Nicola Gardini. Perché è meglio scrivere a mano

Nicola Gardini, professore di Letteratura italiana e comparata presso l’Università di Oxford dal 2007, è autore di numerosi libri, tra cui romanzi, saggi, raccolte di poesia, ma ha raggiunto una notorietà internazionale soprattutto con il volume “Viva il latino. Storie e bellezze di una lingua inutile”, pubblicato in Italia da Garzanti (2016).

Ora torna in libreria con un nuovo lavoro, anch’esso in qualche modo schierato in difesa di qualcosa che molti ritengono ormai inutile e superata, la scrittura a mano, oggi in crisi ovunque a causa della crescente diffusione della digitazione (N.G., Con una penna in mano. Il piacere necessario di scrivere, Raffaello Cortina Editore, 2026). Anche in questo caso il sottotitolo spiega bene il titolo, perché l’autore sostiene che lo scrivere a mano non dà solo vantaggi di tipo cognitivo, come dimostrato dalla ricerca neuroscientifica e da quella pedagogica (è citato un saggio di Benedetto Vertecchi del 2016), ma anche estetici: “Gesto millenario, la scrittura a mano rappresenta il minimo di attività artistica; è un’esperienza creativa in cui ciascuno, agendo da artista, può ampliare gli spazi della sua libertà”. Così l’atto dello scrivere “si porta dietro tutta la storia della civiltà – tutti i gesti che la mano ha già inventato, tutti gli strumenti che la mano ha già stretto e diretto su una superficie” nelle sue diverse attività.

Scrivere a mano è sempre un atto creativo, sostiene Gardini citando un passo del “Barone rampante” in cui Italo Calvino, parlando del manoscritto del suo libro, sottolinea quanto esso sia “zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune”, che poi alla fine si ricompongono in un testo che “corre e corre”…

Digitare, invece, “è un semplice pigiare con la punta di un dito (digitus in latino)”, rileva l’autore in un incisivo capitolo intitolato “Digitare non è scrivere” (pp. 103-114). La penna è “un utensile, ovvero sta nella mano, e come tale rappresenta un prolungamento del corpo. La tastiera di un computer, invece, è esterna al corpo. La mano la tocca, vi si appoggia, la preme, ma non la afferra, non la stringe, non la ‘possiede’”.

E ancora: “Scrivere è azione soggettiva e originale che inscena l’unico e il diverso. Digitare è riproduzione meccanica e impersonale dello stesso e del ripetibile. Un testo scritto dalla mia mano sarà riconoscibilmente solo mio, e sarà diverso ogni volta che lo riscriverò. Un testo digitato potrebbe essere attribuibile a chiunque e sarà sempre quello, chiunque ne sia il digitatore”.

Il volume, di gradevole lettura anche nelle parti dedicate agli scrittori, antichi e moderni, ampiamente citati da Gardini come protagonisti dell’avventura dello scrivere, si conclude con un affettuoso pensiero alla anziana madre, che aveva potuto studiare solo fino alla quinta elementare, ma che “pur non scrivendo con l’assiduità iniziale ancora scrive qualche riga sul quaderno che le ho regalato. E ancora ha voglia di farmi vedere di quali solchi, impugnata dalle sue vecchie dita, la penna sia capace. Di quale eterna giovinezza”. 

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