Neuroscienze in classe. Dalla teoria alla lezione del lunedì mattina
Negli ultimi anni le neuroscienze sono entrate con crescente frequenza nel linguaggio della scuola, spesso accompagnate da espressioni suggestive che promettono di spiegare come apprendiamo, perché ricordiamo alcune informazioni e ne dimentichiamo altre, che cosa favorisce l’attenzione e in quale modo le emozioni influenzano lo studio. Il rischio, tuttavia, è che tutto questo rimanga confinato nei convegni, nei corsi di formazione o nei testi specialistici, senza riuscire a modificare davvero ciò che accade in classe il lunedì mattina, quando un docente si trova davanti venticinque studenti, alcuni stanchi, altri distratti, qualcuno ansioso per una verifica e altri ancora convinti che ciò che stanno per ascoltare non abbia alcuna relazione con la loro vita. La domanda utile, allora, non è quanto un insegnante debba conoscere il funzionamento del cervello in termini specialistici, ma in che modo alcune conoscenze sul funzionamento dell’apprendimento possano aiutarlo a progettare meglio una lezione.
L’attenzione non è infinita
Una delle acquisizioni più importanti riguarda la natura limitata dell’attenzione, perché nessuno riesce a mantenere per tempi lunghi lo stesso livello di concentrazione, soprattutto quando l’attività proposta richiede soltanto ascolto passivo. Questo non significa che ogni lezione debba trasformarsi in una successione frenetica di stimoli, giochi e cambi di attività, ma suggerisce che il tempo della spiegazione debba essere pensato con maggiore attenzione. Una lezione efficace alterna momenti diversi, nei quali l’ascolto si combina con domande, brevi attività di rielaborazione, esempi, richiami a conoscenze precedenti e occasioni nelle quali lo studente è chiamato a fare qualcosa con ciò che ha appena ascoltato. Il punto non è intrattenere, ma evitare che la mente dello studente rimanga spettatrice per troppo tempo.
Imparare significa collegare
Ogni nuovo apprendimento si costruisce su ciò che già conosciamo, perché un’informazione isolata è molto più difficile da comprendere e ricordare rispetto a un’informazione che riesce a trovare un posto all’interno di una rete di conoscenze già esistente. Per questo una buona lezione non comincia sempre dalla spiegazione del nuovo argomento, ma può cominciare da ciò che gli studenti sanno, credono di sapere o ricordano. Richiamare un concetto affrontato settimane prima, chiedere di formulare un’ipotesi, proporre una situazione concreta o domandare agli studenti che cosa associano a una determinata parola significa predisporre il terreno nel quale il nuovo apprendimento potrà collocarsi. Questa attenzione alle preconoscenze ha anche un altro vantaggio, perché permette al docente di scoprire errori e convinzioni ingenue prima che diventino ostacoli alla comprensione.
La memoria ha bisogno di essere esercitata
Per anni abbiamo contrapposto memoria e comprensione, quasi fossero due dimensioni incompatibili dell’apprendimento, mentre la ricerca ci ricorda che comprendere e ricordare sono processi strettamente collegati. Non possiamo ragionare in modo complesso su qualcosa che abbiamo completamente dimenticato, così come non basta aver ascoltato una spiegazione per poterla recuperare quando serve. Uno dei modi più efficaci per consolidare l’apprendimento consiste nel chiedere agli studenti di recuperare attivamente ciò che hanno imparato, anziché limitarsi a rileggere più volte lo stesso materiale. Una domanda all’inizio della lezione, una breve ricostruzione senza libro, la richiesta di spiegare un concetto con parole proprie o di collegarlo a quanto affrontato nei giorni precedenti possono diventare strumenti semplici ma molto potenti. Non servono necessariamente nuove tecnologie o procedure complesse, perché spesso è sufficiente cambiare il modo in cui utilizziamo i primi cinque minuti della lezione.
Anche l’errore insegna
L’errore ha un ruolo fondamentale nell’apprendimento, ma soltanto quando viene utilizzato come informazione e non vissuto esclusivamente come fallimento. Una scuola nella quale sbagliare significa esporsi immediatamente al giudizio rischia di produrre comportamenti difensivi, perché lo studente tenderà a parlare soltanto quando è sicuro della risposta, evitando di formulare ipotesi e di rendere visibile il proprio ragionamento. Il docente può invece trasformare l’errore in uno strumento didattico, analizzando il percorso che lo ha prodotto, chiedendo alla classe di individuare dove il ragionamento ha cambiato direzione e mostrando che una risposta sbagliata può contenere parti corrette sulle quali costruire. Questo non significa abbassare le aspettative o rinunciare alla valutazione, ma distinguere il momento nel quale si impara dal momento nel quale si certifica ciò che è stato imparato.
Emozioni e apprendimento non vivono in mondi separati
Anche il clima emotivo della classe incide sull’apprendimento, perché una mente impegnata a gestire paura, tensione o senso di inadeguatezza dispone di minori risorse per affrontare un compito complesso. La scuola non può naturalmente eliminare ogni difficoltà né trasformarsi in uno spazio privo di richieste e responsabilità, ma può costruire ambienti nei quali l’errore non diventi umiliazione e la valutazione non venga percepita come una minaccia permanente. La qualità della relazione educativa acquista quindi un significato anche cognitivo, perché sentirsi riconosciuti, poter chiedere chiarimenti e sapere che la difficoltà fa parte del percorso rende più probabile la partecipazione attiva. Non esiste apprendimento senza fatica, ma la fatica produce risultati molto diversi quando viene accompagnata dalla fiducia nella possibilità di riuscire.
Dalla teoria alla lezione del lunedì
Le neuroscienze diventano realmente interessanti per la scuola quando smettono di essere un insieme di formule suggestive e cominciano a tradursi in piccole decisioni didattiche. Significa chiedersi quanto tempo stiamo parlando senza coinvolgere gli studenti, quanto spazio dedichiamo al recupero di ciò che è stato già appreso, se colleghiamo davvero il nuovo alle conoscenze precedenti, se permettiamo agli studenti di spiegare e rielaborare, e quale significato attribuiamo agli errori che emergono durante la lezione. Non occorre trasformare ogni insegnante in un neuroscienziato, così come conoscere il funzionamento del cervello non offre una ricetta automatica per insegnare bene. Può però aiutarci a comprendere meglio una verità che la buona scuola conosce da molto tempo, secondo la quale l’apprendimento non nasce semplicemente dall’esposizione a un contenuto, ma dall’attività mentale di chi apprende. È probabilmente questa la traduzione più utile delle neuroscienze nella scuola quotidiana, perché il lunedì mattina non cambia il cervello dei nostri studenti, ma può cambiare il modo in cui decidiamo di farlo lavorare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Solo gli utenti registrati possono commentare!
Effettua il Login o Registrati
oppure accedi via