PEI, il Piano Educativo Individualizzato: una sfida che va oltre l’individuo. Ecco come pensarlo

Di Antonella Arnaboldi

Il PEI, il Piano Educativo Individualizzato, rientra sicuramente tra le sfide che la scuola affronta ogni giorno. Tra queste quella più coinvolgente è l’accoglienza degli alunni: tutti, con le proprie diversità, ovvero ciascuno con la sua ‘speciale normalità’ (Ianes, 2006). È un compito di grande impegno che occupa tutta la comunità educante e che si rinnova ogni giorno. L’accoglienza, infatti, non si limita ai primi giorni di scuola: va pensata e orchestrata quotidianamente, perché ogni giorno gli alunni entrano in classe accompagnati dal loro vissuto che amalgama emozioni, sentimenti, razionalità e disinteresse, fragilità, limiti, resilienza e insicurezze. La scuola deve essere pronta, ‘attrezzata’ ad accoglierli con particolare riguardo alle loro parti più deboli. Sono quelle su cui si dovrà operare rinnovandole e valorizzandole. La progettazione educativa è lo strumento, quella ‘cassetta’ che la scuola deve saper riempire con gli ‘attrezzi’ più consoni a scoprire, portare alla luce canali e modalità di intervento che sappiano offrire a chiunque opportunità di crescita. Una progettazione inclusiva deve essere ‘pensata’ per l’alunno-persona, deve andare oltre l’alunno-individuo: soltanto in questo modo si potrà incontrare l’altro ‘ponendosi a disposizione’ affinché egli possa ampliare i propri orizzonti. Il Piano Educativo Individualizzato (PEI), in questa prospettiva, si inserisce nel costrutto della progettazione educativa, evitando ogni possibilità di separazione, pensando al contrario percorsi in grado di raggiungere tutti.

Piuttosto che concepire un progetto indirizzato a un ideale alunno “medio”, che raramente esiste, immaginiamo, invece, percorsi capaci di raggiungere tutti gli alunni che compongono una classe, quegli stessi alunni di cui abbiamo detto all’inizio della nostra riflessione. Proviamo a costruire una progettazione integrata (Cottini, 2017) che avvicini la progettazione di classe ai percorsi individualizzati. Il PEI in questo modo, su qualunque modello lo si proponga, non risulterà distante o altr’ rispetto a quanto progettato. Anche in presenza di alunni con difficoltà importanti, se si ragiona in questa prospettiva, sarà sempre possibile avvicinare gli obiettivi, accorciando le distanze, senza che questo si traduca in una ‘banalizzazione’ della progettazione di classe, ma, anzi, favorendo un apprendimento significativo per tutti.

Si tratta di rovesciare la prospettiva, in un certo senso. Piuttosto che adattare il PEI alla progettazione di classe, si dovrà partire da questo utilizzandolo come “sfondo integratore” (Pavone, 2009) su cui costruire il resto. Questo, per me, è un pensiero di inclusione in grado di favorire esperienze scolastiche che faranno bene a tutti, non solo agli alunni con bisogni educativi speciali.

Certo, per procedere adeguatamente, occorrono docenti ‘illuminati’ in grado di operare collegialmente superando individualismi e pregiudizi. Docenti che sappiano magari “rinunciare” ad una parte di “programma” o a terminare il libro di testo fino all’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo, attuando piuttosto una didattica “distesa”, che non equivale a un “fare di meno”, ma probabilmente a un “fare meglio” e senza dubbio ad un “raggiungere tutti”.

Senza farci troppe illusioni possiamo affermare che non si tratta di un percorso in discesa, né tantomeno agevole, ma, anzi, pieno di buche, dislivelli, tratti perniciosi. Tuttavia in tutte le istituzioni scolastiche vivono e operano docenti illuminati, propositivi e coinvolgenti, appassionati e appassionanti in grado di interessare quelli meno predisposti o temporaneamente distratti. È così in tutte le scuole che ho conosciuto. Qui deve agire il Dirigente Scolastico, cercando di ‘captare’ quei segnali, a volte molto deboli, provenienti da docenti che, per discrezione o propria forma caratteriale, non amano ‘mostrarsi’, ma che invece possono compiere, essere la differenza. Fondamentale sarà il loro coinvolgimento nel promuovere percorsi di formazione rivolti a tutti gli altri, proprio TUTTI poiché non è pensabile che si possa insegnare, oggi, qualsiasi disciplina in qualsiasi ordine e grado di scuola, senza avere le carte in regole relative a conoscenze e competenze sui percorsi di inclusione, didattica e pedagogia speciale, metodologie e quant’altro. La scuola, se vuole essere inclusiva – e lo deve essere se non altro per rispetto agli artt. 3 e 34 della nostra Costituzione – deve avere, pretendere docenti formati, senza incorrere nell’equivoco che sia sufficiente la presenza in aula del docente di sostegno (spesso anche lui senza specializzazione…).

In definitiva va bene l’individualizzazione, è corretto pensarla in ottica ‘ecologica’, ma adoperiamoci, noi tutti che viviamo la scuola, affinché ogni alunno con bisogni speciali possa sentirsi parte e non ospite della classe che lo accoglie.