinato a pesare nel dibattito pubblico: l’introduzione, per la prima volta, di una polizza sanitaria integrativa per oltre un milione di dipendenti del comparto. Il Governo la presenta come un segnale di attenzione concreta e come una nuova forma di protezione sociale. Anche in questo caso, però, il punto non è solo simbolico. Nella percezione di molti lavoratori della scuola, la questione resta capire se misure di welfare aggiuntivo possano accompagnare — e non sostituire — una più robusta politica salariale e professionale.
La linea politica della premier si chiude con un richiamo netto alla centralità dell’istruzione, delle competenze e del merito come “ascensore sociale”. È una formula che il Governo ripropone spesso e che, nel lessico pubblico, funziona. Ma nella scuola reale la parola “merito” continua a chiedere chiarimenti: merito di chi, misurato come, sostenuto con quali investimenti? Perché senza una risposta credibile su stipendi, reclutamento, formazione, stabilizzazione e condizioni di lavoro, il rischio è che la centralità dell’istruzione resti una priorità proclamata più che praticata.
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