Storia di Manuel: il bambino “adottato” in prima

Di M. Concetta Messina*

La prima volta che vidi Manuel, la nonna, poco più alta di lui, lo avvinghiava per le spalle con apprensione all’ingresso della scuola. Erano passati non più di dieci giorni dall’inizio delle lezioni e lui era un nuovo alunno, proveniente da un’altra scuola e destinato ad una classe terza.  Lo spaesamento dei bambini che arrivano in una nuova scuola è sempre palpabile a chi li riceve per la prima accoglienza. E’ difficile rompere la loro diffidenza ed è tanto se alle nostre domande questi bambini riescono a rispondere con cenni del capo. Di fronte al mutismo di Manuel, solo il soccorso della nonna testimoniò che il bimbo, nonostante ecuadoregno, in realtà capisse l’italiano e avesse frequentato le prime due classi in Italia. La storia di Manuel però non è cominciata in quel momento ma alla fine di quella giornata quando le due maestre di terza, costernate, piombarono nel mio ufficio con un foglio in mano: “Preside! Guardi il nuovo alunno! Non riesce neppure a copiare il suo nome, né i numeri!”. Esaminai il foglio, e la lunga esperienza confermò che quei goffi e stentati segni grafici a cui si affiancava un incompleto schema corporeo (l’indicazione di lavoro era “disegna te stesso”) corrispondevano a malapena a quelli di un bimbo al termine della scuola dell’infanzia.

Lo spaesamento allora prese me. Come era possibile? Dopo essermi accertata del fatto che il passaggio di scuola del bambino non fosse accompagnato da alcuna relazione su eventuali specifiche particolarità,  contattai  i suoi ex insegnanti. Non ne cavai un ragno dal buco; bofonchiarono che il bambino era stato seguito sempre in modo individuale, che riuscisse a svolgere qualcosa in autonomia e che il periodo di  pandemia e le altre sue assenze non lo avessero aiutato. Ma i fatti erano incontrovertibili: Manuel non era affatto alfabetizzato e per lui era impossibile affrontare una terza.

I dubbi e la sfida

Ne parlammo con le due insegnanti, mi presi un attimo di riflessione e  pochi giorni dopo chiamammo la nonna e la mamma. Dissi loro che non ci era dato di capire, in quel momento, se Manuel fosse così indietro rispetto ai coetanei perché avesse “saltato” parte del percorso precedente o perché nonostante non  avesse saltato nulla, trovasse delle difficoltà. Il mio intento era però di capirlo. Questo dissi. Chiedevo loro la possibilità di andare a fondo nell’unico modo possibile: fargli ripercorrere senza ansia le tappe di quel percorso, inserendolo in una classe prima. Non sapevo se sarebbe stata la strada giusta, confessai, continuavo ad essere perplessa e dubbiosa, ma secondo me valeva la pena tentare. Tentare di inserirlo in una classe prima in barba a tutte le disposizioni normative.

Nuovo inizio nell’inizio

Così, col fiducioso consenso delle due donne di buon senso, Manuel cambiò classe per l’ennesima volta ed fu “adottato” in una prima. Le due maestre di terza lo andavano a prendere a fine giornata per farlo stare un po’ con i compagni iniziali e attutire il senso di sballottamento a cui lo stavamo nuovamente sottoponendo, ma ben presto non è stato più necessario adottare questa delicatezza.

Manuel è un bambino docile, educato ed estremamente buono, sempre attento e molto volenteroso. Studiammo per lui una postazione strategica al primo banco (che occupa ancora), accanto a Giuliano, un bambino speciale, vulcanico, esplosivo e catalizzatore, la cui insegnante di sostegno ha potuto dedicarsi, a piccole dosi, anche a Manuel.

Fiorire

Manuel nei primi mesi sembrava arrancare, anche in prima, nonostante i suoi grandissimi occhi sempre accesi sulle parole della maestra. Poi ha cominciato a fiorire. La sua mano si è sollevata sempre più spesso per rispondere ad ogni domanda fatta in classe, la timidezza e il grande riserbo iniziali si sono attenuati. I suoi disegni si sono fatti sempre più ricchi e particolareggiati, i colori usati molto più pertinenti, la sua manualità si è affinata e quello che sembrava irrealizzabile i primi mesi, farlo stare sulle righe del quaderno, sembra oggi un ricordo lontano.

Manuel, che non si è tra l’altro mai assentato da scuola, ha bisogno di logopedia perché articola male la metà dei suoni ma anche per questo problema qualcuno si è preso cura di lui: nella rete degli scout che il bambino frequenta il fine settimana, una giovane volontaria neuropsichiatra lo ha sottoposto ad una visita e lo ha inserito in un programma gratuito di riabilitazione fonetica.

Nel frattempo, col passare dei mesi, il bambino ha imparato a leggere, è completamente autonomo nella scrittura e svolge come gli altri le attività logico-matematiche. Giuliano assorbe la pace irenica di questo suo compagno che funge da calmiere anche alla sua irruenza e Manuel ha imparato a non subire l’impronta fagocitante di Giuliano e a rispondere e a controbattere alle sue continue richieste. Sono ormai una coppia di fatto.

Le maestre accolgono ogni progresso di Manuel con grandi lodi e applausi, e tutte noi ci diciamo in continuazione che quest’anno, questo bambino, rappresenta il nostro più grande successo.

Pagella

Ma a differenza di ogni bella storia che si rispetti, quella di Manuel ha un finale non proprio lieto. Perché Manuel sarà bocciato. Per poter continuare ad andare in seconda con Giuliano, con la sua maestra Albina e con tutti i suoi compagni, egli dovrà conseguire un esito negativo rispetto alla valutazione della classe terza in cui  la regola ha imposto che fosse inserito. Ma lui questo non lo saprà, almeno per ora. E solo questo è importante.

Avrà invece una bellissima pagella finale (che non passerà mai per nessun ufficio con l’appellativo di “atto amministrativo”) con un timbro del cuore, in cui si dirà la sola verità che conta: Manuel si è impegnato al massimo, ha fatto passi da gigante ed ha raggiunto tutti gli obiettivi programmati. La sfida iniziale è stata vinta, le perplessità superate; Manuel aveva bisogno solo di tempo. Il tempo che dovrebbe essere dato ad ogni bambino voglioso di imparare.

Auguri grande Manuel!

*Dirigente scolastica dell’IC Parco di Veio a Roma.

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